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i problemi dell’energia.
inverno 2007, soffriremo
ancora per il gas?

a cura di
LUIGI LOCATELLI

Paolo Scaroni,
amministratore delegato dell’Eni


Secondo
l’amministratore
delegato dell’Eni,
aumentare l’offerta
di gas nel mercato
interno non fa calare
i prezzi perché le fonti
di approvvigionamento sono poche, sempre le stesse e ora collegate tra
di loro; l’ampio ricorso a navi metaniere permette di ricorrere
a nuovi produttori
che praticano prezzi
meno elevati e danno
più sicurezza


rimo lord dell’Ammiragliato e non ancora primo ministro, Winston Churchill decise di cambiare il combustibile che muoveva le navi della Marina di Sua Maestà Britannica. Basta con il carbone e avanti con il petrolio. Era il 1914, vigilia della prima guerra mondiale, e con il petrolio la flotta sarebbe stata più veloce di quella tedesca, ancora mossa dal carbone. Corretta dal punto di vista strategico, la decisione comportava la rinuncia alle sicure miniere del Galles per affidare i rifornimenti ai giacimenti petroliferi della Persia che l’ammiraglio John Fisher, comandante in capo della Marina britannica, aveva fatto ricercare ai primi del ‘900 per facilitare l’ammodernamento della flotta di Sua Maestà, così promuovendo, inconsapevolmente, la corsa europea al greggio mediorientale.

Nacque il problema della sicurezza energetica e fu presto evidente che non era limitato alle esigenze della Royal Navy, ma avrebbe coinvolto i trasporti e le condizioni di vita quotidiana delle popolazioni di tuto il mondo occidentale. «La certezza del petrolio sta nella diversificazione. Solo nella diversificazione dei fornitori», disse Churchill ai dubbiosi collaboratori. Una soluzione che oggi ha un valore ancora maggiore: la sicurezza energetica è diventata fondamentale, con un significato più ampio di quello iniziale; comprende fattori non prevedibili all’epoca e validi per tutti, Paesi consumatori e produttori, intrecciando direttamente con problemi del mercato e alti costi del petrolio i rapporti non solamente economici e politici tra gli Stati.

«Diversificazione», disse lungimirante Churchill. Per il nostro Paese, ricco di paesaggi ma povero nel sottosuolo e incurante di predisporre programmi sui rifornimenti, l’esperienza dell’inverno scorso, segnato dalla crisi del gas per la sospensione delle forniture dalla Russia, indica che la nostra sicurezza energetica dipende strettamente dalle condizioni climatiche. Se avremo un inverno mite che non richiederà troppo a lungo l’accensione degli impianti di riscaldamento, non soffriremo il freddo né correremo il rischio di restare al buio, le fabbriche non dovranno fermarsi, le scorte d’emergenza non saranno intaccate. L’ha ricordato il presidente dell’Autorità per l’Energia, Alessandro Ortis, ricordando quando, «in un inverno non particolarmente rigido, per la crisi di marzo, con uno strascico di freddo invernale, si sono rese necessarie alcune procedure d’emergenza, intaccando le scorte strategiche e utilizzando l’interrompibilità di alcuni contratti», quelli delle imprese disposte allo stop dell’erogazione elettrica in cambio di tariffe più favorevoli.

La cronaca avverte che, oltre alle previsioni del meteorologo non di rado fallaci, occorre badare che i rapporti con i nostri abituali fornitori non subiscano variazioni improvvise per eventi imprevisti, perché le minacce che incombono sulla sicurezza dei rifornimenti energetici sono numerose, dipendenti non solo dai contratti con i produttori, dai rapporti degli Stati coinvolti o dalle vicende di politica internazionale, ma sempre più spesso da tensioni e violenze provocate da semplici episodi che, in modo imprevisto, causano situazioni esasperate di psicologia collettiva.

Sono state sufficienti le vignette riguardanti il profeta Maometto pubblicate da un quotidiano danese per provocare violente aggressioni da parte di numerosi Paesi arabi, con esplicite minacce, dimostrazioni di piazza, bandiere ed effigi bruciate, che avrebbero potuto esporre il mondo occidentale a rischi più gravi: qualche giornale arabo ha parlato di interruzione dei rapporti con la Danimarca, per cominciare. Nei momenti di tensione collettiva basta l’involontario gesto di un esagitato per superare le reali intenzioni delle proteste.

Nel dicembre scorso, alla vigilia della sospensione del gas dalla Russia, i massimi responsabili delle nostre maggiori società operanti nel settore dell’energia hanno lanciato l’allarme. L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha evocato il rischio di una «Opec del gas», ossia di un cartello dei pochi Paesi fornitori, sull’esempio di quello che unisce i produttori di petrolio per la determinazione del prezzo del barile. La preoccupazione del primo manager dell’Eni non era limitata ai quantitativi importabili, ma riguardava la capacità contrattuale nei confronti di venditori sempre più forti e tesi verso alleanze o accordi di cartello, mentre in casa dell’acquirente si facevano più frequenti le azioni dirette alla liberalizzazione del mercato con la cessione, da parte della holding Eni, della rete di distribuzione della Snam Rete Gas.

«Va ripensato il processo delle liberalizzazioni; liberalizzare nell’era globale non significa creare artificialmente un mercato di tanti piccoli indiani, deboli di fronte al venditore e anche al mercato interno di distribuzione», ha affermato Scaroni nel pieno delle difficoltà di importazione. E dopo aver allontanato la facile accusa di volere solo difendere la storica posizione di monopolista dominatore sul mercato, ha articolato la propria critica su quattro punti: gli interlocutori cui si rivolgono i nostri acquirenti sono solide compagnie di Stato, che possono permettersi azioni di solito precluse agli altri; i mercati energetici globali non sono adatti ai piccoli attori, perché richiedono robuste capacità contrattuali e forti sostegni politici; occorre di conseguenza rafforzare e proteggere l’infrastruttura nazionale, ovvero il controllo azionario sulla Snam Rete Gas; infine i rigassificatori sono la vera forma di liberalizzazione, con l’ampliamento del mercato di rifornimento.

In sostanza l’amministratore delegato dell’Eni ricorda la durezza delle trattative con i giganti russi che hanno alle spalle Vladimir Putin, parallela alla spregiudicatezza di fornitori americani quali la Exxon o la Total, accanto alle manovre sottili ma pericolose della Suez e della Gaz de France, alle spalle delle quali vi sono sempre le robuste macchine statali di Russia, America e Francia. A sostegno della propria posizione Paolo Scaroni espone un altro argomento significativo riguardo ai prezzi di acquisto imposti dai venditori: aumentare l’offerta sul mercato interno non li farebbe certamente diminuire, in quanto le fonti di approvvigionamento sono poche e sempre le stesse, per di più ora collegate tra di loro. In conclusione, insiste Paolo Scaroni, è invece l’ampio ricorso a navi metaniere che permette di ricorrere a nuovi produttori che praticano prezzi meno elevati, con il vantaggio di assicurare maggiore sicurezza negli approvvigionamenti.

Ormai l’argomento «differenziazione» era aperto e veniva usato in ogni occasione di polemica, quando Scaroni ha espresso un’altra preoccupazione: poiché sul mercato dell’energia c’è spazio per pochi attori e la loro crescita è difficile, è interesse pubblico sostenere chi, trovandosi in posizione dominante, con il proprio potere negoziale può ottenere condizioni migliori. In questa contesa internazionale si può sottolineare che l’Eni ed anche l’Enel in campo energetico sono troppo grandi per accettare di essere considerate piccole compagnie, nel numero dei piccoli indiani citati da Scaroni; ma nello stesso tempo non lo sono abbastanza per essere accettate nel consesso delle grandi in campo internazionale. Pochi giorni dopo è stato l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, a richiamare l’attenzione sul rischio concreto di un black out elettrico, analogo a quelli del 2002 e del 2003, dovuto alla scarsità di petrolio e di gas metano, ai quali sono legati i due terzi della nostra produzione di elettricità, rispetto a una media europea del 25 per cento.

Concordi nell’allarme, i rappresentanti dei due gruppi ex monopolisti nel campo degli idrocarburi e dell’energia elettrica lo sono stati anche nella necessità di una rapida costruzione di impianti di rigassificazione per liberare le forniture dal vincolo della dipendenza dai gasdotti via terra provenienti da Russia e Algeria. «Non so se c’è il rischio di un black out, non mi risulta. Certamente però i rigassificatori bisogna farli. È urgente. E si trovi dove farli, anche nelle aree militari», diceva Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust.

Il raggiungimento del picco di consumi e di richieste ai Paesi fornitori da tempo era previsto, dagli esperti, per la fine del primo decennio del 2000, dai giorni nostri fino al 2020, secondo la capacità di sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas naturale. «Il problema–diceva nel 2002 Gian Maria Gros Pietro, all’epoca presidente dell’Eni–, è che trasportare gas costa moltissimo. Se si usano i tubi, il costo è proporzionale alla distanza, con parametri diversi secondo la tecnologia e il percorso, terrestre o sottomarino. O si può trasportare via mare, liquefatto con un raffreddamento a 162 gradi sotto zero, per poi rigassificarlo all’arrivo; in questo caso il costo per chilometro è più contenuto e indipendente dalla distanza, e c’è un costo legato alla liquefazione».

Ridotto allo stato liquido e con un volume reso 600 volte inferiore a quello originario dal raffreddamento, il gas viene caricato sulle 150 navi metaniere attualmente in navigazione, trasportato verso il mercato di destinazione, riscaldato in scambiatori termici e rigassificato nel porto d’arrivo. Tornato allo stato gassoso è immesso nella rete dei gasdotti nazionali per raggiungere i punti di consumo. Gli impianti in partenza e in arrivo, insieme al trasporto, hanno un costo che, quando il prezzo era basso, frenava lo sviluppo di questo sistema di trasporto, dando la preferenza alle pipeline, sebbene più care. Ma oggi i prezzi del gas sono saliti, e lo sviluppo delle tecnologie di raffreddamento rende possibile la costruzione di impianti più grandi ed efficienti, con la capacità di lavorare quantitativi maggiori di combustibile, arrivando, con un costo dimezzato, a una dimensione tripla rispetto ai primi anni 80.

Come per i rigassificatori, anche la tecnologia del trasporto marittimo registra risparmi nella costruzione e nell’esercizio delle navi metaniere, riducendo di un terzo il costo di ciascuna fornitura di gas naturale liquefatto: già a partire da distanze superiori a mille chilometri e per volumi maggiori di 5 miliardi di metri cubi all’anno i prezzi sono inferiori di un terzo a quelli del trasporto via terra, permettendo di abbandonare le aree mediorientali che presentano un alto rischio di instabilità politica, a favore di quelle africane e sudamericane.

Questo insieme di fattori hanno reso il gas sempre più importante nell’economia dei Paesi consumatori occidentali e provocato uno sviluppo del mercato nei Paesi produttori e in quelli in via di sviluppo. In India due impianti sono operativi dalla fine del 2004; nell’area del Pacifico la Cina ha avviato la creazione del primo terminale di rigassificazione e il 20 dicembre scorso ha annunciato l’acquisto, in joint venture con la compagnia pubblica indiana Oil and Natural Gas Corporation, del 37 per cento della quota di Petro-Canada dei giacimenti siriani di Al-Surat; la compagnia statale cinese Sinopec ha sottoscritto un contratto da 70 miliardi di dollari per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale iraniano di Yadaravan, che prevede l’estrazione di 250 milioni di tonnellate di gas in 30 anni.

Nel bacino dell’Atlantico la Spagna ha in programma lo sviluppo del 30 per cento degli impianti. La Gran Bretagna, che aveva abbandonato il gas naturale di importazione quando nel Mare del Nord furono scoperti nuovi giacimenti, sta costruendo in più parti dell’isola vari impianti di rigassificazione, il primo dei quali prossimo ad entrare in funzione. In Germania il settore energetico vive una fibrillazione trainata dalla E.On,’impresa che controlla gran parte dei fornitori di energia e di gas tedeschi, ed ha partecipazioni in Gran Bretagna, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Svezia, Finlandia e Svezia. Ha progettato l’acquisizione di altri 23 milioni di utenti italiani, spagnoli, francesi e latino americani grazie alla fusione con la spagnola Endesa.

È una corsa all’energia, che il settimanale Spiegel ha definito la nuova «guerra fredda», facilitata dalla vicenda dell’ex cancelliere tedesco Gerard Schroeder che, lasciando la Cancelleria il 22 novembre scorso, nell’ultima conferenza stampa da capo del Governo dichiarò che era deciso a cambiare vita e che, dopo essersi occupato solo di politica dall’età di 18 anni, voleva trovarsi un nuovo lavoro. In realtà l’aveva già trovato e, secondo qualche giornale tedesco, dovrebbe fruttargli un milione di euro l’anno esentasse, versati su un conto in Svizzera: è stato nominato presidente del Consiglio di sorveglianza della Negpc, società mista a maggioranza russa e controllata dal Cremlino, creata per realizzare un’opera russo-tedesca che l’ex cancelliere ha fortemente voluto prima di lasciare il Governo, finanziandola con un credito garantito di un miliardo di euro concesso dalla Deutsche Bank e dalla Kreditanstalt fur Wiederaufbau.

L’opera da costruire è la condotta nord-europea del gas, per collegare Siberia e Germania, dalla città russa di Vyborg a quella tedesca di Greifswald, con un percorso di 1.200 chilometri sul fondo del Mar Baltico, tagliando fuori Paesi baltici e Polonia che si trovano lungo la direttrice naturale via terra fra Russia e Germania. In risposta Polonia e Repubbliche baltiche hanno deciso di dare vita a un progetto per la costruzione, in Lettonia, di un reattore nucleare che dovrebbe garantirgli la fornitura di energia, al riparo dagli atteggiamenti poco amichevoli del Cremino nella sua politica consistente nel fare, del gas e del petrolio, il punto di forza per una nuova supremazia economica sull’Europa.

Negli Stati Uniti la Ferc, Commissione di regolamentazione federale per l’energia, ha modificato l’atteggiamento ufficiale consistente nel considerare la rigassificazione come l’ultima attività di interesse nell’approvvigionamento energetico, svincolandola dalle regole poco favorevoli economicamente cui finora era sottoposta la filiera del gas. E l’Italia? Ci sono interessanti competenze ingegneristiche attive nelle società Eni, Saipem, Snamprogetti, Tecnimont e in quelle private che sono apprezzate anche a livello internazionale. Ci sono competenze petrolifere dell’Eni, della Erg, delle altre società del settore, capacità di gestione delle infrastrutture come la Snam Rete Gas. Non sono ancora totalmente disperse le competenze nel campo nucleare che operavano nella progettazione e nella realizzazione delle nostre cinque centrali, considerate all’avanguardia nel settore ma bloccate dal nefasto referendum del 1987.

Nell’avvio di una nuova stagione del gas il nostro Paese potrebbe giocare ancora un ruolo importante. La storia del passato ne è una conferma, con imprese attive nel campo elettronico, informatico, metallurgico, chimico, petrolchimico, automobilistico, dell’acciaio, delle grandi costruzioni, dei pneumatici, della nautica, dell’aeronautica, degli elettrodomestici, dei tessuti: è un elenco incompleto di imprese attive e rispettate, cresciute malgrado il disinteresse di personaggi politici incapaci di capire, progettare, gestire il presente e pianificare il futuro del Paese. Un patrimonio nazionale travolto da questioni dinastiche all’interno delle cosiddette Grandi Famiglie, insieme alla ventata di privatizzazione di tutto il settore pubblico integrato nell’Iri.

Oggi viviamo le stesse difficoltà, gli stessi problemi nei confronti della sicurezza energetica, la stessa incuria accompagnata dall’incapacità di programmare, di decidere, di risolvere le situazioni favorevoli o contrarie che siano, ma affrontando i problemi a colpi di slogan demagogici privi di valore scientifico e di significato, utili solo a qualche carriera politica di modesti personaggi abili nelle piccine faide di campanile e di bottega. Nel nostro Paese è disponibile un solo rigassificatore a Panigaglia, nel golfo di La Spezia, con una capacità di circa 2 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto in un mercato di 80 miliardi l’anno. In Spagna sono attivi 5 rigassificatori con circa 19 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto, in un mercato che è circa la metà di quello italiano.

Programmi di realizzare nuovi impianti ve ne sono, e riguardano Priolo, Rovigo, Livorno. Ma verranno mai aperti i cantieri e conclusi i lavori? C’è da dubitarne, stando alle decisioni del vertice politico teso a disincentivare le iniziative, come la riduzione dall’80 al 70 per cento della capacità riservata al realizzatore del terminale per una durata della riserva accorciata da 20 a 15 anni. Potrebbero invece nascere nuove e proficue iniziative per creare impianti di rigassificazione e per potenziare le reti di importazione, indispensabili per favorire un opportuno processo di liberalizzazione del mercato e cogliere l’irripetibile occasione di fare della penisola un hub, uno snodo europeo del gas di importazione, con la possibilità di creare posti di lavoro e ridurre la dipendenza dai fornitori esteri.

Attualmente il gas che alimenta la produzione della nostra energia proviene da tre direttrici. Dal nord i due condotti della Tenp Transitgas provenienti da Dunkerque e Bocholtz, che si unificano a Rodesford e terminano al Passo Gries, con una lunghezza di 968 e 291 chilometri, portano il gas olandese attraverso Germania e Svizzera, fornendo il 24 per cento dei 360 milioni di metri cubi del nostro consumo quotidiano. A sud il TTPC lungo 742 chilometri onshore, cioè su terra, porta il gas algerino in Tunisia, a Cap Bon, e da qui lungo i 775 chilometri off shore porta a Mazara del Vallo in Sicilia il 35,4 per cento delle nostre forniture.

Nell’isola arriva anche il Greenstream, il sistema sottomarino che porta il gas libico fino a Gela, in un quantitativo pari all’uno per cento. La via più importante è il TAG, lungo 1.018 chilometri, che da Baumgartnen arriva a Tarvisio con il 36,5 per cento delle forniture costituite da gas russo proveniente dalla Siberia attraverso Ucraina e Slovacchia, per poi dividersi con la variante slovena che arriva a Gorizia. Si tratta di una politica che, affidando il 72 per cento dei nostri consumi a due soli fornitori di peso, Russia e Algeria - i quali il 4 agosto scorso hanno creato, per quanto riguarda le nostre importazioni, la temuta Opec del gas -, nei fatti riduce a un solo fornitore la nostra già limitata differenziazione delle fonti di rifornimento. Quel giorno Russia e Algeria, rispettivamente il primo e il quinto fornitore di metano nel mondo, hanno firmato un memorandum d’intesa, frutto prevedibile della visita compiuta nel marzo scorso del presidente russo Vladimir Putin ad Algeri, accompagnato da Alexei Miller numero uno della Gazprom, e da Vagit Alekperov, amministratore delegato della Lukoil.

È nato così un quasi-monopolio tra due contraenti considerati entrambi di relativa affidabilità. La Russia di Putin ha fatto del gas e del petrolio un forte strumento di pressione politica e di egemonia nei confronti sia delle varie nazionalità dell’ex impero sovietico - Georgia, Armenia, Azerbaigian, Moldavia, Polonia e repubbliche del Baltico -, sia dell’Europa, sua grande cliente. La Repubblica democratica d’Algeria è esposta alle pressioni di un integralismo islamico sempre caratterizzato da connotati più politici che religiosi per la tradizionale laicità del Paese: l’accordo tra la Gazprom, il colosso russo del petrolio alle dirette dipendenze del Cremlino, e la compagnia Lukoil da una parte, e l’algerina Sonatrach dall’altra, prevede attività comuni per la produzione e il trattamento degli idrocarburi e l’ottimizzazione delle forniture, mettendo a rischio non tanto la continuità dei flussi di erogazione previsti da contratti e convenzioni, quanto il prezzo, poiché l’Italia si troverà a trattare, in sostanza, con un unico fornitore intenzionato ad entrare con la distribuzione nel mercato italiano.

A questo progetto la prima risposta è stata data con una revisione dei quantitativi importabili dall’Algeria. Non è una differenziazione, perché la fonte del metano rimarrebbe la stessa, ma rappresenta un passo significativo della disponibilità di gas nella stagione di maggior consumo. Il gasdotto algerino verrebbe ampliato, in una prima fase, di 3,2 miliardi di metri cubi aggiuntivi nel prossimo anno, e di una seconda di 3,5 miliardi entro il 2012. La nostra risposta dovrebbe essere quella suggerita quasi un secolo fa da Winston Churchill: la differenziazione delle fonti di rifornimento rivolgendoci all’Africa e al Sudamerica, dando impulso ai trasporti via mare, che attualmente rappresentano il 3 per cento e sono costituiti dal gas liquefatto che dall’Algeria giunge all’unico rigassificatore di Panigaglia, nel golfo di La Spezia, lontano dal punto di partenza. Un quadro che non tranquillizza il pubblico degli utenti in prossimità dell’inverno, e autorizza le ironie del Financial Times sui gusti stravaganti dell’Italia in materia energetica.

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