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GIUSEPPE NUCCI:

OCCORRE
PIÙ INFORMAZIONE
SULL’ENERGIA NUCLEARE


L’ing. Giuseppe Nucci,
amministratore delegato
della Sogin


L’amministratore
delegato della Sogin,
società che ha il compito
di mettere in sicurezza
e smantellare
gli impianti nucleari
italiani e che opera
anche in campo
internazionale, ritiene
che i timori
ancora suscitati
da essi siano dovuti
anche alla scarsa
informazione
che ha sempre
penalizzato il settore
nucleare in Italia


n acciaio levigato, con le dentellature che delineano una grande curva destinata a dilatarsi nello spazio, a vederla adagiata sulla base di legno ricorda un’opera di Umberto Mastroianni, lo scultore dei metalli. È quello che resta di Zoe, la più grande turbina costruita in Italia: 60 metri di asse, oltre 4 di diametro, era alimentato dal reattore della centrale nucleare di Caorso, che i progettisti avevano chiamato Arturo in nome dei due bambini terribili dei fumetti. «Dismissione della Centrale nucleare di Caorso: pezzo di diaframma della turbina principale, dicembre 2005», si legge nell’etichetta d’ottone sul lato sinistro del frammento di Zoe.

Alle pareti le foto di ciascuna delle quattro centrali nucleari che dal 1966 ai tardi anni 80 collocarono l’Italia al terzo posto nella graduatoria dei Paesi produttori di energia elettrica nucleare, dopo Usa e Gran Bretagna, avanti a Francia, Germania, Giappone e resto del mondo. Oggi la Francia è il primo Paese nucleare in Europa con 59 centrali, di cui 7 tra Grenoble e Nizza, ai confini d’Italia, e produce 115.800 megawatt; la Gran Bretagna ne ha 27 e per raccomandazione governativa la produzione non può scendere sotto il 20 per cento del totale; la Germania ne ha 19 che forniscono il 30 per cento; la Svezia ne ha 11 che coprono il 45 per cento; la Finlandia sta realizzando la quinta centrale, portando a 155 il totale europeo da cui è assente l’Italia, importatrice di quasi l’85 per cento del combustibile, petrolio, gas o carbone per produrre 52.590 megawatt delle ore di punta, da distribuire con 24 mila chilometri di rete a 22 milioni di famiglie e 5 milioni di industrie. Oggi Caorso è in fase di «decommissioning», ossia smantellamento.

All’epoca dalle 6 facoltà di Ingegneria nucleare delle Università, con centinaia di studenti anche di altri Paesi, uscivano circa 500 ingegneri nucleari l’anno. Oggi se ne laureano ogni anno una cinquantina e vanno a lavorare in altri settori industriali avanzati o all’estero. L’impoverimento del patrimonio scientifico e culturale creato con il programma energetico nazionale del 1958, è uno degli effetti negativi del referendum dell’8 novembre 1987, ignorato dalle prefiche politiche e accademiche che lamentano la carenza di ricerca scientifica. Quel giorno il 65,1 per cento degli italiani votò per 5 referendum che, sotto le contorsioni del lungo e articolato quesito cui si doveva rispondere con un secco «Si» o «No», riguardavano la responsabilità civile dei giudici, l’istituzione di una Commissione inquirente, la localizzazione di nuove centrali nucleari ma non lo smantellamento dell’esistente, i contributi agli enti locali che le ospitavano e la partecipazione dell’Enel a progetti di impianti nucleari all’estero. Tutti e 5 i referendum ebbero risposta affermativa: per l’80,2 per cento quella sulla responsabilità civile dei giudici, per l’85 la Commissione inquirente, l’80,6 la localizzazione delle centrali nucleari, il 79,7 i contributi agli enti locali, il 71,9 per cento la partecipazione del nostro ente dell’energia ad impianti all’estero.

Malgrado l’esito più che favorevole, il contenuto del primo referendum venne disperso nelle more delle polemiche politiche. I tre quesiti sulle centrali furono acclamati come una definitiva manifestazione della volontà popolare contro il nucleare: ad ambientalisti, ecologisti e verdi va riconosciuta la capacità di diffondere una paura collettiva, soprattutto se irrazionale e immotivata; nel 1986, il 26 aprile, nella centrale di Cernobyl, in Ucraina, c’era stato un grave incidente, con la fuoriuscita nell’atmosfera di materiale radioattivo contaminando la zona, con effetti diffusi in ampie aree d’Europa. L’impressione accentuata dalla eccezionalità dell’incidente, dovuto, come è stato accertato, oltre ad errori di progettazione e di costruzione dell’impianto, a carenze di controlli e di manutenzione, e subito dopo al comportamento delle autorità sovietiche preoccupate di minimizzarlo anziché di adottare subito adeguate misure.

Ebbe buon gioco, da noi, la paura alimentata da disinformazione e da notizie allarmistiche: «In Svezia la verdura è contaminata», si diceva. Crollò il consumo dell’insalata dei nostri orti. Aumentarono le vacanze nei mari del Tropico del Cancro. Cominciò la raccolta di firme per il referendum. La Via Aurelia, all’altezza della centrale di Montalto di Castro, fu interrotta dalle manifestazioni di neofiti antinuclearisti. È opportuno ricordare quel periodo a chi non l’ha vissuto, oggi che il tema energia è diventato di primaria importanza non solo per l’economia, per la produttività, per il nostro benessere domestico ma per l’opinione pubblica, rimasta sensibile agli slogan d’effetto.

È di questi giorni la decisione della Regione Lazio di bloccare i lavori per la trasformazione a carbone di una centrale elettrica alimentata a gas a Torvaldaliga, vicino Civitavecchia, preferendo realizzare un rigassificatore. Contemporaneamente la Regione Puglia rifiuta il rigassificatore della British Petroleum Italia già dotato delle debite autorizzazioni. E dovunque un «no» al nucleare, ma si vuole elettricità a basso costo per alimentare giorno e notte tv, decoder, radio, internet, lavatrici, microonde, condizionatori, caldaie, luci. E «no» alle antenne telefoniche per l’inquinamento elettromagnetico, scientificamente smentito, ma 63 milioni di telefonini sono costantemente appesi al nostro orecchio. «No» alla Tav ma i treni devono andare velocissimi in tutte le direzioni, «no» alle autostrade ma traffico fluido e rapido, «no» ai parcheggi sopra o sottoterra ma città libere e strade sgombere, «no» ai depuratori e alle discariche ma acque, fiumi, terreni puliti.

«No» agli Ogm, anche se scientificamente riconosciuti innocui e utili alla grande produzione agricola, ma in tavola prodotti biologici intonsi, belli, privi di nei in grande varietà e quantità, soprattutto a basso costo e in ogni stagione. «No» all’inquinamento di benzene ma l’auto sottocasa in tripla fila per evitare anche i pochi passi a piedi fino al tabaccaio d’angolo. Strano popolo, individualista, intelligente, estroso, vivace, ma compatto al seguito di guru, sapienti e maestri di vita improvvisati, i veri furbetti. Per lo sviluppo del programma nucleare vennero spesi 120 mila miliardi di lire dell’epoca, cui vanno sommati 28 mila miliardi per l’importazione di energia dall’estero per coprire l’assenza del nucleare, oltre al costo dello smantellamento di centrali e impianti esistenti, calcolato nel 2002 in 7.200 miliardi: in totale 155.200 miliardi di vecchie lire fino ad oggi il prezzo di quel referendum.

Questo il conto presentato a tutti noi per la rinuncia al nucleare, da rivedere col petrolio (e gas equivalente) vicino ai 70 dollari al barile. Cui si aggiungono i costi dei nuovi impianti necessari per rispondere alle crescenti richieste dei consumatori, alimentati da gas, carbone, olio, vento, sole, biomasse, nocchie o dal nucleare che si voglia, per non far ritornare il Paese alla felice epoca del contadino con la zappa, dell’acqua portata con l’anfora sul capo dalle donne, delle sedie di paglia e legno segato a mano, del carro trainato dai buoi, del tram a cavalli.

Per demolire a furor di popolo quanto era stato avviato nel 1958 con buoni risultati dal programma energetico nazionale, il primo novembre 1999 è stata creata la Sogin, Società Gestione Impianti Nucleari, con azionista il Ministero dell’Economia e indirizzi operativi di competenza del Ministero delle Attività produttive. In effetti si è scorporata una società del Gruppo Enel, con i quadri tecnici, gli esperti e le strutture già impegnati nella localizzazione, progettazione, costruzione ed esercizio delle quattro centrali nucleari italiane, per dedicarla al «decommissioning» predisposto dal Ministero dell’Industria.

I compiti della nuova società sono definiti dall’articolo 4 dello statuto: «Esercizio delle attività relative allo smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse, alla chiusura del ciclo del combustibile e attività connesse e conseguenti», convalidando la decisione di demolire le centrali che rappresentano la voce principale di spesa del nucleare, mentre la sua convenienza è nei bassi costi di produzione. Al terzo comma è prevista la possibilità di svolgere «attività di ricerca, consulenza, assistenza e servizi in tutti i settori attinenti l’oggetto sociale, nonché qualunque attività che consenta una migliore utilizzazione e valorizzazione delle strutture, risorse e competenze impiegate»: poche parole che consentono di operare all’estero, confermate nel 2004 dalla legge 239 voluta dal ministro Antonio Marzano sul riassetto del sistema energetico.

La demolizione degli impianti dovrebbe concludersi entro il 2025 con la sistemazione del combustibile irraggiato, il trattamento e il condizionamento dei rifiuti radioattivi, la decontaminazione e il ripristino ambientale dei siti, che potranno essere destinati ad altri usi. Il combustibile nucleare utilizzato è stato o sarà inviato all’estero per il processo di ritrattamento, ovvero per la separazione delle componenti riutilizzabili dalle scorie vere e proprie. Il combustibile che non può essere sottoposto a ritrattamento sarà conservato a secco in contenitori metallici corazzati, denominati cask, in attesa della sistemazione definitiva nel deposito nazionale, di cui ancora non è stato definito quando verrà costituito né dove sarà localizzato.

L’unica cosa certa, dopo il rifiuto della popolazione di Scanzano, è che nessun Comune è disposto ad ospitarlo, mentre in altri Paesi europei ci sono Comuni che si disputano la possibilità di ospitare i depositi per ricavarne i contributi previsti, sicuri della loro innocuità a 1000 metri di profondità, senza impatto ambientale, controllati da sistemi computerizzati, con impiego di molte persone addette alla logistica e alla manutenzione. Un bilancio autonomo della società è relativo alle attività di mercato, come assistenza e sicurezza negli impianti dell’Est europeo su incarico della Commissione europea, gestione della rete accelerometrica su incarico della Protezione Civile, assistenza tecnica all’Enel, global partnership per lo smantellamento dell’arsenale nucleare ex sovietico.

Dal 21 ottobre scorso amministratore delegato della Sogin, di cui è presidente il professor Carlo Jean, è Giuseppe Nucci, laureato in Ingegneria meccanica nel 1977 a La Sapienza di Roma, che ha già ricoperto con successo incarichi direttivi nell’Astra Veicoli Industriali del Gruppo Fiat, nella Tecnomasio-Brown Boveri, nella Cementir del Gruppo Iri-Caltagirone, amministratore delegato della Sole del Gruppo Enel e presidente dell’Aidi, Associazione Italiana di Illuminazione. La Sogin occupa attualmente 785 dipendenti, con una età media di 45 anni.

Domanda. Le centrali nucleari da smantellare non avrebbero contribuito alla nostra autonomia energetica?
Risposta. Io ho il compito di smantellarle e di mettere in sicurezza i materiali. Di questo soprattutto mi preoccupo. Come osservatore esterno constato che il problema dell’energia e delle risorse per produrla si pone sempre più all’attenzione di tutti. Ora più che mai l’energia va considerata un bene prezioso da studiare, ricercare, difendere con soluzioni adeguate. Sono onorato di essere stato nominato amministratore delegato della Sogin, è una azienda preziosa per quello che fa nel Paese. Perché c’è e ci sarà un grande sviluppo nel settore nucleare all’estero, al quale partecipiamo con la nostra competenza specifica, accanto al lavoro per il «decommissioning» in Italia. Dobbiamo occuparci di 8 impianti, le quattro centrali ex Enel di Trino, Caorso, Latina e Garigliano e cinque impianti di trattamento e fabbricazione del combustibile nucleare di proprietà dell’Enea e dell’FN. Sono i siti Eurex di Saluggia, Opec e Ipu della Casaccia, Itrec di Rotondella e Bosco Marengo nei quali stiamo bonificando i materiali radioattivi presenti. Tutti entrarono in esercizio a partire dai primi anni 60, furono fermati nella seconda metà degli anni 80 e sono in fase di smantellamento.

D. La loro sorte è stata decisa senza alcun atto del Parlamento?
R. Nel 1987 fu imposta dal Governo una moratoria di 5 anni per la costruzione di nuove centrali, mai si andò ben oltre questa scadenza; l’Enel si trovò con le centrali ferme, con il combustibile nel reattore e senza indicazioni sul da fare; il Cipe con una successiva delibera l’invitò a considerarle ferme definitamente.

D. Si disse di procedere allo smantellamento? Non è una contraddizione con la facoltà data alla Sogin di partecipare alla progettazione, costruzione e gestione di centrali nucleari in altri Paesi?
R. Le indicazioni che ci sono state impartite dal nostro azionista, il Ministero dell’Economia, e dal nostro referente operativo, Ministero delle Attività produttive, sono precise e ad esse ci atteniamo. Siamo depositari di gran parte del know how nucleare italiano, proveniente dall’esperienza dell’Enel e arricchito con l’incorporazione degli asset nucleari e del personale di Bosco Marengo della FN e con l’acquisizione del 60 per cento della Nucleco. Abbiamo rinverdito questo patrimonio con l’acquisizione di giovani ingegneri nucleari ai quali la nostra attività all’estero consente di acquisire in centrale l’esperienza che non potrebbero fare in Italia. Abbiamo giovani che parlano due o tre lingue, hanno notevole esperienza e sono spesso all’estero. Questo perché l’attività della Sogin è centrata sul nucleare. Il mandato esplicito del Governo riguarda in primo luogo il mantenimento in sicurezza e il progressivo smantellamento delle installazioni italiane. Operare all’estero ci è consentito dallo statuto e questo ci ha permesso per esempio di essere indicati dal Governo come gestori dell’accordo di global partnership con la Russia e di agire in altre aree con l’Enel.

D. Demolite in Italia e costruite fuori?
R. Il fatto che in Italia stiamo demolendo non contrasta con l’attività di consulenza per lo smantellamento all’estero di centrali obsolete che hanno concluso il periodo di vita, o per la costruzione di nuove. Svolgiamo due attività diverse avendo il know how di entrambe. In ambito internazionale operiamo sotto l’egida della Commissione europea per il miglioramento della sicurezza del sistema nucleare dell’Europa dell’Est. Alla Sogin, in attuazione degli accordi del G8 di Kananaskis del 2002, è stato riconosciuto il ruolo di gestore dell’accordo bilaterale Italia-Russia per il progressivo smantellamento dell’arsenale nucleare ex-sovietico. Forniamo inoltre il nostro supporto al Centro comune di ricerca dell’Euratom di Ispra.

D. Avete altre commesse?
R. Con l’approvazione della legge Marzano l’Enel ha potuto avviare il processo di acquisizione della Slovenske Electrarne e la partecipazione al progetto Epr. Per questo si avvale anche della collaborazione della Sogin per le valutazioni tecnico-economiche. Un operatore che si propone per la gestione di iniziative nucleari in ambito internazionale deve presentare credenziali e certificazioni specifiche. La Sogin dispone di queste credenziali e può porle a disposizione di qualunque operatore nazionale interessato ad operare all’estero.

D. Perché esiste ancora tanta paura del nucleare?
R. C’è scarsa informazione sui rischi e sui benefici. Quando si svolse il referendum era diffusa una grande preoccupazione. Adesso occorre un’opera seria e approfondita di informazione sulla messa in sicurezza e lo smantellamento delle centrali, anche sotto l’aspetto tecnico ed economico perché tutti devono sapere come vengono spesi i fondi. Non possiamo procedere nel «decommissioning» se i molti soggetti interessati, regionali e centrali, non hanno rilasciato le autorizzazioni, che sono complesse e spesso rappresentano una novità, perché prive di prassi consolidate. Anche per questo, oltre alla necessità di snellire le procedure interne, l’articolazione organizzativa, varata dal nuovo Consiglio di amministrazione prevede specifiche direzioni per il coordinamento degli iter autorizzativi centrali e territoriali, per i progetti esterni nel settore ambientale, per quelli esterni nel settore nucleare, per la disattivazione, le tecnologie e l’ingegneria.

D. L’attività all’estero produce utili?
R. Sarà separata contabilmente come attività per conto terzi, perché non può usare denaro destinato al «decommissioning», e deve operare con utili provenienti dal mercato. Sul «decommissioning» non possiamo avere margini o perdite, pagate le tasse, la contabilità deve chiudersi a zero, con i costi coperti dalla componente A2 della bolletta energetica e dai fondi conferitici dall’Enel.

D. In che consiste l’attività di mercato?
R. Il mercato internazionale del «decommissioning» è in forte crescita, dal momento che la vita tecnica degli impianti in esercizio è ormai elevata. Benché molte delle strategie nazionali prevedano l’estenzione del periodo di esercizio degli impianti,è prevedibile che a partire dal prossimo decennio il numero di reattori da smantellare cresca. Consideriamo quindi importante essere presenti in questo mercato, e la nostra presenza in molti impianti dell’Est europeo va vista anche come un’azione strategica. A questo fine abbiamo anche accordi di collaborazione con Gran Bretagna, Germania e Francia per lo sviluppo di competenze e tecnologie avanzate. Un mercato diverso è quello rappresentato dallo smantellamento degli arsenali nucleari ex-sovietici, di cui ho già detto. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto fra Italia e Russia abbiamo il compito di smantellare tre unità navali a propulsione nucleare, di sistemare il combustibile nucleare irraggiato e i rifiuti radioattivi, di realizzare due impianti per il trattamento dei rifiuti a bassa e alta attività, di contribuire alla realizzazione di una nave per il trasporto di materiali radioattivi e altro ancora. Un’attività che ci impegnerà per un decennio. Infine esistono interessanti prospettive nel campo dei servizi di ingegneria ambientale, in particolare nel settore della caratterizzazione e della bonifica di siti industriali contaminati.

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