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SIR IVOR ROBERTS:

COME IL REGNO UNITO AUSPICA L’EUROPA
DEL FUTURO


Sir Ivor Roberts,
ambasciatore della Gran Bretagna
presso lo Stato italiano


Sir Ivor Roberts,
ambasciatore britannico
presso il Quirinale,
illustra l’azione svolta
dalla Gran Bretagna
durante il recente
semestre di presidenza
dell’Unione Europea
e i risultati ottenuti
ai fini dello sviluppo
futuro nel quadro
dell’allargamento
dei confini,
della globalizzazione,
del recupero
di competitività
nei riguardi
dei Paesi asiatici

ntrato nel Servizio Diplomatico britannico nel 1968, nel Dipartimento per l’Africa Occidentale, Sir Ivor Roberts, nato a Liverpool e laureato in Lingue moderne, attuale ambasciatore britannico a Roma presso lo Stato italiano, ha maturato una grande esperienza, oltreché in patria, in varie e importanti sedi diplomatiche all’estero: Libano, Francia, Lussemburgo, Balcani, Germania, Belgio, Sudafrica. Sposato con Elizabeth Smith, già diplomatica anche lei e oggi docente universitaria di Storia dei Balcani - sta scrivendo un libro sul Montenegro -, Sir Ivor Roberts parla correntemente l’italiano, il francese e lo spagnolo e ha una conoscenza del serbo-croato. Fra i suoi hobby figurano l’opera italiana, il teatro, la fotografia e lo sport: per molti anni fu anche arbitro di rugby. Nel prossimo mese di settembre Sir Ivor Roberts si ritirerà dal Servizio Diplomatico per dedicarsi al nuovo compito di presidente del prestigioso Trinity College di Oxford. In tanti anni di carriera diplomatica è oggi una delle personalità più indicate per fare il punto, dopo la conclusione del semestre di presidenza britannica dell’Unione Europea, sulla situazione politico-diplomatica dell’Unione stessa e quindi dell’Italia; e più in generale sui rapporti con il Medio Oriente, l’Asia, l’Africa e gli Stati Uniti.

Domanda. Quali progressi ritiene siano stati compiuti durante la presidenza britannica dell’Unione Europea? Coincidono con le priorità che la Gran Bretagna aveva indicato all’inizio della presidenza, cioè la definizione delle prospettive finanziarie 2007-2013 che condizionano le attività nei settori della politica regionale e delle reti europee di trasporto, e nella riforma della politica agricola comune?
Risposta. I risultati ottenuti nel semestre di presidenza britannica vanno letti soprattutto in funzione del futuro, perché quello che noi crediamo di aver fatto di positivo in tale periodo consiste, essenzialmente, nell’aver dato una cornice all’Unione, prima di tutto per quanto riguarda le prospettive finanziarie con l’approvazione del bilancio dell’Unione Europea, e per il suo allargamento, grazie all’avvio di trattative con la Turchia e con la Croazia; in secondo luogo, per aver posto al centro dell’attenzione, nell’agenda dell’Unione, il tema della globalizzazione; infine per la priorità che abbiamo dato alle riforme in campo economico. Durante la nostra presidenza abbiamo lavorato molto in sintonia con il Governo italiano, che rimane uno dei nostri partner più importanti in Europa.

D. Quale idea di Europa avete?
R. Desidero richiamare l’attenzione sul discorso che il primo ministro britannico Tony Blair ha pronunciato ad Oxford il 2 febbraio scorso, che aveva come tema centrale proprio il futuro dell’Europa. Il primo ministro ha affermato che, affinché possa raggiungere il successo, l’Unione deve risolvere prioritariamente i problemi che assillano i suoi popoli, a cominciare dalle conseguenze economiche e sociali della globalizzazione; e che per rimanere o diventare competitiva deve convincersi ad adottare le riforme economiche. Ha inoltre indicato altre tre priorità per i mesi che seguono: la soluzione dei problemi relativi alla sicurezza, all’energia e alla politica di difesa all’estero.

D. Che cosa intende il suo primo ministro per riforma economica?
R. Il nostro intento è quello di compiere progressi nella predisposizione della direttiva sui servizi, di portare avanti l’iniziativa della Commissione europea sulla deregolamentazione, di rilanciare nella riunione nel 2008 il progetto di riforma universitaria, di concedere incentivi alla ricerca e sviluppo, alla scienza e alla tecnologia. Nel settore della sicurezza intendiamo collaborare ancora più strettamente con i nostri partner europei, per affrontare insieme la minaccia del terrorismo, il problema dell’immigrazione clandestina, il pericolo costituito dalla criminalità organizzata.

D. E per le prospettive energetiche, divenute più preoccupanti negli ultimi tempi?
R. Il vertice che si è svolto lo scorso ottobre a Hampton Court nel periodo della nostra presidenza è stato molto importante per quanto riguarda l’energia. Il presidente francese François Chirac ha affermato recentemente che, al riguardo, in Europa non abbiamo una politica comune, per cui sarebbe giunto il momento di crearla e di attuarla. Questioni preoccupanti da affrontare sono anche quelle relative alla difesa, alla politica estera, al terrorismo internazionale all’urgenza di diminuire la povertà mondiale, alla necessità di continuare il processo di pace in Medio Oriente.

D. Qual è il vostro programma per la sicurezza ?
R. Per quanto riguarda il terrorismo in particolare, condividiamo il programma dell’Unione Europea nel quale figura un’azione diretta a garantire la sicurezza dei cittadini nel rispetto dei loro diritti fondamentali. Questa strategia è basata su quattro obiettivi: impedire che altra gente si orienti verso il terrorismo; dare la caccia ai terroristi e alle loro reti di appoggio; proteggere i cittadini e le infrastrutture; migliorare, infine, la nostra reazione dinanzi agli attacchi terroristici. Grande attenzione va posta, inoltre, nell’evitare la proliferazione e la radicalizzazione del fenomeno e nell’impedire attività di reclutamento di nuovi terroristi. E soprattutto occorre non trasformare le nostre misure in un’azione anti-islamica. Comunque l’Unione Europea deve essere determinata nell’agire contro un piccolo numero di estremisti che si definiscono islamici.

D. Ma in politica estera l’Unione Europea non è spesso divisa?
R. Sotto la nostra presidenza è stato disposto un coordinamento in occasione delle crisi, in particolare quando si tratti di crisi che coinvolgono più Paesi; per esempio, alla fine di luglio, per arrestare il terrorista Hamdi Issac è stata attuata una stretta ed efficace collaborazione con le autorità italiane. Altrettanto necessario è il processo noto come «evaluation»: ogni due anni ogni Paese membro dell’Unione viene esaminato e le sue misure contro il terrorismo vengono soppesate da un altro Paese, come viene fatto per il sistema economico, che è sottoposto ad analisi approfondite. Contro i finanziamenti destinati al terrorismo sono state messe in atto, durante la nostra presidenza, varie misure per contrastare il cattivo uso dei fondi di beneficenza, misure dirette ad impedire l’accesso alle sostanze esplosive e a combattere l’abuso di internet. Inoltre si è evidenziata l’utilità dello scambio di informazioni tra i servizi di intelligence dei vari Paesi.

D. Come affrontare la nuova situazione determinata dal cambiamento delle leadership israeliana e palestinese?
R. Negli ultimi mesi i due Paesi sono andati nuovamente incontro a un momento profondamente critico, ma dobbiamo aggiungere che, anche se le persone e i partiti cambiano, spesso certe situazioni rimangono le stesse. Esiste un accordo a livello internazionale tra l’Unione Europea, la Russia e gli Stati Uniti sulla cosiddetta «road map», che indica la necessità di riconoscere due Paesi, Palestina e Israele. Questo principio non si può mettere in dubbio. Il nuovo Governo palestinese deve accettare questo principio e il compromesso democratico: cioè deve impegnarsi a rinunciare alla violenza; in tal caso sarà benvenuto, ma non è possibile portare in una mano il risultato di un voto e nell’altra un’arma. Minoranze contrarie a un’intesa vi saranno senz’altro, ma io credo che in ogni Paese del mondo c’è desiderio di pace, di prosperità e di sicurezza, e ritengo che il voto per il partito Hamas non era mirato alla violenza e alla distruzione d’Israele, ma voleva essere una protesta per la qualità della vita e contro il Governo che avevano da molto tempo. Purtroppo le rivendicazioni di questi ultimi giorni non sono molto incoraggianti e occorre molta durezza nel riaffermare il diritto inalienabile d’Israele ad esistere in pace e in sicurezza con i vicini.

D. Che pensa della posizione dei dirigenti dell’Iran?
R. È necessario conoscere meglio l’atteggiamento del nuovo presidente dell’Iran, le cui dichiarazioni hanno creato un senso di insicurezza e di instabilità proprio in una regione che ha bisogno dell’opposto. Chiunque neghi il diritto d’Israele ad esistere, fa un’affermazione inaccettabile. Israele è un Paese che fa parte delle Nazioni Unite e gode di tutti i diritti che derivano da questa posizione. Non pretendo di conoscere come funziona la mente del presidente dell’Iran, anche se certamente sta parlando per incoraggiare il popolo iraniano alla shoah, alla persecuzione degli ebrei, ma le sue sono parole inaccettabili oltre qualsiasi limite.

D. Ma è giusto che gli europei deridano le religioni di altri popoli?
R. Sebbene non si debbano suscitare reazioni violente da parte delle frange più estreme, resta indiscutibile che la satira è un’espressione della libertà dell’Occidente, e questa libertà va sempre esercitata con prudenza. È ovvio che, a proposito delle vignette pubblicate quattro mesi fa in Danimarca, è stata manipolata ed esasperata la situazione. Anche l’esagerazione da parte della stampa nel dare la notizia della violenza che sarebbe stata commessa da soldati britannici contro ragazzini iracheni disarmati rientra nell’atteggiamento di una certa parte della stampa di oggi, che tende a esagerare le notizie prima che sia stata condotta a termine un’apposita indagine.

D. Ha accennato alla necessità di investire nella ricerca e sviluppo; li ritiene necessari?
R. L’innovazione approvata nella Conferenza di Lisbona per noi è molto importante. Siamo delusi perché nella sua attuazione i vari partner dell’Unione non riescono a destinare il 3 per cento del prodotto interno lordo alla ricerca e sviluppo. In Italia si spende a tal fine l’1 per cento, in Gran Bretagna il 2 per cento, entrambi i Paesi sono sotto il livello che si pensava di raggiungere 5 anni fa. Il nuovo obiettivo per il 2014 dovrebbe essere pari al 2,5 per cento. Per vedere come un Paese può riuscire, per tale strada, a sviluppare l’economia basta guardare gli Stati Uniti d’America e il Giappone, che hanno investito di più in ricerca e sviluppo e hanno dimostrato il legame diretto esistente tra tali spese e la crescita economica. Negli ultimi venti anni gli Stati Uniti, invece del 2,4 per cento del prodotto interno lordo programmato, hanno speso in ricerca e sviluppo il 2,8 per cento, mentre da noi nello stesso periodo c’è stato un calo, si è scesi dal 2,4 all’1,9 per cento.

D. Per la spietata concorrenza cinese l’Occidente è giunto a un momento cruciale del commercio internazionale. Il suo Governo come ritiene di affrontare la situazione?
R. Nella Conferenza di Hong Kong dello scorso dicembre non si è raggiunto un pieno accordo, ma l’atmosfera era comunque abbastanza ottimista e speriamo che le trattative, anche se difficili, possano portare a risultati positivi; quello che maggiormente preoccupa, al momento attuale, è il settore dell’agricoltura, dal momento che non sarà più facile soddisfare gli interessi di tutti. Continuiamo tuttavia a sperare nella possibilità di un accordo; in questo quadro un impegno molto consistente deve essere rivolto, da parte dei Paesi del G8, verso l’Africa, obiettivo che ha costituito uno dei temi principali della nostra presidenza.

D. Molti in Italia ritengono che l’Unione Europea favorisca la conquista, da parte di gruppi finanziari nord-europei, di mercati e aziende italiane, dando luogo a una surrettizia neocolonializzazione? È così?
R. Tra i principali problemi che mi trovo giornalmente ad affrontare figura l’azione diretta a convincere le imprese britanniche ad investire in Italia e a sostenerle in tali operazioni; ogni anno compagnie britanniche investono all’estero consistenti somme, ma io spesso devo ricevere rappresentanti di aziende che chiedono consigli dinanzi alle difficoltà frapposte dalla burocrazia italiana ai loro investimenti. E invece di ridursi, tali difficoltà aumentano: è diffuso un senso di protezione del mercato nazionale, che non aiuta certamente gli insediamenti stranieri. È difficile spiegare alle nostre imprese i motivi per i quali non sono benvenute in Italia. Nello stesso tempo mi sono impegnato a far capire in Italia che gli investimenti dall’estero non sono una minaccia, e in questo ho trovato l’appoggio da parte della Confindustria e della società Sviluppo Italia.

D. È positivo il fatto che molte imprese italiane siano già cadute in mani straniere ma non viceversa?
R. In Inghilterra non esiste più una marca di automobili inglese, però vi si producono più auto che in Italia; conseguentemente questo settore fornisce migliaia di posti di lavoro. Per noi non è importante la proprietà della marca, ma dove questa opera. La Nissan è giapponese, ma ha compiuto grandi investimenti in Gran Bretagna; le sue auto saranno pure riconosciute come giapponesi, ma la realtà è che sono fabbricate in Inghilterra e assicurano lavoro, in aree come il Galles, dove prima si registrava un alto tasso di disoccupazione.

D. Il Sud d’Italia non è penalizzato da direttive europee che aumentano i costi di produzione?
R. A maggior ragione il Meridione dovrebbe considerare benvenuti gli investimenti stranieri. Ma spesso avviene come a Brindisi, dove sugli impianti di rigassificazione ci sono stati creati infiniti problemi da parte del Comune, della Provincia, della Regione, senza che venissero compresi i vantaggi, derivanti a tutta l’economia italiana, di una politica in grado di fronteggiare le difficoltà del rifornimento energetico acuitesi in questo periodo.

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