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Corsera Story

Un tempo solo
punto d’arrivo,
ora anche di partenza

L'opinione del Corrierista

Roma, Via della Mercede 37

egli ultimi anni, due autorevoli redattori della redazione romana del Corriere della Sera, Antonio Padellaro, già redattore-capo di essa, e Francesco Merlo, apprezzato articolista, si sono dimessi per trasferirsi in altri giornali, il primo come vicedirettore di un settimanale dal quale poi è passato a fare il vicedirettore e in ultimo il direttore de L’Unità, il secondo per assumere lo stesso incarico di articolista a La Repubblica. In questi passaggi Padellaro ha compiuto anche un’evoluzione politica a 180 gradi dal momento che il padre era direttore generale del Servizio Informazioni della Presidenza del Consiglio nell’epoca in cui, per avere un posto nello Stato, bisognava non avere parenti di sinistra fino alla settima generazione.

Si tratta di due soli esempi, eloquentissimi, di un fenomeno verificatosi negli ultimi decenni e tuttora in corso: il difficile ingresso e la facile, disinvolta uscita dal Corriere di redattori di ogni livello. Qualcosa deve essere cambiato rispetto alla vecchia tradizione. Quando, nel 1956, ricevetti l’invito dal Corriere a svolgere una sostituzione estiva nella redazione romana, ero responsabile della Terza Pagina del Momento Sera e braccio destro del direttore Marco Franzetti. Volevo rifiutare, ma il redattore-capo, Antonio Sergio, persona dotata di grande esperienza, altruismo e umanità, mi disse perentoriamente e paternamente in tipografia: «Se domattina ti rivedo qui, ti caccio a calci. Al Corriere si fa, non si discute».

C’erano anziani giornalisti che per tutta la vita avevano aspirato ad entrare al Corriere ed erano andati in pensione senza riuscirvi. Italo Dragosei, brillante scrittore, collaboratore di giornali satirici, critico teatrale, acuto articolista, salì innumerevoli volte le scale prima di Via della Mercede 37 poi di Via del Parlamento 9, sedi successive della redazione romana, nella speranza di essere assunto; non vi riuscì mai; pochi giorni prima di morire ebbe il conforto di sapere che io ero riuscito a far affidare al figlio Fabrizio una sostituzione estiva; Fabrizio è tuttora al Corriere, corrispondente da Mosca.

Una volta assunti al Corriere, non se ne usciva più. Io ebbi allettanti offerte dalla Rai-tv, da Edilio Rusconi che voleva nominarmi proprio rappresentante personale a Roma presso le Istituzioni, dall’editore Luigi D’Amato che voleva affidarmi la direzione dei due suoi quotidiani; non accettai mai. Pensavo che optare per qualunque altro posto, anche importantissimo, sarebbe stato per me, anzi per chiunque del Corriere, scendere un gradino. Semmai, per andare oltre il grado di redattore-capo avrei dovuto trasferirmi a Milano, capitale dell’editoria. Conclusione: se oggi alla porta del Corsera si registra un andirivieni sempre più frequente di redattori, un motivo deve esservi. Che non è il trattamento economico: per chi ha la passione del giornalismo questo viene in un secondo tempo, quando non c’è più altra ragione per restare.

Allora perché ciò avviene? Evidentemente perché non c’è più nei redattori l’orgoglio di stare al Corriere; o, meglio, di essere del Corriere. Lavorare al Corriere, o a Repubblica, o alla Rai, o in una tv privata, o nell’Ufficio-stampa di un politico o di un’azienda, è la stessa cosa. Anzi non lo è perché, visto che si è di molto attenuato il senso di appartenenza al Corriere, altri ruoli in altri ambienti possono essere molto più gratificanti: o economicamente, o per altri benefici materiali immediati, o per le prospettive di carriera.

Di chi è la colpa? Un po’ dei redattori stessi, un po’ della proprietà. Cominciamo da quest’ultima. Quando entrai nella redazione romana c’era un anziano giornalista, Vezio Vincenzotti, che si avvicinava ai 70 anni e vedeva pochissimo nonostante un paio di occhiali dalle lenti molto spesse. Un giovane ambizioso collega, Ugo Indrio, sottolineava il fatto nella speranza di poterlo sostituire. Allora Gaetano Afeltra raccontò che un analogo episodio si era verificato anni prima a Milano, ma l’amministratore dell’epoca aveva obiettato: «Non sapete quanto è utile all’azienda quello stipendio che voi ritenete sprecato: vedendo quel collega anziano, tutti i redattori lavorano molto di più, con più passione e con più attaccamento, perché sanno che il Corriere non li abbandonerà quando saranno diventati vecchi o malati».

Ma quando scomparve la vecchia dinastia dei Crespi - gli editori Aldo, Mario e Vittorio -, e subentrarono gli eredi che cominciarono a farsi guerra tra loro e a circondarsi di adulatori indegni del Corriere, l’antica regola fu abbandonata, e la clamorosa protesta e uscita di Indro Montanelli ne fu la prova. A proposito di quest’ultima vicenda, nessuno ha finora detto tutta la verità e indicato i nomi, anzi il nome oggi riverito e rispettato, del responsabile di quel «vulnus» allo stile, ai principi e alla prassi del Corriere.

Le nuove proprietà succedutesi - gli Agnelli, i Moratti, i Rizzoli, di nuovo gli Agnelli, i Romiti fino all’attuale «patto di sindacato» -, ma soprattutto i loro management sono responsabili della mortificazione dell’«orgoglio Corsera»; giunsero perfino a licenziare, con il pretesto giuridicamente e formalmente ineccepibile dello stato di crisi - un assurdo per un Gruppo del genere -, numerosi giornalisti al compimento del 58esimo anno di età, quindi nel pieno delle forze, delle conoscenze, dell’esperienza. Se all’epoca fossi stato editore, mi sarei messo ad aspettarli alla porta, per assumerli tutti.

Ovviamente un’altra non indifferente parte di responsabilità hanno i giovani, amanti di orari meno pesanti, di ferie e svaghi, non abituati a considerare già una gratificazione il lavoro al Corriere. Non è colpa loro, semmai di una società del benessere che indulge in vacanze, settimane corte e bianche, ponti, scioperi, assenteismo ecc. Nei primi dieci anni al Corriere io lavorai tutte le domeniche e tutte le notti senza alcun compenso supplementare; e negli anni accumulai 654 giorni di ferie non godute, un record assoluto. In 36 anni non lavorai di domenica solo quando ebbi la febbre o subii interventi chirurgici.

Quando me ne andai, ogni venerdì il segretario di redazione era costretto a fare il giro della redazione alla supplichevole ricerca di redattori propensi a lavorare il sabato, nonostante fosse un giorno lavorativo; c’era sempre il rischio che la domenica il giornale non sarebbe uscito. E il lunedì veniva pubblicato solo grazie al solito manipolo di volenterosi, prevalentemente composto dai più anziani. Ormai chi è capace di sradicargli dalla mente la cultura del week end, propinata negli ultimi decenni da questa società e da questi giornali?

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