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MERCATO DEL LAVORO

OCCUPAZIONE:
LEGGE 30,
COME CORREGGERLA,
COME INTEGRARLA


di TIZIANO TREU
Senatore della Margherita
Ex ministro del Lavoro

 


a legge delega numero 30 del 5 febbraio 2003 in materia di occupazione e di mercato del lavoro, la cosiddetta legge Biagi, è stata circondata, già prima della sua apparizione, da polemiche e contrapposizioni fortemente ideologiche. A distanza di oltre due anni dalla sua entrata in vigore va vista con più distacco e realismo. Non è possibile fare bilanci significativi sia perché le polemiche non si sono ancora sopite sia perché il suo complesso meccanismo applicativo (e integrativo) non è pienamente entrato in vigore.

Il Ministero del Lavoro non ha ancora attuato il monitoraggio previsto dalla stessa legge a due anni di vita. Le prime analisi degli osservatori mostrano che il suo grado di applicazione è ancora scarso e gli effetti prodotti piuttosto modesti. Non a caso la gran parte dei contratti collettivi conclusi finora si sono concentrati nella regolazione delle (poche) forme contrattuali già note: contratto a termine, part-time, contratto di apprendistato e di inserimento in sostituzione del vecchio contratto di formazione lavoro.

Quanto all’effetto generale sull’andamento dell’occupazione, esso è difficilmente dimostrabile, per la complessità delle variabili rilevanti in proposito. Al di là di dettagli specifici che non si possono analizzare, resta il fatto che la dinamica dell’occupazione, al netto dell’emersione del lavoro specie degli immigrati, si è alquanto rallentata rispetto al passato e nel Sud registra indici negativi. Per altro verso, nel periodo dal secondo trimestre 2004 al secondo trimestre 2005 sono aumentate negli ultimi tempi le assunzioni con contratti a termine: sono cresciute di 129 mila unità, portando il totale dei contratti a termine a 2.048.000 (il 12,4 per cento del totale): questa crescita rappresenta oltre la metà delle nuove assunzioni.

La legge non va abrogata, ma va in parte corretta e in parte integrata e fatta funzionare meglio. La flessibilità è necessaria, ma va resa sostenibile e ne vanno corretti gli abusi. Nella legge 30 c’è una parte in continuità con la normativa emanata dal precedente Governo che riguarda i servizi all’impiego. Questi, decentrati nel territorio, possono migliorare la qualità dell’occupazione se c’è un buon dosaggio tra servizi pubblici e operatori privati. La regia deve restare al servizio pubblico, che deve avere perciò risorse adeguate. Sappiamo, invece, che con le strette ai trasferimenti molte importanti funzioni degli enti locali, in questo caso delle Province, vengono compromesse.

La legge 30 è manchevole su un punto decisivo per l’equilibrio fra flessibilità e sicurezza: mi riferisco agli strumenti di sostegno al reddito cioè gli ammortizzatori sociali. Su questo punto, che era stato annunciato dallo stesso Governo, la legge va integrata. Una rete di sostegno attivo al reddito è necessaria nella turbolenta economia attuale per rendere sostenibile la flessibilità e per facilitare i cambiamenti del nostro sistema produttivo e la conseguente mobilità dei lavoratori, senza traumi sociali.

Per questo motivo una priorità per la prossima legislatura è la riforma degli ammortizzatori sociali, che preveda la loro estensione a tutti i lavoratori e alle piccole aziende, secondo i principi di un disegno di legge già presentato da tempo in Parlamento. È peraltro necessario che l’uso degli ammortizzatori sia reso attivo, condizionato alla piena accettazione, pena decadenza, di programmi formativi o di offerte di lavoro da parte dei beneficiari. Le istituzioni devono essere poste in grado di fornire questi servizi e di esercitare i controlli.

L’eccessiva proliferazione dei tipi contrattuali introdotta dalla legge 30 va corretta perché moltiplica le incertezze delle persone e degli operatori, accentuando i rischi di precarietà. L’introduzione di flessibilità «ai margini» tipica di questa normativa ha effetti distorsivi sulla propensione delle imprese all’innovazione, scoraggia gli investimenti in formazione e la qualità del capitale umano essenziali per la competitività di un Paese come il nostro. Le modifiche da introdurre vanno in due direzioni. Anzitutto vanno abrogate le forme deregolative che moltiplicano le tipologie precarizzanti, in particolare il lavoro a chiamata e lo staff leasing. In secondo luogo occorre ricostruire un quadro adeguato di tutele per tutti i lavori, a cominciare da quelli non standard che sono rimasti fuori della portata storica del diritto del lavoro.

Il part-time è un tipo di lavoro in crescita che va incoraggiato. La legge 30 ha ridotto gli ostacoli alla variabilità delle fasce di orario, rendendola disponibile alle parti con valutazioni individuali senza mediazione dei contratti collettivi. Pure se si superano le riserve sull’opportunità di una simile soluzione, resta da vedere se l’innovazione sia utile a promuovere un uso dell’istituto socialmente accettabile e diffuso. Ritengo che solo una gestione degli orari attenta alle esigenze personali possa renderli appetibili.

La crescita delle collaborazioni coordinate e continuative nel nostro Paese è abnorme e va corretta. Non basta modificare lo schema contrattuale, come ha fatto la legge 30, facendo leva sul progetto e sul termine come elementi caratterizzanti del nuovo contratto a progetto. Occorre superare i «vantaggi» contributivi del contratto a progetto rispetto al lavoro subordinato puntando alla progressiva parificazione dei contributi sociali di tutte le forme di lavoro. Si tratta di correggere uno squilibrio nella regolazione del rapporto che permette abusi e acuisce le divaricazioni nel mercato del lavoro, favorendo forme di lavoro autonomo povero di qualità e di tutele.

Un altro obiettivo da perseguire nelle future politiche del lavoro è promuovere la continuità dei rapporti di lavoro. Questo non significa garantire il posto fisso, obiettivo impossibile, ma sostenere il lavoro a tempo indeterminato come forma normale di occupazione. Vanno meglio finalizzati gli incentivi, orientandoli a questo obiettivo, e va scoraggiato l’uso dei contratti precari. Infittire le causali del contratto a termine non è forse la tecnica migliore per ottenere il risultato. Può essere più efficace affidare alla contrattazione collettiva il compito di stabilire tetti al suo utilizzo, e in ogni caso prevedere disincentivi economici, ad esempio un supplemento di contributi sociali a chi impiega contratti a termine oltre i tetti fissati a seconda dei settori.

Per permettere ai giovani un inserimento positivo nella vita lavorativa è importante, oltre a una solida formazione di base, un uso efficace dei contratti formativi. A tal fine l’istituto centrale su cui vanno concentrati gli sforzi è il contratto di apprendistato. Di questo va rafforzata la natura formativa, anche graduando gli sgravi a seconda delle spese formative (documentate), e tenendo conto delle competenze professionali (verificate) e dell’occupazione ottenuta dall’apprendista.

Per perseguire l’obiettivo della buona occupazione non bastano regole e politiche generali. Occorrono interventi specifici per aumentare le opportunità di lavoro dei gruppi che ora sono sottorappresentati nel mercato del lavoro: giovani, soprattutto per accrescerne l’istruzione e qualificazione professionale e stabilizzarne i rapporti di lavoro; donne, soprattutto con strumenti che favoriscano la conciliazione fra vita familiare e professionale: migliori servizi di cura dei figli e degli anziani, possibilità di part-time con parità di diritti, congedi familiari adeguatamente retribuiti, compensazione del tempo di cura anche ai fini pensionistici; incentivi per l’inserimento e il reinserimento delle donne, specie dopo i periodi di maggiore impegno familiare; anziani, con azioni che promuovano la vecchiaia attiva: sostegni e incentivi al reinserimento al lavoro, anche per attività di tutoring a favore di giovani e di assistenza per altri anziani non autosufficienti; formazione professionale per adeguare le competenze; forme di passaggio graduale fra lavoro e non lavoro, anche con part-time misto a pensione.

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