MARIO VALDUCCI:
COME DIVENTARE PIU' COMPETITIVI NEL MONDO
di SERENA
PURARELLI

Il sottosegretario
alle Attivita' produttive illustrai problemi che il governo sta affrontando
per aumentare l'efficienza e la presenza del sistema industriale italiano
nel mondo
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na
dozzina di modellini di aerei di produzione italiana sulla scrivania e sulla
libreria, di cui elenca nome, sigla, produttore, caratteristiche, posizione
sul mercato, testimoniano una passione per líindustria aeronautica nazionale
che va oltre i suoi compiti istituzionali di sottosegretario al Ministero
delle Attivitý produttive. ´Da bambino pensavo di fare líAccademia aeronautica
e di diventare pilota di aerei civili, poi mi sono laureato alla Bocconi
in Economia e Commercio con specializzazione in Marketingª, spiega líonorevole
Mario Valducci. Milanese, una passione per il tennis che pratica quando
ha tempo, Valducci divide la propria vita professionale in un ´primaª e
in un ´dopoª la politica. ´Ho preferito conoscere le molte realtý della
societý piuttosto che diventare uno specialista. La mia prima esperienza
lavorativa in una societý di revisione Ë durata 4 anni e mi ha fatto conoscere
aziende dei settori pi˜ disparati, dalla Chase Manhattan Bank allíAgip,
alla Sonyª. Nel 1987 Valducci entra nel Gruppo Fininvest e collabora, nellíarea
dei servizi finanziari e assicurativi, con Edoardo Lombardi ed Ennio Doris,
in quello che allora si chiamava Programma Italia e oggi Mediolanum. Nel
1989, dopo líacquisizione della Standa e di Euromercato da parte del gruppo,
passa allíarea del commercio e si occupa dellíacquisizione di catene di
supermercati, di sviluppo immobiliare e di franchising commerciale. Líavventura
nella Fininvest termina nel 1993 quando risponde alla ´chiamata alle armiª
di Silvio Berlusconiª. ´Lo scenario era in rapida evoluzione, le forze politiche
moderate e líelettorato rischiavano di essere travolti da una sinistra dal
passato comunista che, con il sistema maggioritario, ambiva a conquistare
il governo del Paese pur avendo solo un terzo del consenso elettorale. Era
giý accaduto con líelezione diretta dei sindaci a Roma e Napoli. In settembre
costituimmo con Gianni Pilo la Diakron, una societý di marketing politico
per sostenere líazione politica con strumenti diversi rispetto al passato:
con il sistema maggioritario si passava dal voto ai partiti al voto alle
persone e ai programmiª. Eletto alla Camera nel marzo í94, Valducci abbandona
poco dopo il marketing politico e diventa amministratore nel primo anno
e poi vicecoordinatore nazionale di Forza Italia. ´Si parlava del partito-azienda
ma diventammo parlamentari in meno di 30, e meno di 20 lo sono ancoraª,
precisa ripercorrendo le vicende del ë94-í95, la sconfitta del í96, la lunga
traversata del deserto verso la vittoria del maggio 2001. Domanda. Alcune
materie a lei delegate come il commercio, non sono di competenza delle Regioni?
Risposta. In uno Stato federale anche le materie di esclusiva competenza
regionale come il commercio devono avere un riferimento nazionale. Altrimenti
si creerebbe un caos istituzionale e politico con ripercussioni rilevanti
anche di natura economica. Il decreto Bersani, emanato dal precedente Governo
di centrosinistra, Ë stato un tentativo di rendere pi˜ competitivo e libero
il commercio, ma la sua attuazione in molti casi Ë stata recepita in modo
diverso dalle Regioni. Comunque il cambiamento Ë ben avviato verso formule
pi˜ evolute di distribuzione moderna e organizzata. In base alla riforma
del Titolo V della Costituzione approvata con il referendum dellíottobre
del 2001, ora la materia Ë di esclusiva competenza regionale, ad eccezione
della competitivitý e della garanzia del libero mercato, la cui tutela Ë
compito dello Stato. Dare uníulteriore spinta al quadro legislativo verso
la liberalizzazione, per creare condizioni di maggiore competitivitý nel
mercato, spetta perciÚ al Governo e al Parlamento. D. Non Ë in pericolo
la sopravvivenza del commercio tradizionale? R. Devono assolutamente sopravvivere
i negozi di vicinato, anche in funzione dellíaumento della percentuale degli
anziani nella popolazione, ma il commercio tradizionale deve evolversi con
negozi diversi da quelli di 50 anni fa, ossia pi˜ qualificati o pi˜ specializzati
verso quella che chiamano ´distribuzione modernaª. I centri commerciali
sono diventati punti di aggregazione anche per i giovani. Sono favorevole
a una liberalizzazione anche maggiore nei comparti ancora contingentati.
La vendita dei quotidiani nei supermercati non ha inciso sul volume di affari
delle edicole: la sua introduzione ha indotto semplicemente pi˜ persone
ad acquistarli. D. Quali sono le altre materie a lei delegate? R. Mi occupo
anche dello Sviluppo competitivo, che rappresenta la fase moderna e avanzata
dellíassetto industriale. Il Paese deve puntare soprattutto sui settori
ad alta tecnologia che rappresentano líunico modo per mantenere in futuro
uníadeguata presenza industriale. La globalizzazione ha aperto ai prodotti
italiani mercati pi˜ ampi rispetto a quelli ipotizzabili fino a pochi anni
fa, e le imprese, in prevalenza medie e piccole, si sono mostrate capaci
di superare cambiamenti epocali. La nostra economia dý segni di stabilitý
e di sviluppo; la moneta ha superato il passaggio dalla lira allíeuro scavalcando
in valore addirittura il dollaro. I prodotti italiani o dovranno contenere
un alto valore o dovranno puntare sul marchio Italia che ha sempre pi˜ successo
nel mondo. D. PerchÈ la liberalizzazione non ha risolto il problema delle
tariffe assicurative, in particolare quello della Rc-auto? R. In Italia
il numero dei sinistri Ë superiore del 50 per cento alla media europea,
per non parlare dei ´colpi di frustaª che sono tre volte superiori alla
stessa media europea, e del costo del sinistro superiore del 30 per cento.
Credo che la recente introduzione del sistema di patente a punti possa favorire
anche la soluzione del problema delle tariffe per líauto. Ogni anno nelle
strade muoiono 10 mila persone; una maggiore attenzione al problema della
sicurezza riduce, come del resto Ë giý avvenuto, questo pesante bilancio.
Ci si deve abituare ad allacciare le cinture e a usare il casco. A parte
questo, cíË il fatto che, mentre in altri settori la globalizzazione, líampliamento
dei mercati e la maggiore concorrenza hanno stimolato la concentrazione
delle imprese, soprattutto nel settore dei servizi, in quello assicurativo
sono stati mantenuti separati i marchi e le societý operative, e ciÚ contribuisce
a mantenere alti i costi di gestione dei servizi stessi. Nel settore della
Rc-auto oggi operano meno di 10 grandi gruppi con quasi 80 sigle. D. Quali
strumenti hanno gli assicurati per difendersi dalle imposizioni di questa
concentrazione? R. Devono abituarsi a confrontare prezzi e qualitý e a non
avere timore di cambiare. La polizza assicurativa non Ë un contratto pluriennale,
Ë rescindibile e ogni anno va sottoposta allíattenzione del contraente che
deve scegliere líofferta pi˜ conveniente. Uníulteriore riforma che potrý
essere inserita nel Testo unico sulle assicurazioni Ë quella dellíindennizzo
diretto, consistente nel risarcimento ottenuto dallíassicurato dalla propria
compagnia: questo potrý aumentare la competitivitý e ridurre il costo dei
sinistri. D. Ritiene positivo per líutente líintreccio che si Ë creato tra
le banche e le assicurazioni? R. Le assicurazioni forniscono un servizio
in parte simile a quello bancario. Le polizze vita sono servizi finanziari
e possono svolgere una funzione sociale anche ai fini previdenziali. Le
polizze tradizionali per danni e infortuni costituiscono, invece, uníattivitý
diversa rispetto a quella bancaria. Comunque ritengo positiva la prospettiva
che banche e assicurazioni abbiano un futuro comune, mentre ho dubbi sullíutilitý
dellíintreccio tra banche e assicurazioni con il mondo dellíindustria. Le
partecipazioni incrociate tra industria e banche hanno portato talvolta
a una concentrazione di finanziamenti in favore di poche grandi aziende.
Líintreccio si Ë dimostrato ancora pi˜ pericoloso dopo la scomparsa, causata
dalla concentrazione, delle banche locali. Tale scomparsa ha fatto venir
meno i finanziamenti a tutte le piccole e medie industrie che costituiscono
il tessuto economico del Paese, ossia ad aziende locali cresciute insieme
alle banche locali che ora non ci sono pi˜. D. Anche le vertenze aziendali,
compresa quella della Fiat, sono di sua competenza? R. La crisi della Fiat
dipende da scelte prese molti anni fa, basti ricordare che nel periodo 1997
‚ 2001 líazienda ha ridotto quasi della metý il numero di dipendenti. Il
piano di rilancio predisposto Ë importante, ma occorrerý molto tempo prima
che il gruppo possa ritornare a risultati di 20 anni fa. Deve puntare su
alcuni segmenti di mercato, soprattutto con i marchi Lancia ed Alfa Romeo
che dal punto di vista commerciale hanno forse maggiori possibilitý rispetto
al marchio Fiat, legato ad un segmento di utilitarie nel quale la globalizzazione
ha penalizzato quasi tutte le case europee. LíItalia Ë il Paese delle contraddizioni
se pensiamo che Fiat Ë proprietaria di uno dei marchi dellíindustria automobilistica
mondiale pi˜ prestigiosa, la Ferrari. Il nostro Paese vive un momento economico
non facile poichÈ líeconomia europea Ë legata per il 75-80 per cento allíandamento
di quella americana che, dopo líattentato alle torri gemelle di New York
dellí11 settembre 2001, ha subito un rallentamento tale che il Governo Bush,
per riavviare la ripresa interna, ha posto barriere allíingresso di prodotti
europei ed orientali. Malgrado ciÚ líeconomia italiana ha mostrato grandi
capacitý di sviluppo e di apertura verso nuovi mercati. D. QualíË la ricetta
per aumentare la competitivitý del Paese? R. Innanzitutto occorre migliorare
le infrastrutture e la capacitý di produrre energia elettrica. Ma in Italia
Ë molto difficile attuare i programmi senza incontrare resistenze. Negli
ultimi ventíanni líinteresse locale Ë sempre prevalso su quello generale
e ci si scontra quotidianamente con questa contraddizione, perchÈ vogliamo
pi˜ competitivitý ma non infrastrutture. Una strada, un porto, un aeroporto
tolgono spazio a qualcuno, ma dobbiamo scegliere se vogliamo essere una
potenza economica mondiale o la Florida díEuropa. Dopo 5 anni di centrosinistra
in cui non era stata concessa alcuna autorizzazione, abbiamo varato la legge
sblocca-centrali ma, per i molti ricorsi al Tar, sono poche le opere avviate.
Per aumentare la competitivitý Ë indispensabile cambiare anche le procedure
burocratiche, perchÈ i tempi per realizzare un impianto produttivo sono
pi˜ lunghi che negli altri Paesi europei. » un problema di legislazione
ma anche di cultura. Per realizzare alcune opere va mantenuto líobbligo
delle principali autorizzazioni, ma vanno eliminate le tante prescrizioni
di enti pubblici, Aziende sanitarie locali, Vigili del Fuoco e altro. Le
norme devono essere generali, líimprenditore ha la responsabilitý di rispettarle
e lo Stato e gli enti locali debbono controllarne líapplicazione, sanzionando
eventuali inadempienze. Solo cosÏ possono abbreviarsi i tempi. In Francia
in tre mesi si avvia uníattivitý produttiva, da noi occorrono almeno tre
anni. Dobbiamo avviare un processo di deregolamentazione. D. Quali problemi
incontra nel delicato settore dellíambiente? R. Qualcuno sostiene che il
protocollo di Kyoto sulla tutela dellíambiente avrebbe dovuto essere firmato
anche dai ministri dellíIndustria perchÈ, se si pongono vincoli che richiedono
trasformazioni dei cicli produttivi, anche le imprese debbono essere coinvolte
fin dalla fase decisionale. I vincoli dellíambiente hanno conseguenze rilevantissime
per le imprese. Non cíË normativa predisposta dal Ministero dellíAmbiente
che non coinvolga líassetto produttivo. Assicurare lo sviluppo delle industrie
nel rispetto per líambiente Ë possibile se si applicano le tecnologie migliori.
In Italia le emissioni di anidride carbonica sono inferiori a quelle dei
grandi Paesi occidentali e facciamo molto per favorire lo sviluppo sostenibile.
D. Non cíË contrasto con il Ministero dellíAmbiente? R. No, cíË collaborazione.
Sviluppo e ambiente sono compatibili se si affrontano i problemi in maniera
non demagogica ma costruttiva. I Governi precedenti non hanno voluto salvare
Venezia temendo chissý quale impatto ambientale; in Danimarca e in Olanda
sono state realizzate mostruositý per arginare il livello delle acque, mentre
il sistema Mose, che protegge quella cittý unica al mondo, Ë invisibile
salvo nei momenti di acqua alta. Nel passato cíË stata molta demagogia e
spesso utilizziamo la demagogia ambientale per bloccare líindustria mentre
oggi la tecnologia rende possibili cicli produttivi ad inquinamento zero
o vicino allo zero. |