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CNEL

Perché non trasformarlo
in una società per azioni
redditizia per lo Stato?


«Istituito per essere
consultato da Governo,
Parlamento e Regioni
nella formazione
delle leggi, anche
se ciò nella pratica
non è avvenuto,
il Cnel ha svolto
il proprio compito
svolgendo un’intensa
attività di ricerca
e di studi che non
possono essere
ignorati; è comunque
utile la sua iniziativa
autonoma diretta
ad approfondire
temi relativi ai settori
economico e sociale»


ffacciata su una splendida altura all’estremità occidentale di Villa Borghese a Roma, la fastosa Villa Lubin compie quest’anno il centenario: la costruzione fu cominciata infatti nel 1906 e l’edificio, inaugurato due anni dopo, fu destinato ad ospitare l’Ila, Istituto Internazionale di Agricoltura proposto allo Stato italiano da David Lubin, commerciante ebreo polacco che, emigrato negli Stati Uniti, aveva invano suggerito al Governo di quel Paese e di altri come utilizzare le produzioni agricole eccedenti. Ampliata nel 1934 con la costruzione di un’ala dedicata alla biblioteca, la villa fu restaurata nel 1958 per essere assegnata al Cnel, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che, previsto dieci anni prima dalla Costituzione repubblicana, era stato finalmente creato con una legge del 1957.

Da allora dire Villa Lubin è come dire Cnel e viceversa, ma è anche dire nulla perché, contrariamente alle previsioni formulate dall’Assemblea costituente, il solenne apparato costituzionale non ha mai svolto il compito per il quale fu istituito: doveva infatti «illuminare» preventivamente con pareri e conoscenze l’attività legislativa del Governo, del Parlamento e, una volta istituite, delle Regioni a statuto ordinario; ma nessun rappresentante di essi ha mai avuto bisogno di chiedergli un giudizio su leggi da proporre o da approvare. Forse anche perché altri organi dello Stato svolgono un’analoga funzione, ad esempio le Commissioni parlamentari chiamate a pronunciarsi preventivamente sulla costituzionalità dei provvedimenti legislativi in itinere, il Consiglio di Stato, l’Avvocatura dello Stato, nonché Commissioni e Comitati di volta in volta nominati per esprimere pareri su singoli provvedimenti.

Giudicato pertanto capace solo di alimentare un apparato faraonico, inutile e dispendioso - ne fanno parte 121 consiglieri, più funzionari, dipendenti ecc. -, il Cnel ha cercato di supplire alla scarsa attenzione riservatagli dagli altri organi costituzionali dello Stato organizzando in proprio convegni e dibattiti su problemi possibilmente di attualità nel proprio campo specifico, appunto l’economia e il lavoro. Dalla sua nascita si sono succeduti 7 Consigli, della durata di 5 anni ciascuno; lo scorso ottobre è stato nominato l’ottavo.

Qualcuno ha definito il Cnel la riproduzione, nel dopoguerra, della Camera dei Fasci e delle Corporazioni creata come organo consultivo del Governo dal Fascismo, in sostituzione della disciolta Camera dei deputati; c’è un fondamento in questo paragone? In realtà nell’immediato dopoguerra, nello spirito della riconquistata democrazia si voleva creare un modello assolutamente nuovo, che prescindesse da ogni altro modello preesistente. E d’altra parte le leggi organiche che ne hanno successivamente modellato la struttura e le funzioni l’hanno ampiamente improntato a una formula democratica che rispecchia una pluralità di categorie produttive, rappresentate da esponenti dell’imprenditoria e del mondo del lavoro.

Bisogna appunto ricordare che, previsto dalla Costituzione promulgata nel 1948, in effetti il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro fu realizzato vari anni dopo, con la legge 33 del 5 gennaio 1957, quindi in un’epoca in cui era impensabile non solo avere nostalgie per il Ventennio, ma riprodurre anche lontanamente istituzioni che erano servite al Fascismo proprio per abbattere definitivamente la democrazia, anche se formate dai rappresentanti delle varie categorie produttive del Paese. Inoltre la sua composizione e le sue attribuzioni sono andate precisandosi con leggi ancora successive, precisamente del 1986 e del 2000.

Tuttavia in questi cinquant’anni quello che doveva essere il compito di questa istituzione, una delle supreme dello Stato, non ha avuto quella rilevanza che i padri della Costituzione pensavano di attribuirle. Il Cnel fu istituito per essere consultato dal Governo, dal Parlamento e dalle Regioni, ma soprattutto dal primo, nella fase legislativa, in vista della formazione delle leggi; questo non è avvenuto né nella misura né nei modi in cui era previsto, anche se di fatto questo mastodontico apparato ha cercato di giustificare ugualmente la propria esistenza dedicandosi alla produzione di studi e all’organizzazione di convegni diretti ad approfondire alcuni temi.

Dal momento che la sua funzione consultiva non veniva sollecitata da chi di dovere, ossia dal Governo, dalle Camere o dalle Regioni, talvolta esso ha pensato anche di avvalersi di un’altra facoltà riservatagli dalla Costituzione: quella di avanzare esso stesso proposte di legge al Parlamento sui campi di propria competenza, ovvero l’economia e il lavoro. Ma con Parlamenti che non sono mai riusciti ad approvare, prima della loro scadenza, le iniziative proprie e del loro Governo, si è rivelata una pia illusione quella dei costituenti di creare questo organo dello Stato che, pertanto, si è rivelato del tutto superfluo e inutile.

Ovviamente la sua esistenza ha fatto comodo a tutti in tanti anni, e fa comodo tuttora costituendo una pingue riserva di poltrone da distribuire a chi per età o per altri motivi non è più impegnato attivamente nella politica o nel sindacato. Ma il problema del suo ingente costo si ripropone ogni qual volta si devono affrontare quelli del debito pubblico, del deficit di bilancio, della finanza allegra, degli sprechi e delle spese inutili, degli apparati superflui e ridondanti; e ovviamente dei tagli alle spese produttive, alle retribuzioni e alle pensioni; e degli inasprimenti fiscali che, a causa del fiscal drag, sono sempre di gran lunga superiori alle simboliche riduzioni di tasse attuate o meglio tentate anche dal Governo che si è dichiarato più disposto verso di esse, quello di Silvio Berlusconi.

E tutto questo senza dire che esistono altre fonti dalle quali il potere esecutivo e quello legislativo possono attingere pareri e opinioni, perché di opinioni si tratta, non di certezze matematiche; per cui al Cnel restano spazi di manovra molto limitati. Inoltre, a parte le materie di competenza e i soggetti legittimati a chiedere i pareri, la differenza tra il Cnel e il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti sta nel fatto che questi ultimi svolgono effettivamente l’attività consultiva, per di più in campi in cui sono particolarmente preparati grazie alla loro attività principale: quella giurisdizionale per il Consiglio di Stato, il controllo sulla contabilità dello Stato per la Corte dei Conti.

In molti casi il Cnel compie dibattiti e approfondimenti, nei campi economico e sociale, su argomenti già in discussione in sede governativa e parlamentare, o su problemi e fenomeni che, pur emergendo dalla società, per motivi di opportunità economica o politica non vengono presi in considerazione dal Governo e dal Parlamento, per cui non sono oggetto di iniziative legislative. E quando anche fosse il Cnel ad avanzare una proposta di legge, l’iniziativa sarebbe destinata all’insuccesso in quanto non partita né dal Governo né da uno schieramento né da una singola forza politica che la sostenga.

Lo scorso autunno, alla vigilia del varo della legge finanziaria per il 2006, il Governo ha dovuto operare tagli alla spesa pubblica suscitando le proteste dei cosiddetti centri di spesa, più in particolari di amministratori locali di centrosinistra, ma anche di centrodestra, costretti a risparmiare con la conseguente riduzione dei servizi ai cittadini: tra i quali servizi magari vengono annoverati anche spettacoli fatui e notti bianche. Nello stesso tempo, però, nessuno ha osato aprire una riflessione sugli enti inutili tra i quali, visto quello che gli economisti definiscono il rapporto costi-benefici, primeggia appunto, anche per significatività, il Cnel, che è composto da ben 121 consiglieri.

Tra essi figurano 12 esperti in Economia e in Diritto, di cui 8 scelti dal presidente della Repubblica e 4 designati dal presidente del Consiglio; e 99 consiglieri rappresentanti categorie produttive di beni e servizi nei settori pubblico e privato. Di questi 44 sono nominati in rappresentanza dei lavoratori dipendenti, ossia dei sindacati; 18 dei lavoratori autonomi; 37 delle imprese. A costoro sono stati aggiunti recentemente 10 rappresentanti di associazioni di promozione sociale e di organizzazioni del volontariato. I consiglieri sono divisi in 7 Commissioni, alle quali si aggiungono Comitati e Osservatori.

Ebbene, appunto in occasione del varo della Finanziaria 2006 si è proceduto tranquillamente a rinnovare il Cnel, scaduto, per altri 5 anni. Lungi dall’aspettarsi di essere consultato nel prossimo quinquennio dai massimi organi dello Stato che non l’hanno mai fatto in quasi 50 anni, il nuovo consesso si è dato subito a continuare quell’attività di facciata che ha svolto in passato, e forse a ritmo anche più intenso. In novembre, in appena tre giorni ha ospitato nella prestigiosa Villa Lubin ben tre convegni: il 15 novembre la presentazione di un volume sul federalismo fiscale; il 16 un seminario sul progetto «Oltre il tetto di cristallo. Come riequilibrare la rappresentanza tra uomini e donne»; il 17 novembre il convegno su «I cofidi artigiani e l’evoluzione del rapporto banche-imprese».

Si tratta di iniziative senz’altro lodevoli e anzi necessarie sia ai fini della diffusione dell’informazione e della conoscenza di temi di attualità, sia come eventuale contributo alla soluzione sul piano legislativo di qualcuno dei tanti problemi esistenti in campo economico e sociale. Ma ai quali però il Cnel ne aggiunge uno: è proprio necessaria una spesa pubblica così ingente quale quella di mantenimento del solenne apparato, per svolgere convegni o dibattiti che spesso sono ospitati gratuitamente da illustrissime istituzioni pubbliche e private? Non sarebbe il caso che il Cnel organizzasse un dibattito ad esempio sull’utilità di una sua trasformazione in società per azioni, che da passiva renderebbe attiva e redditizia per la finanza pubblica una sede così prestigiosa e costosa come Villa Lubin?

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