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BENIAMINO QUINTIERI: L'EXPORT TIRA, MALGRADO LE CRISI INTERNAZIONALI


intervista al presidente dell'Ice

Italia che vuole competere ha finalmente trovato il giusto indirizzoª. Qual Ë questo indirizzo? Quello indicato dallíIce, líIstituto nazionale per il commercio con líestero. Molti penseranno che si tratta di uno slogan pubblicitario ma, se i numeri non sono uníopinione, líIce Ë lo strumento idoneo a dare una scossa al commercio estero italiano. Secondo i dati del 2001, anno in cui Ë cominciata la crisi che ancora oggi investe il settore, líIce ha promosso 500 studi di mercato in 80 Paesi. Ha intrapreso 800 iniziative promozionali cui hanno partecipato 19 mila aziende italiane e 15 mila straniere. Ha erogato 40 mila servizi di assistenza e selezionato 2 mila giovani per líammissione ai corsi di formazione. Oggi líIstituto Ë presente in 80 Paesi con 104 uffici; in Italia ha 16 uffici che promuovono, agevolano e favoriscono líinternazionalizzazione delle imprese italiane. Líattivitý dellíIstituto va dallíanalisi dei mercati allíassistenza operativa, dalla promozione aziendale alla formazione, fino alla promozione del ´made in Italyª. » un vero e proprio partner delle imprese italiane nel mondo. » questo líindirizzo giusto? Specchio Economico líha chiesto al suo presidente prof. Beniamino Quintieri il quale, in questa intervista, illustra il proprio punto di vista sulla situazione internazionale. Domanda. QualíË la situazione del commercio estero italiano dopo le crisi che líhanno investito in questi ultimi anni? Risposta. Comincerei ad illustrare la situazione di partenza. Negli ultimi due anni lo scenario Ë cambiato radicalmente rispetto agli anni 90, nei quali si era assistito a una crescita straordinaria del commercio mondiale, sviluppatosi a tassi superiori a quelli del prodotto mondiale. Un altro fenomeno che aveva caratterizzato quegli anni era líeccezionale sviluppo degli investimenti stranieri. In seguito a una serie di eventi come lo smantellamento delle tariffe e il miglioramento progressivo del quadro politico internazionale, e fino ad arrivare alla caduta del muro di Berlino e allíapertura di uníarea commerciale prima esclusa dagli scambi, si era verificato un grande sviluppo degli investimenti che proprio nel 2000 hanno raggiunto il picco massimo. D. Successivamente che cosa Ë avvenuto? R. Innanzitutto líeconomia americana, dopo 10 anni di crescita senza precedenti, ha cominciato a rallentare. » importante ricordare che questíultima traina líeconomia mondiale. A partire dal 2001 il sistema economico statunitense ha dato segni di stanchezza. Dopo anni di boom la Borsa si Ë fermata. La ´bollaª speculativa, in gran parte legata allíimpennata dei titoli azionari delle societý operanti nel settore della cosiddetta ´new economyª, si Ë sgonfiata e i facili entusiasmi degli anni 90 si sono in qualche modo raffreddati. Inoltre va ricordato che gli Stati Uniti avevano accumulato un forte disavanzo nei conti con líestero, il loro debito verso il resto del mondo era aumentato in maniera eccessiva. A partire dal 2001 tutto questo ´movimentoª ha cominciato a rallentare. D. Sono state queste le uniche cause della situazione attuale? R. No, a questi processi si sono aggiunti accadimenti del tutto eccezionali che hanno peggiorato la situazione. Mi riferisco innanzitutto allíattentato dellí11 settembre 2001 che ha rappresentato un punto di svolta importantissimo. Da quel momento, infatti, Ë cambiato il clima economico internazionale, con tutte le ripercussioni che conosciamo. Successivamente Ë subentrato il problema delle guerre contro líAfghanistan e líIraq. Sebbene la durata dei due interventi militari sia stata breve, Ë stato molto lungo il periodo in cui si Ë parlato di essi e i danni per líeconomia sono stati sicuramente maggiori durante la preparazione che non durante i due conflitti. Comunque molti guardavano alla fine della guerra come al momento liberatorio in cui il clima sarebbe cambiato, e con esso le prospettive e le aspettative degli operatori economici; purtroppo non Ë stato cosÏ, o almeno la ripresa Ë stata inferiore a quanto ci si aspettava. D. Quali i motivi della mancata o ritardata ripresa? R. Terminata la guerra, si Ë manifestato il pericolo della diffusione dellíinfezione Sars che, se in un primo momento sembrava sotto controllo, ha poi cominciato a dilagare producendo ritardi non tanto nella crescita dellíeconomia quanto negli scambi. Una serie di flussi e di rapporti commerciali hanno subito un inevitabile rallentamento. Tutti questi eventi hanno avuto come risultato il fatto che negli ultimi due anni, ai quali aggiungerei anche il 2003 dal quale non possiamo attenderci nulla di particolarmente incoraggiante, sia il commercio mondiale sia gli investimenti si sono pressochÈ fermati. Ripeto che questo Ë il risultato di due fattori: da un lato la fine della crescita troppo sostenuta degli anni 90; dallíaltro ulteriori avvenimenti che hanno contribuito a peggiorare la situazione. A tutto ciÚ si Ë aggiunto in ordine di tempo un ultimo evento che certamente non favorisce líEuropa e quindi la posizione italiana: la svalutazione del dollaro con la conseguente rivalutazione dellíeuro. Tutto questo accade in un momento in cui líeconomia europea Ë incapace di attivare un processo di crescita autonomo. La rivalutazione del dollaro ha fatto perdere ulteriore competitivitý ai prodotti europei e quindi italiani. D. Che cosa ci si deve aspettare per il futuro? R. » difficile fare una previsione. Credo che dovremo aspettare il 2004 per assistere ad una ripresa. La speranza Ë che giý dalla fine del 2003 si manifestino i primi segni di ripresa. Bisogna riconoscere, perÚ, che líEuropa comincia a muoversi, attuando alcune riforme strutturali. Ad esempio affiora la proposta di modificare il Patto di stabilitý per favorire gli investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca; in questo modo si realizzerebbe un doppio effetto che farebbe aumentare la competitivitý dei prodotti europei. Purtroppo tutto questo avviene molto lentamente. D. Non cíË una prospettiva di ripresa dellíeconomia americana? R. Al contrario, credo che gli americani abbiano fatto tutto il possibile per rilanciare líeconomia. I tassi di interesse, ad esempio, oggi sono a livelli bassissimi; questo in realtý avviene anche in Europa, dove essi registrano i livelli pi˜ bassi degli ultimi 50 anni, ma questo non basta a convincere gli operatori ad investire. Negli Stati Uniti, invece, questo fattore puÚ avere un effetto positivo soprattutto perchÈ, al contrario di quanto avviene in Italia, le famiglie si indebitano per finanziare i consumi. Anche i tassi di interesse sui mutui sono a livelli bassi, e questo Ë uno dei motivi per i quali il mercato immobiliare sta tirando molto. D. E dal punto di vista fiscale? R. Il Governo americano sta varando un piano di riduzione delle aliquote fiscali che farý aumentare il reddito a disposizione delle famiglie; nello stesso tempo esso ha accresciuto la spesa pubblica. Insomma sta facendo il possibile per stimolare la ripresa economica. Un ulteriore fattore importante per invertire la tendenza negativa Ë costituito dal ristabilirsi di buone relazioni internazionali: si stanno affacciando oggi sulla scena mondiale nuove economie dellíarea asiatica, in particolare la Cina che, negli ultimi anni, Ë cresciuta molto assumendo un ruolo di traino degli scambi internazionali. D. Siamo di fronte a un cambiamento importante della politica commerciale italiana? R. Siamo dinanzi a novitý rilevanti. Storicamente, sia per le esportazioni sia per líemigrazione, líItalia ha sempre guardato ad Occidente. Ancora oggi la parte pi˜ consistente del nostro interscambio avviene con tale area, ma da alcuni anni si sono verificati due eventi: Ë cresciuta líeconomia asiatica prima con le ´tigri asiaticheª poi con la Cina; e si Ë aperto il mercato dellíEuropa dellíEst. » importante ricordare che, prima dellíavvento del comunismo in quei Paesi, líItalia aveva intensi rapporti commerciali con líarea russa. Gli scambi commerciali con líEst europeo non sono quindi una novitý, piuttosto un ritorno alle origini. Ma Ë straordinario vedere come in pochissimi anni, per líesattezza una decina, si sia creato lo stesso peso economico raggiunto prima del regime comunista. Come se líacqua, aperta la diga del Muro di Berlino, sia tornata a scorrere nel proprio corso naturale. D. QualíË la consistenza degli scambi con le nuove aree? R. I dati migliori riguardano líarea asiatica. Nel 2002 il commercio mondiale con la Cina Ë cresciuto di quasi il 23 per cento rispetto al 2001, e aumenti intorno allí8 per cento si sono registrati con la Russia e la Romania. Questi valori positivi si collocano in un contesto negativo per il commercio mondiale. Si tratta quindi di dati quanto meno incoraggianti. Per questo motivo possiamo dire che líattenzione dellíIce Ë rivolta verso questi sistemi economici in forte crescita, senza tralasciare altre aree forti e tradizionalmente pi˜ vicine al nostro mondo. D. Quali iniziative líIstituto ha intrapreso o ha in programma? R. Abbiamo incrementato i fondi per la promozione delle nostre esportazioni in Oriente. Ma va ricordato che la crescita degli scambi in tali aree Ë da mettersi in relazione ai valori di partenza, che erano molto bassi. Ad esempio dallíanno scorso a questíanno la Cina Ë passata dal 18esimo al 14esimo posto nella graduatoria dei Paesi verso cui esportiamo. » da notare, inoltre, che la Cina questíanno Ë diventata il terzo Paese esportatore nel mondo, scavalcando Giappone, Francia, Gran Bretagna, Canadý e Italia. E non va dimenticato il ruolo della Turchia, Paese con uníeconomia in crescita e del quale líItalia rappresenta uno dei primi partner commerciali. D. Come vanno gli scambi con líAmerica latina? R. Si tratta di uníarea che attraversa una situazione complicata e un momento di forte crisi. Direi, con un termine meteorologico, che Ë caratterizzata da forti perturbazioni. Le difficoltý dellíArgentina hanno indotto le industrie italiane a ridurre progressivamente i propri investimenti in un Paese in cui prima erano assolute protagoniste. La crescente incertezza ha innescato una retromarcia influenzata anche dal fatto che il sistema bancario, prima timidamente presente, ha abbandonato le posizioni per rivolgersi ai Paesi dellíEst. Ciononostante in Sud America sopravvivono possibilitý molto interessanti. Il Cile, nonostante le limitate dimensioni, negli ultimi anni ha dimostrato stabilitý, indipendenza e capacitý di distinguersi dal contesto circostante. Il Messico costituisce uníarea particolarmente appetibile per quelle imprese che, puntando al mercato dellíAmerica del Nord, trovano conveniente localizzarvisi per beneficiare dei costi di produzione pi˜ bassi e poi esportare i loro prodotti favoriti dagli accordi internazionali. D. Che cosa rappresenta il Brasile, che ha il principale sistema economico nellíAmerica Latina, per líItalia? R. » un mercato da seguire. Ha anchíesso dei problemi e ha attraversato periodi di crisi che hanno scoraggiato gli investimenti, nonostante la forte presenza italiana. Ma il nuovo presidente Luiz Ignazio da Silva, detto Lula, sta operando per dare sicurezza alle istituzioni internazionali e agli investitori. Nonostante il fatto che in passato Lula sia stato assunto come simbolo dagli avversari della globalizzazione determinando un raffreddamento degli scambi commerciali, Lula Ë convinto che, senza una crescita della capacitý di esportare e di attrarre investimenti, ossia senza globalizzazione, il suo Paese non andrý lontano. Questa sua visione ne ha rivalutato il ruolo agli occhi degli investitori e ha aumentato la loro fiducia. D. PerchÈ líIstituto per il Commercio con líEstero Ë tornato a Baghdad? R. Non si tratta dellíapertura di un ufficio ma dellíinvio di un nostro funzionario che possa essere di supporto alle imprese italiane in loco. Per riaprire un ufficio vero e proprio attendiamo líinsediamento del nuovo Governo iracheno. Per ora si tratta, dunque, di uno sportello. Pi˜ avanti penseremo ad una struttura pi˜ radicata.
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