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ALDO COSENTINO:

ADESSO TUTTI
CHIEDONO PARCHI


Il responsabile della Direzione generale Protezione Natura
del Ministero dell’Ambiente
parla del grande valore
del patrimonio naturale italiano
che negli ultimi anni
nella considerazione
dei cittadini si è trasformato
da vincolo opprimente
in risorsa da valorizzare



«La situazione si è totalmente
ribaltata: Comuni, istituzioni locali, imprese e cittadini
che si erano battuti con forza
per non essere inclusi nelle aree protette, e contro i quali
si doveva agire forzosamente quando si doveva perimetrare
un nuovo parco,
oggi chiedono di rientrare
nella perimetrazione perché hanno compreso i benefici
che possono trarne»

n un Paese che era forse abituato a incuria verso l’ambiente, abusivismo, inquinamento e non eccelsa coscienza ambientale, è stato difficile far capire che la tutela e la valorizzazione della natura costituiscono un’opportunità e non un ostacolo per la crescita economica. Ma lo sforzo ha dato nel tempo i propri risultati. Oggi far parte di un’area protetta e fregiarsi di marchi di qualità dei propri prodotti per un Comune significa avere un motivo in più di sviluppo. Un’opportunità che nessuno vuole lasciarsi sfuggire. «L’Italia possiede una risorsa che hanno pochi Paesi nel mondo, costituita dalla varietà degli ambienti e dalla ricchezza di storia e cultura–sottolinea Aldo Cosentino, responsabile della Direzione generale Protezione Natura del Ministero dell’Ambiente–. Questo rappresenta un valore inestimabile anche dal punto di vista economico. Il nostro patrimonio va protetto e valorizzato; finalmente negli ultimi anni nella considerazione dei cittadini si è trasformato da un vincolo opprimente a una risorsa».

Attualmente un ecosistema composto da 51 aree protette, di cui fanno parte parchi terrestri e aree marine, pone l’Italia ai primi posti in Europa per la quantità e la qualità del territorio protetto. Arrivato nel Ministero dell’Ambiente nel 1991 come membro della Commissione tecnico-scientifica di valutazione dei progetti del Fio, Aldo Cosentino dal maggio del 1998 è a capo della Direzione Conservazione Natura che in seguito, con l’unificazione di vari servizi, è stata trasformata in Direzione Protezione Natura. In questa intervista ne illustra i compiti, i programmi, i risultati e le prospettive.

Domanda. A quindici anni dalla legge quadro 394 del 1991, com’è cambiata la visione delle aree protette da parte delle comunità locali e imprenditoriali? Si è capito che la tutela dell’ambiente è una risorsa per il territorio e non un ostacolo allo sviluppo economico e sociale?
Risposta. Rispetto a quell’epoca è cresciuta la coscienza ambientale sia nel cittadino sia nelle istituzioni. Anche grazie al lavoro svolto dal Ministero, che ha sempre sostenuto che il parco non deve essere un vincolo ma un’opportunità, la situazione si è totalmente ribaltata. Lo si vede dall’atteggiamento dei Comuni, delle istituzioni locali, delle imprese e dei cittadini: mentre prima, quando si doveva perimetrare un nuovo parco, spesso si doveva agire forzosamente, anche con l’ostilità locale, oggi tutto avviene con il consenso. Anzi assistiamo alle richieste di alcuni Comuni o comprensori che prima erano contrari e si sono battuti con forza per non essere inclusi nelle aree protette, e che oggi vorrebbero rientrare nella perimetrazione perché hanno compreso i benefici che possono derivarne.

D
. Quali sono questi vantaggi?
R. Possono essere vari. Il primo riguarda certamente il turismo ambientale, che ha visto negli ultimi anni un consistente aumento di sostenitori. Abbiamo creato un riconoscimento della qualità per i parchi, chiamato «Marchio di qualità del turismo», per ottenere il quale un’area protetta deve possedere alcune caratteristiche di qualità, di garanzia, di tipicità. Pertanto le produzioni di un’area protetta godono già in partenza di un valore che le altre non hanno: formaggi, salumi, verdure. Questo elemento è prezioso perché determina immediati riflessi di carattere economico. Inoltre c’è un altro aspetto di carattere culturale generale: chi visita l’area protetta si rende conto del meraviglioso patrimonio naturale che ha il nostro Paese e scopre le bellezze del territorio, la sua ricchezza, la varietà dei paesaggi e delle specie. Questo nel tempo fa aumentare il numero di persone che desiderano visitare i parchi e contestualmente stimola lo sviluppo, all’interno dell’area protetta, di nuove attività e quindi di occupazione.

D. Ritiene necessario aggiornare quella legge che risale a 15 anni fa?
R. La legge è stata emanata in un dato momento storico. È nata in anni in cui esisteva meno cultura ambientale. Oggi da un lato è aumentata la conoscenza di questi temi da parte dei cittadini, dall’altro le associazioni ambientalistiche hanno compreso che il patrimonio naturale deve essere sempre più conosciuto e vissuto da tutti, non da pochi. Forse la normativa vigente andrebbe aggiornata in questa direzione.

D. Quali risultati sono stati raggiunti dalla campagna di comunicazione finalizzata per far conoscere il valore delle bellezze naturalistiche del territorio da proteggere?
R. Sono stati molto soddisfacenti. L’anno scorso, coinvolgendo tutti i media e anche alcune compagnie aeree, ne abbiamo realizzata una con lo slogan «Emozionatevi naturalmente», che ha ottenuto un’ottima risposta. Quest’anno lo slogan è «Scoprite la natura che è in voi, le aree protette oltre ogni tipo di immaginazione». Si tratta di una campagna di tipo seriale, diretta a creare un’attesa nel lettore grazie ad uscite periodiche che fanno scoprire la ricchezza del territorio. I messaggi che seguiranno sono: «Oltre 57 mila specie di animali da osservare», «Oltre 6.700 specie di flora da ammirare», «Oltre 10 mila chilometri di sentieri da percorrere». In pratica abbiamo voluto mettere in evidenza l’entità del patrimonio che dobbiamo proteggere nel nostro Paese. E che quest’anno viene ancor più valorizzato dal fatto che a livello internazionale partecipiamo al Countdown 2010, un progetto dell’Unione europea per la salvaguardia della biodiversità.

D. Perché tanto interesse per la protezione della biodiversità?
R. Perché salvaguardando i prodotti e le specie tipici di una volta salviamo il nostro futuro. Salvando le specie, sia di flora sia di fauna, si riesce a mantenere quell’assetto biologico che permette alle popolazioni di continuare a vivere in un ambiente a misura d’uomo. In tutti i Paesi in via di sviluppo, ma anche da noi, sono fondamentali per lo sviluppo sostenibile la profonda conoscenza del territorio e il mantenimento delle biodiversità che, anche secondo la Convenzione sulle diversità biologiche, significa conservazione anche dei saperi tradizionali delle comunità locali. Da questo punto di vista le aree protette svolgono un ruolo cruciale. Ritengo che l’impegno futuro punterà soprattutto al recupero di un normale rapporto tra l’uomo e il suo territorio, a ricostruirlo ove si sia perduto o a conservarlo con cura ove è in pericolo.

D. Quali sono gli obiettivi del Countdown 2010?
R. Fermare la perdita di biodiversità entro il 2010. Nell’impresa sono coinvolti tutti i Governi europei, in ogni livello; si sono impegnati ad assumere tutte le misure necessarie per fermare quel processo che rischia di impoverire il nostro futuro. Il Ministero dell’Ambiente attuerà una grande campagna di comunicazione sulla biodiversità per informare i cittadini su cosa significa e su quali vantaggi essa porterà all’uomo. Abbiamo cominciato nel 2005 con il convegno internazionale sulla biodiversità svoltosi a Montecatini. Intraprenderemo iniziative compresa la distribuzione di gadget e di vari materiali informativi per ricordare questo countdown. Avvicineremo i giovani per far capire l’essenzialità e l’opportunità di seguire questi temi proprio nell’interesse delle generazioni del futuro. Dobbiamo lasciare loro un patrimonio naturale più vario e ricco possibile. Cercheremo di coinvolgere in questa attività i singoli cittadini, le istituzioni, le imprese, tutta la società, come dice il messaggio. Andremo anche nelle scuole perché, trattandosi di una campagna che si sviluppa da oggi al 2010, ci permette di raggiungere i vari livelli scolastici. Istituiremo un Premio per il Comune che si distingue per la biodiversità e per l’impresa che cerca di salvare le differenze. Insomma, avvieremo una serie di iniziative coinvolgenti per fare in modo che questo concetto entri nelle convinzioni della gente, perché la difesa della biodiversità non è un tema per soli addetti ai lavori, ma un problema di tutti.

D. Le difficoltà della finanza pubblica si ripercuotono anche sulla tutela del territorio. Si possono rendere finanziariamente autosufficienti le aree protette sia terrestri che marine?
R. I nostri tentativi hanno sempre avuto lo scopo non tanto di rendere i parchi totalmente autosufficienti dal punto di vista finanziario, il che sarebbe impossibile, ma di introdurre meccanismi che permettano di ottenere delle entrate. Negli Stati Uniti, ad esempio, si paga per entrare in alcuni parchi; trattandosi di strutture chiuse, il pagamento è possibile. Le nostre aree protette sono abitate, per questo l’autofinanziamento non è facile, comporterebbe tariffe troppo alte. Ma è essenziale che chi amministra questi parchi si renda conto che l’intervento della finanza pubblica sarà sempre minore, per cui occorre cominciare a introdurre forme di autofinanziamento. Nelle Cinque terre, per esempio, è in atto da un po’ di tempo un meccanismo di autofinanziamento: è stato stretto un accordo con le Ferrovie dello Stato per cui chi giunge a La Spezia o a Genova può acquistare un biglietto ferroviario che consente di arrivare alle Cinque terre e di utilizzare per tre giorni tutti i servizi del parco. Altri parchi che non hanno questo accordo con le Ferrovie hanno avviato una ricca produzione di gadget, magliette, cappelli, pubblicazioni. Sono tutti elementi che contribuiscono notevolmente ma non consentono un completo autofinanziamento, anche perché i parchi oggi devono compiere interventi infrastrutturali, ossia una serie di opere che richiedono ingenti investimenti.

D. Quale azione svolgete per frenare il fenomeno dell’abusivismo, presente soprattutto nel Sud?
R. In alcuni parchi in cui si sono registrati casi di abusivismo siamo intervenuti in maniera decisa, fino alla demolizione dei manufatti abusivi. In altri casi si è proceduto alla loro confisca e alla trasformazione in strutture a disposizione della collettività, come è avvenuto per la nuova sede del Parco del Vesuvio inaugurata nel 2005 in quella che era la casa dell’ex boss della camorra Raffaele Cutolo. Insistiamo molto per fare intervenire le istituzioni locali e indurle a ordinare le demolizioni. Nel Parco del Vesuvio, indubbiamente, il caso era eclatante.

D. Oltre ai parchi, sono da proteggere anche le aree marine. Quali problemi vi trovate ad affrontare?
R. Abbiamo oggi 27 aree marine e 24 parchi terrestri, complessivamente 51 aree protette. La Direzione del Ministero non è più divisa ma unita, e ha competenza in pratica dal Gran Paradiso a Ustica. Nelle aree marine si è ripetuto quanto è avvenuto nei parchi: prima si è registrata una diffidenza, se non un’aperta ostilità, poi si è capito che in realtà i vantaggi sono superiori agli svantaggi. E abbiamo molte richieste di Comuni che desiderano avere anche essi aree marine protette.

D. Anche questa diventa un’occasione di sviluppo?
R. Sì, per il turismo legato a chi ama un certo tipo di mare, per il movimento naturalistico legato all’osservazione dei fondali, perché in quelle zone l’acqua è certamente cristallina. Noi abbiamo rovesciato il nostro atteggiamento, non indichiamo più quello che è vietato ma quello che si può fare. Prima esisteva invece la consuetudine di proclamare subito quello che non si poteva fare, e questo sembrava opprimente.

D. E i vincoli che hanno creato problemi e proteste di chi vive di pesca?
R. I pescatori sanno che non si può pescare in alcune zone dell’area marina protetta, nelle quali cresce la flora marina, e in particolare la Poseidonia, specie di alga utilissima per l’ossigenazione delle acque. Ormai ne sono consapevoli e rispettano il vincolo. Va precisato che non al Ministero ma alle aree marine è demandata la gestione delle singole zone protette, il cui controllo è svolto dalla Guardia costiera. Una complessa collaborazione viene attuata tra le varie istituzioni. Al Ministero giungono invece, dal settore delle imbarcazioni da diporto, richieste di revisione della legge che tutela le aree marine protette, per attenuarne i vincoli. Anche all’inaugurazione dell’ultimo Salone nautico di Genova è stata avanzata questa richiesta. Abbiamo raggiunto soddisfacenti livelli di controllo, l’acqua delle nostre coste è pulita, si tratta di mantenerla così, continuando nella direzione seguita in questi anni.

D. Come difendersi dalle cosiddette «carrette del mare», le petroliere fatiscenti che attraversano il Mediterraneo e spesso perdono in mare il loro carico con pesantissimi danni ambientali?
R. Intensificando i controlli. Esiste il problema che queste navi spesso non sono a norma, o lo sono per le zone di provenienza ma non per gli standard italiani o europei. Abbiamo leggi severe che regolano l’attività delle nostre navi e, proprio per difendere il patrimonio ambientale, abbiamo emanato norme severe in materia di controlli, sicurezza, procedure.

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