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SERGIO VETRELLA:

LE CONQUISTE
DELL’AGENZIA SPAZIALE
ITALIANA



Il prof. Sergio Vetrella, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana

 


estinata a dotare il Paese di uno strumento operativo idoneo a promuovere, coordinare e razionalizzare l’attività svolta dalla fine degli anni 50, l’Agenzia Spaziale Italiana è nata nel 1988, dopo un periodo in cui sono state investite rilevanti risorse grazie alle quali si sono formate e consolidate le radici storiche dell’attività italiana nello spazio basate su capacità industriale, esperienze tecnologiche e imprenditoriali, efficienza operativa, fantasia e intraprendenza. Questa è oggi l’Asi, di cui va orgoglioso il presidente, prof. Sergio Vetrella, dotata di strutture produttive e di ricerca di eccellente qualità e capaci di proporsi come soggetti primari delle iniziative che hanno come riferimento lo spazio.

Oltre 40 anni sono trascorsi dal lancio del primo satellite europeo, il San Marco, destinato allo studio della bassa atmosfera terrestre; pochi giorni fa è stato lanciato il Giove A del progetto Galileo, primo satellite della grande costellazione di 30 satelliti, tecnologicamente più avanzata del sistema Gps americano e di quello russo Glonass. Ma oltre e insieme a questo, è da registrare la partecipazione dell’Asi al più vasto programma di collaborazione internazionale, ossia la costruzione di una stazione spaziale, nel quale l’Italia svolge un ruolo di primo piano. E, ancora, gli studi già avviati nell’ambito del progetto Luna per la costruzione, negli anni a venire, di un osservatorio astronomico fisso sul satellite naturale della Terra. E via via un elenco fitto d’iniziative e di opere.

Domanda. Come ha accolto la comunità internazionale il nuovo ruolo che l’Italia ha assunto in campo spaziale?
Risposta. Una prova concreta che altri Paesi hanno avvertito questa strategia che l’Italia sta mettendo a punto è venuta dal Consiglio ministeriale di Berlino svoltosi lo scorso dicembre nel quale, sotto la spinta italiana, per la prima volta l’Esa, Agenzia Spaziale Europea, si è dotata di un programma pluriennale e ne è stato deciso il finanziamento per il triennio 2006-2008. In quella occasione, che ha costituito un punto storico nell’evoluzione spaziale dell’Europa, è stato riconosciuto da tutti che l’Italia è stata il motore di questo grande successo, individuando gli obiettivi primari verso i quali bisogna muoversi e riducendo quello che io chiamo «rumore di fondo», manifestatosi nel passato con miriadi di iniziative non coordinate. Questa politica è il modo migliore per rendere più efficaci le nostre azioni, che sono state utilissime perché oggi numerosi Paesi sono sensibili alla nostra posizione e ci seguono in molte decisioni. La Francia e la Germania hanno esplicitamente dato atto all’Italia di aver riportato un successo storico nel settore spaziale in Europa. È un fatto che a Berlino siamo stati i primi sottoscrittori dei programmi opzionali, mentre in generale ci collocavamo in seconda o in terza posizione; l’Italia è stata il primo contribuente. Quindi c’è un’accresciuta e significativa attenzione verso il nostro Paese.

D. Perché un’agenzia è stata ritenuta lo strumento più adatto per portare avanti le politiche e sviluppare le azioni nel campo spaziale? Non bastava una società per azioni?
R. Occorre tener conto di due aspetti. Il primo è il seguente: non bisogna sottovalutare che il settore spaziale è naturalmente indirizzato alla ricerca e all’innovazione, quindi una delle caratteristiche fondamentali è quella di «correre in avanti»; se non c’è la spinta a salire su un pendio scosceso e difficile da percorrere, e se non c’è qualcuno che lo incita, l’uomo è portato a scegliere le strade di minore fatica. Per questo lo strumento non può essere una spa che ha scopi di lucro, in quanto mirerebbe a un risultato immediato o quanto più prossimo, per poter realizzare affari. Mentre oggi il problema per il Paese è guardare avanti, sviluppare la ricerca e l’innovazione che preparano le future capacità imprenditoriali nazionali. Se non c’è qualcuno che pone attenzione a questo, tutto diviene più difficile. Sono contrario a iniziative in cui settori ad avanzata ricerca e innovazione, come quello spaziale, non riservino un’attenzione prioritaria al futuro; questo solo un’Agenzia autonoma può farlo.

D. L’Agenzia ha più spazio, più potere e minori vincoli burocratici?
R. Sono minori i vincoli burocratici e le pressioni corporativistiche provenienti dal mondo della ricerca come dal mondo dell’impresa. Di solito ognuno vede soltanto i propri specifici interessi; l’impresa vuole ottenere commesse e la comunità scientifica vuole poter guardare al microscopio il nostro sistema solare. L’Agenzia deve coniugare la ricerca con le esigenze dell’impresa per operare a medio e a lungo termine. Quest’ultima, come è giusto che sia, investe in prodotti di oggi anche per impulso di altri Amministrazioni pubbliche, perché non bisogna dimenticare che il Ministero delle Attività produttive la finanzia per il prodotto attuale. Questa è la ragione per cui l’Agenzia dipende dal Ministero della Ricerca, in quanto deve coordinare il mondo della ricerca pubblica con quello della ricerca privata. In tal modo nascono progetti importanti.

D. Fino a dove si spinge il futuro dell’Agenzia?
R. Abbiamo ideato il progetto Galileo per il 2012. Siamo in grado di progettare i lanciatori della futura generazione, i satelliti d’osservazione della Terra per fronteggiare i disastri naturali da qui a 10 anni, le missioni per utilizzare la Luna. Questo perché il nostro compito consiste nello spingere l’industria nazionale ad osare, a cercare il nuovo. Nessun soldato sale lungo un pendio rischiando che il nemico gli spari, se non c’è chi lo convince che la sua impresa è giusta e gli ordina di salire. Questa è un po’ la ragione per la quale ritengo che occorre un’Agenzia in tutte le iniziative in cui c’è bisogno di personale, di controllo, di pianificazione.

D. Non avete trovato ostacoli?
R. Un errore che abbiamo fatto in Italia è stato quello di pensare che grandi progetti possano essere gestiti da due o tre persone in qualche piccolo ufficio. Un errore che può compiere chi non ha competenza nella realizzazione di progetti. Un progetto si realizza se vi sono un management definito, una pianificazione, un controllo di gestione, una possibilità di intervenire per verificare la corrispondenza tra le fasi d’avanzamento e i risultati previsti. Occorre personale adeguato anche per l’attività di politica internazionale: partecipare alla gestione spaziale europea, nella quale investiamo circa il 50 per cento del nostro budget, potrebbe comportare una spesa errata se non avessimo, all’interno dell’Agenzia, personale che di continuo verifica, controlla, interviene, tutela l’interesse italiano, fa in modo che le risorse finanziarie che ritornano all’Italia siano usate per prodotti di alta qualità.

D. Che tipo di commesse ottenete nelle partecipazioni internazionali?
R. Quando si istituisce un tavolo internazionale, a noi possono affidare anche commesse modeste, mentre gli altri si assegnano le parti migliori. Ma in questi anni si è notata una differenza di ruolo e di comportamento perché, avendo attuato un piano strategico anche nell’Esa, abbiamo potuto acquisire per le imprese italiane commesse qualificate e ottenere un risultato soddisfacente. In passato i nostri impegni nell’Esa non avevano ritorni, ora non solo questo avviene, ma otteniamo lavori di altissima qualità.

D. Come combattete gli ostacoli che rallentano l’attività dell’Agenzia?
R. Vanno distinti due campi: come migliorare le attività dell’Agenzia e come migliorare le attività aerospaziali. Ritengo che occorrerebbe una maggiore flessibilità nelle norme sul lavoro. Noi risentiamo moltissimo di questa rigidità; se potessi intervenire, apporterei una sostanziale modifica alle regole relative ai contratti lavorativi.

D. Con quali Paesi collaborate?
R. Non abbiamo preferenze, a parte i problemi di politica internazionale di competenza del Ministero degli Esteri, alle cui direttive ci adeguiamo. La nostra strategia è finalizzata alla collaborazione internazionale, ma abbiamo cambiato il metodo, non dipendiamo più dai progetti degli altri, abbiamo i nostri e li proponiamo per collaborare noi con gli altri, o per far collaborare gli altri con noi. Partecipiamo ai programmi dell’Esa per i grandi progetti, che come singolo Paese non potremmo realizzare; ci sembra giusto che li realizzi l’Agenzia europea, ma siamo interessati ad affidare alle nostre imprese lo sviluppo delle tecnologie proprie delle attività spaziali. Tra gli altri risultati che abbiamo ottenuto alla Conferenza ministeriale di Berlino figura per la prima volta la possibilità di conoscere quali missioni lanceremo, quali lanciatori utilizzeremo, quali tecnologie prepareremo. Nell’Esa la nostra posizione è ormai ben delineata e grazie al grande rispetto che ci siamo guadagnati da tutti i partner i nostri progetti possono diventare parte di un mosaico più ampio realizzato in collaborazione con altri, o ottenere la partecipazione ad essi dei nostri partner, come noi abbiamo fatto in passato con loro.

D. Che cosa contiene il nuovo piano aerospaziale?
R. In esso abbiamo delineato l’evoluzione dei nostri progetti nei prossimi 10 anni con una cadenza continua e un collegamento completo di tutte le iniziative, non più con la dispersione del passato, con migliaia di iniziative e di contratti che si confondevano per cui nessuno riusciva a tirare le fila; quindi poche iniziative ma ben coordinate, nelle quali ci poniamo come interlocutori credibili, così come stiamo facendo con gli Stati Uniti, rispetto ai quali abbiamo cambiato la nostra politica partecipando alle loro missioni possibilmente a condizione di reciprocità.

D. Con quali altri Paesi avete rapporti di collaborazione?
R. Oltre allo storico rapporto che abbiamo con gli Stati Uniti, Paesi con i quali abbiamo rapporti eccellenti sono l’India, la Cina, la Russia, l’Argentina, la Malesia. Di volta per volta esaminiamo le iniziative di comune interesse, come il Siage, grande progetto che abbiamo studiato con l’Argentina, primo esempio nel mondo di costellazione di questa potenzialità, per di più «duale» perché, collegata ai due satelliti argentini, diventa una super costellazione, ovvero una costellazione di costellazioni. Ideata da noi, è il primo esempio di due Paesi che si accordano per realizzare una supercostellazione utile per prevenire e fronteggiare disastri naturali, salvare vite umane, consentire alle strutture di protezione di operare. Con l’India ora lanciamo un nuovo satellite indiano per il controllo dell’atmosfera usando dati provenienti dai satelliti di navigazione, un’idea del tutto innovativa. Invece di spendere risorse nostre, con un proprio lanciatore e un proprio satellite a basso costo l’India ci consentirà di controllarne il funzionamento. Quindi stiamo operando intensamente per migliorare gli investimenti.

D. Quale esperienza ha tratto dalla battaglia che ha condotto per il Galileo?
R. È stata un’esperienza estremamente significativa. Innanzitutto è nata subito dopo il mio incarico, e in quella occasione abbiamo dimostrato che bisogna avere il coraggio di combattere, essere ottimisti, credere nella capacità di realizzare idee, evitare condizionamenti psicologici di sudditanza rispetto ad altri. L’Italia ha tutte le capacità, le intelligenze, le risorse e, nel caso del Galileo, è stata l’unico Paese a votare una legge ad hoc, stanziando un importo di 600 miliardi di lire. Trovare la via che presenta la minor resistenza fa piacere a tutti, non fa piacere stare fino alle cinque del mattino intorno a un tavolo per ottenere quello che è giusto. Non ritengo opportuna questa sudditanza psicologica e penso che siamo riusciti ad ottenere questo grande risultato insistendo sul fatto che non dovevamo ringraziare nessuno, e che avevamo tutte le carte in regola.

D. In particolare cosa avete fatto?
R. Abbiamo usato tutti i mezzi legittimi per far valere la posizione italiana. Racconto un episodio. Quando ebbi il primo incontro per il Galileo, mi trovai a pranzo in un tavolo con i rappresentanti di 7 Paesi, l’ultimo dei quali era l’Italia. Tutti erano d’accordo sulla nostra partecipazione, ma in una situazione di completa minoranza. Ricordo il viso dei rappresentanti tedesco e francese quando io spiegai che senza il voto dell’Italia Galileo non sarebbe andato avanti. Gli sembrò assurdo che un italiano dicesse «Blocco tutto se non tenete conto che l’Italia vuole essere leader; voi dite che deve stare in una posizione di minoranza, io dico che deve essere leader e vi spiego il perché: abbiamo stanziato 600 miliardi, abbiamo investito in telecomunicazioni più di ogni altro Paese d’Europa, le telecomunicazioni sono il settore gemello della navigazione satellitare; perché chi ha investito di più in telecomunicazioni non deve avere questa leadership? La Germania ha voluto costruire la stazione spaziale perché desiderava la leadership in questo campo, la Francia ha voluto la leadership nell’Ariane, noi vogliamo il Galileo». Due si alzarono e dissero: «Non restiamo a tavola a mangiare». Gli risposi: «Io continuo comodamente, perché comunque la mia posizione è questa». Tornarono a sedersi e cominciò la discussione sul Galileo. In questi anni abbiamo mantenuto una posizione di correttezza, lealtà, e chiarezza dimostrando che le nostre posizioni hanno una utilità per tutti.

D. Perché i «cervelli» non hanno prospettive in Italia ed emigrano?
R. Ritengo la «fuga dei cervelli» una favola. Intanto perché c’è da essere orgogliosi che gli italiani siano richiesti all’estero; significa che la cultura italiana è valida. Non mi preoccupo che i giovani vadano a lavorare all’estero, anzi lo auspico. Dobbiamo distinguere se all’estero va un giovane o un «cervello»; inoltre va detto che di «cervelli» in Italia ve ne sono tanti. La mia preoccupazione nasce piuttosto dalla mia esperienza di professore universitario: avendo avuto tanti collaboratori, non ho mai visto un giovane andarsene perché pagato poco, semmai perché non riescono a lavorare bene.

D. Per quale motivo?
R. La causa è la struttura, il cambiare ogni sei mesi o ogni anno attività, avere dei «contrattini» che durano un breve periodo e poi scadono. I giovani desiderano crescere, un laureato che esce dall’Università, già confuso da decine di discipline non ben assortite, a 25-26 anni ha il problema di affrontare la vita, di crearsi una famiglia. Se entra nel mondo della ricerca, cerca di diventare un esperto. Ma se per ottenere anche un piccolo strumento deve trattare con un ragioniere che lo fa aspettare mesi prima che la richiesta sia accettata; se va in missione, deve sospirare a lungo per essere rimborsato; se deve scrivere una lettera a macchina, deve togliere la polvere dalla scrivania. I giovani spesso se ne vanno perché l’ambiente di lavoro non consente di lavorare bene. La domanda che dovrebbero porsi tutti è semmai un’altra: perché altri «cervelli» non vengono in Italia. Allora si torna al problema delle leggi sul lavoro: abbiamo una situazione talmente complessa che, se si vuole far venire un ricercatore da un Paese extraeuropeo, un’infinità di norme non consentono di concedergli un contributo una tantum per far fronte alle spese di insediamento.

D. Quindi si parla del fenomeno in modo improprio?
R. Si banalizza, non si vuole vedere la verità, si sottolinea un aspetto che non è affatto il problema. Quando parliamo di «cervelli» non parliamo di laureati; di questi ne abbiamo migliaia. Parliamo di persone dotate di notevole personalità nell’attività di ricerca, quindi al massimo di alcune centinaia di persone. Io mi preoccuperei piuttosto di vedere quanti cinesi, giapponesi, americani, inglesi operano nel Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quando si chiede un minimo di flessibilità per fare in modo che un ricercatore straniero possa essere pagato di più, ci si scontra con un contratto di lavoro nazionale che prevede lo stesso stipendio per un determinato livello; se il ricercatore deve trovare casa e traslocare non lo si può aiutare.

D. Quali sono le possibilità di ricadute nei rapporti di collaborazione?
R. Sono rilevanti. Innanzitutto, attuando indirizzi del Governo che condividiamo, in questi anni abbiamo unito di più la ricerca pubblica e quella privata. Per dare certezza ai giovani che partecipano alle iniziative oggi lavoriamo solo con un unico management, con contratti unificati e non più annuali ma pluriennali; e nelle fasi di progettazione chiediamo una minima partecipazione degli enti. Il secondo principio che abbiamo stabilito prevede l’attivazione automatica, in base all’importo del contratto, di borse di dottorato per i giovani. Infine cerchiamo di indirizzare le varie iniziative verso realizzazioni che coinvolgano le piccole e medie imprese in modo che, oltre a lavorare sotto contratto con le grandi, esse abbiano una capacità autonoma di creare propri prodotti di mercato.

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