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COMMERCIO

Hong Kong: dichiarazione
timida, tuttavia una svolta

di mons. SILVANO M. TOMASI
Arcivescovo, Nunzio Apostolico, Osservatore permanente
della Santa Sede presso l’Onu

 


essuno è rimasto pienamente soddisfatto dei negoziati e della Dichiarazione conclusiva, ma il risultato finale della sesta Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) svoltasi a Hong Kong nel dicembre scorso ha costituito un passo avanti. Primo, perché il consenso raggiunto dai 150 Paesi membri della WTO ha confermato la vitalità del sistema globale di commercio le cui regole dovrebbero essere rispettate da Paesi grandi e piccoli: economie predatorie o isolazioniste non sono benvenute nel mondo di domani. Secondo, perché ha mostrato la crescente capacità delle economie più povere e più piccole del mondo di negoziare come gruppo e di apportare il proprio contributo. Nonostante l’intesa minima, vantaggi per i Paesi più poveri potrebbero arrivare tanto più presto quanto più desiderabile, e l’egemonia dei Paesi oggi più importanti nel commercio dovrà tener conto che la riunione di Hong Kong è servita.

Presentato come un «development round» o ciclo negoziale per lo sviluppo, il dibattito dentro e fuori della Conferenza era infatti incentrato su come fare del commercio un motore dello sviluppo. Su questo obiettivo non mancava l’accordo, ma i diversi blocchi di potere erano molto divisi su come raggiungerlo. Dietro i complicatissimi negoziati e le manovre dei vari Paesi erano evidenti alcuni temi importanti. L’agricoltura e soprattutto l’esigenza di accedere ai mercati ricchi figurava al primo posto dell’agenda dei lavori per i Paesi più poveri. Nel frattempo i Paesi ricchi si confrontavano su eventuali piani per porre fine ai sussidi che stravolgono il commercio e inibiscono le esportazioni dai Paesi poveri. I loro dibattiti erano strettamente legati a quanto avrebbero ricevuto come contropartita per lo smantellamento delle proprie misure protezionistiche.

Sull’agricoltura si sono raggiunti pochi risultati positivi, e questo forse spiega la mancanza di passi avanti sostanziali per lo sviluppo. Stati Uniti, Unione Europea e Giappone si sono accordati per rinviare le discussioni dettagliate sull’agricoltura agli inizi del 2006; allora potranno valutarsi i benefici che il Doha Round porta ai Paesi poveri e verificare l’impegno ad eliminare tutti i sussidi che stravolgono la liberalizzazione degli scambi internazionali. Mentre i Paesi più ricchi e quelli più poveri si sono trovati, in linea di massima, d’accordo su cosa occorre fare nel settore dell’agricoltura, le economie emergenti come Brasile, India e Cina hanno costituito un terzo polo. Il Brasile, potenza agricola del Sud del globo, aspettava il semaforo verde per l’accesso ai mercati dell’Europa e degli Usa; la contropartita richiesta da europei e nordamericani era l’accesso dei servizi e dei prodotti industriali al mercato delle economie emergenti.

Nelle ultime ore della Conferenza, l’Europa ha accettato di eliminare progressivamente i sussidi alle esportazioni di prodotti agricoli per il 2013, una mossa che ha consentito una certa flessibilità per far avanzare i negoziati diretti all’entrata di prodotti manifatturieri nelle economie emergenti. La data del 2006 è stata fissata per l’eliminazione dei sussidi all’esportazione del cotone dai Paesi sviluppati. Se le due questioni chiave dell’accesso ai mercati e dei sussidi all’agricoltura nazionale non hanno visto per ora alcun significativo progresso, ai Paesi meno sviluppati è stato comunque offerto un pacchetto di provvedimenti diretti a rafforzarne la capacità a commerciare e aumentarne le esportazioni.

Vi è incluso un aumento dell’aiuto al commercio, come pure l’accesso senza dogana e senza limiti di quantità per il 97 per cento dei prodotti dei Paesi meno sviluppati. Rimane il rischio che le eccezioni neutralizzino buona parte dei vantaggi. I Paesi meno sviluppati hanno anche ottenuto un calendario più flessibile per ottemperare alle regole di protezione della proprietà intellettuale nei loro territori. Appena prima della Conferenza i membri della WTO si erano mesi d’accordo su un provvedimento che permette ai Paesi in via di sviluppo di concedere «licenze obbligatorie» per importare farmaci salva-vita per combattere pandemie ed emergenze. Nelle conversazioni con le delegazioni di Paesi sviluppati e in via di sviluppo era evidente che la dura realtà del mercato dominava l’atmosfera.

C’è stata come un’improvvisa rivelazione per delegati e rappresentanti di organizzazioni non governative della società: il commercio globale non è una questione in bianco e nero suscettibile di scelte etiche chiare e facili, anche se la situazione dei Paesi poveri ne richiede alcune con urgenza: da una parte, a questi ultimi si offrivano forme di aiuto e condizioni più generose per il commercio; dall’altra diveniva evidente che non c’è alcun «free lunch». Nello stesso tempo i Paesi industrializzati contribuivano a far emergere un regime di commercio più robusto e maturo.

L’Accordo di Doha del 2001 aveva creato l’aspettativa che il commercio mondiale stesse per concentrarsi sulla riduzione della povertà e sullo sviluppo umano. Non è avvenuto del tutto, anzi è risultato chiaro che probabilmente il piano non era quello. Invece i lunghi negoziati, con i compromessi che questi hanno imposto e con le inevitabili frustrazioni, hanno portato ad accettare una Dichiarazione poco ambiziosa con la quale, però, al momento tutti possono convivere, e che apre la porta a ulteriori discussioni e accordi. L’anticipazione era che misure efficaci sarebbero state prese in favore dei Paesi poveri per aiutarli a mettersi in condizione di competere, di essere sulla stessa linea di partenza per correre nel mercato globale, con un’opportunità uguale di vincere. I Paesi ricchi, molto meglio preparati a trattare le complessità dell’economia moderna, erano disposti ad aiutarli. Ma con un utile per il loro investimento.

La WTO è un’organizzazione guidata dai propri membri e offre un esempio interessante di multilateralismo; il fatto che le sue regole siano maggiormente favorevoli alle popolazioni più vulnerabili indica che queste non sono abbandonate. Ma un paio di «caveat» rimangono. La WTO non può divenire il luogo di discussione di tutte le preoccupazioni del mondo solo perché tratta questioni estremamente importanti; altre forme di cooperazione internazionale devono essere altrettanto efficaci e guidate dai loro membri, come la WTO. Secondo: i mercati e i loro leader di solito non prestano molta attenzione al tessuto, alla cultura e alla vita della gente, qualità che possono suscitare curiosità ma senza peso negli ingranaggi delle grandi economie.

Mentre il sistema commerciale cresce d’importanza e il commercio cambia il mondo secondo un modello più efficiente, questo dovrà accettare di essere osservato più intensamente e offrire risposte ragionevoli ai quesiti posti dai ministri nelle loro sale di riunione, o dai dimostranti nelle loro proteste nelle strade.

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