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BRUNO MANGIATORDI: COME FARSI UNA PENSIONE.
E COME DIFENDERSELA

intervista al commissario della Covip

 

 

a previdenza compie i primi 10 anni di vita in quanto istituita nel 1993, ma non Ë detto che i fondi pensione siano ancora nelle condizioni migliori per operare. PerchÈ sono trascorsi anni prima che venissero emanate le norme per attuarli; ed anche ora, a tanta distanza di tempo, sono ancora ostacolati dalla mancata definizione di alcuni aspetti: ad esempio la confluenza in essi dei trattamenti di fine rapporto. Si Ë in attesa, inoltre, della costituzione dei fondi pensione per il settore del pubblico impiego. Ma quando ancora il sistema istituito 10 anni fa per assicurare stabilitý al risparmio previdenziale non marcia ancora a pieno regime, giý si pensa a modificarlo, e addirittura nella parte pi˜ utile e delicata: il controllo sul loro funzionamento. Analogamente a quanto avviene in altri Paesi nei quali questa forma di copertura previdenziale Ë pi˜ antica e praticata, questo controllo Ë svolto da una Commissione di vigilanza, la Covip, che Ë presieduta dal prof. Lucio Francario. Quali sono le prospettive dei fondi, quali risultati hanno ottenuto e quali i vantaggi per i lavoratori? Lo spiega il commissario Bruno Mangiatordi che, oltre alle esperienze maturate in passato in materia di mercati finanziari internazionali, ha seguito per il Ministero dellíEconomia i lavori per il varo delle direttive europee su servizi di investimento e fondi pensione. Domanda. Che succede nel mondo della previdenza privata italiana? Risposta. Il 2002 Ë stato un anno di consolidamento, in attesa dellíapprovazione della legge delega e delle conseguenze che questa potrý comportare per i fondi pensione. Líafflusso delle contribuzioni sta elevando il livello dei patrimoni finanziari dei fondi, che aumentano anche e soprattutto di importanza. Il numero dei fondi negoziali sta lievemente crescendo; e cíË la possibilitý che, in prospettiva, si costituiscano i fondi del pubblico impiego in quanto alcune difficoltý che li ostacolavano sono superate. Ci si augura che, cominciando dal comparto della scuola, il cosiddetto ´secondo pilastroª della previdenza si metta in moto anche per il settore pubblico. D. QualíË la funzione della Covip? R. La Commissione ha il compito di vigilare sulla corretta e trasparente gestione dei fondi pensione per la funzionalitý del sistema di previdenza complementare. Essa ha un problema da superare: quello di giustificare la sua stessa esistenza di fronte a una serie di iniziative che pongono in dubbio la necessitý di unëistituzione dedicata alla vigilanza dei fondi pensione privati. Noi non possiamo essere parte in causa e contemporaneamente promotori di iniziative a nostro vantaggio, ma non possiamo non rimarcare, come abbiamo fatto anche nellíultima relazione annuale, che il modello di supervisione della previdenza privata, istituito in Italia in seguito al decreto legislativo 124 del ë93, trova una solida giustificazione nel fatto che anche in altri Paesi esistono analoghe istituzioni specializzate, come Ë il caso dellíInghilterra dove si prevede in prospettiva addirittura un loro potenziamento. Sarebbe paradossale che in Italia si tornasse indietro. D. Quali sono líandamento e i risultati di gestione de fondi pensione? R. I fondi pensione attraversano una fase critica non solo in Italia ma nel mondo. Da noi vanno sciolti alcuni nodi legislativi sulla destinazione piena del trattamento di fine rapporto; in altri Paesi, in particolare in quelli anglosassoni nei quali la previdenza privata Ë maggiormente diffusa, le difficoltý sono notevoli. Sia negli Stati Uniti che in Inghilterra i fondi a prestazione definita, che in entrambi i Paesi costituiscono la pietra angolare del sistema e che gestiscono centinaia di milioni di dollari, si trovano in una situazione di sottoimpiego. D. Per quali motivi? R. I motivi sono due: líandamento dellíeconomia e il fatto che i fondi hanno investito massicciamente in azioni, per cui la crisi in atto dal 2000 dei mercati finanziari e in particolare del comparto azionario ha influito sul valore dei patrimoni. PoichÈ invece sono rimasti immutati gli impegni assunti verso gli aderenti, la riduzione del valore del patrimonio mette in dubbio la possibilitý di mantenerli nel lungo periodo. Nei fondi a prestazione definita il rischio dellíinvestimento previdenziale ricade sui datori di lavoro che ne sono i promotori; per ovviare alla crisi si stanno ventilando proposte di riforma. D. Questa situazione difficile si sta verificando anche in Italia? R. Non proprio, la situazione Ë diversa. Abbiamo un modello di previdenza integrativa basato essenzialmente sulla contribuzione definita, per cui il rischio che solitamente ricade sul datore di lavoro, da noi ricade sugli aderenti. Questo non toglie che anche noi abbiamo il problema della sostenibilitý del sistema, tanto pi˜ che líart. 1 del decreto legislativo 124, una specie di magna charta della previdenza complementare italiana, stabilisce che il compito di questa Ë assicurare una maggiore copertura previdenziale. In altri termini, la riduzione della quota di pensione attesa nel settore della previdenza pubblica deve essere compensata dalla pensione privata. Questo schema funziona se la promessa previdenziale, che Ë alla base del patto di adesione del lavoratore al fondo pensione, ha la possibilitý di essere adempiuta; se questa promessa rimanesse sulla carta, lo schema salterebbe. D. Non Ë previsto nessun tipo di protezione per i casi di crisi? R. No. Ecco perchÈ insistiamo sul fatto che i fondi pensione devono essere messi in grado di creare una sorta di rete di protezione che non Ë la garanzia giuridica sul rischio, ma uníalternativa ad essa. Insomma un insieme di modalitý e di strumenti che consentano al fondo di svolgere uníattivitý previdenziale credibile. Anche se la soluzione Ë proiettata da qui a venti o trentíanni, il problema non interessa solo chi entra adesso nel mercato del lavoro; non possiamo chiudere gli occhi di fronte a una situazione che comporta un rischio per il sistema e per i singoli, per cui Ë bene che le regole siano chiare sin dallíinizio. D. In che modo Ë possibile farlo? R. I lavoratori debbono essere messi nella condizione di poter fare, sulla destinazione del loro risparmio previdenziale, delle scelte coerenti con la loro avversione al rischio, con la loro etý anagrafica, con il sesso, con le aspettative di vita e con quanto altro loro si aspettano dalla copertura previdenziale di primo grado. Non Ë un problema piccolo, perchÈ il sistema pubblico ancora non Ë in grado di fornire informazioni sulla copertura di primo grado, che Ë incerta. In Inghilterra il sistema previdenziale pubblico fornisce informazioni e previsioni sulla pensione relativa al primo e al secondo pilastro; in Italia questo non Ë possibile perchÈ non esistono previsioni credibili neppure sulla copertura del primo. Ed inoltre finora il sistema del secondo pilastro Ë stato carente nel fissare un percorso previdenziale credibile. Tutto ciÚ porta a uníimprovvisazione che condanniamo. Stiamo cercando di far comprendere che occorre assolutamente trovare un ancoraggio; in altri termini, per evitare che si crei confusione tra fondi pensione e altre forme di risparmio finanziario e istituzionale quali i fondi comuni di investimento, i fondi pensioni devono presentarsi ai propri aderenti fornendo o stimolando una serie di riflessioni sulle pi˜ opportune destinazioni del risparmio. D. Che cosa fa la Covip per raggiungere questo risultato? R. La Covip si rivolge allo Stato, al Governo e alle Regioni, competenti nella previdenza complementare ai sensi del nuovo articolo 117 della Costituzione, affinchÈ forniscano le informazioni sulla previdenza obbligatoria e in particolare sulla copertura di primo grado. » un compito degli enti della previdenza obbligatoria. Per quanto riguarda il resto dellíAmministrazione, lo Stato dovrebbe attuare uníintensa campagna di informazione e sensibilizzazione. In Inghilterra il risparmio privato Ë materia, sia pure facoltativa, di insegnamento per gli studenti dai 6 ai 16 anni; da noi tutto questo Ë di lý da venire, perÚ poniamo ugualmente il problema, anche se non abbiamo la soluzione. D. Non Ë compito anche dei sindacati? R. » naturale che i sindacati svolgano un ruolo per la parte pubblica, ma quello che manca in Italia Ë una rete di consulenti privati che invece in Inghilterra Ë molto diffusa e, soprattutto, dý garanzie di indipendenza. In Italia non esiste questa categoria professionale di consulenti indipendenti: del resto, mentre in Inghilterra i patrimoni dei fondi pensione rappresentano una percentuale significativa del prodotto interno, in Italia siamo ancora in una fase embrionale, arriviamo a cifre poco pi˜ che significative. D. Che cosa occorre per sviluppare questa nuova professione? R. Dovrebbe nascere il mercato. Per esempio, negli altri Paesi esiste la possibilitý per i lavoratori di detrarre dalle imposte le parcelle pagate per questo tipo di consulenza, come si fa per le spese mediche; se lo Stato, infatti, fa appello al senso di responsabilitý individuale per quanto riguarda la previdenza, dovrebbe anche concedere incentivazioni fiscali, e questo dovrebbe applicarsi pure alle spese per líinformazione e la formazione. PerÚ dovrebbe nascere una rete di professionisti; per ora non abbiamo gli strumenti per attivare un meccanismo virtuoso del genere, poniamo il problema dal punto di vista culturale. D. PerchÈ sono necessari tali consulenti? Che avviene se non ci sono? R. Il tema della previdenza non puÚ essere rimesso al libero gioco del mercato o alle scelte dei fondi pensione lasciati a se stessi; deve essere un risultato cui tutte le forze interessate dovrebbero partecipare. La soluzione Ë complicata, in altri Paesi Ë stata seguita la strada dei consulenti, con un successo parziale perchÈ i problemi sono notevoli. Non ne occorre un gran numero, anche se vi si potrebbe giungere, comunque uno sforzo in tale direzione va fatto. Líalternativa Ë che i lavoratori facciano scelte sbagliate, irrecuperabili, e alla fine del periodo contributivo si ritrovino con una pensione sotto il livello di sussistenza. A quel punto non credo che lo Stato possa disinteressarsi di intere categorie penalizzate, quindi Ë necessario adottare sin da adesso soluzioni lungimiranti. D. QualíË la soluzione ideale? R. Prendiamo come riferimento le migliori esperienze a livello internazionale, cercando di evitare gli errori contenuti in esse. I fondi devono diversificare líofferta, porre il lavoratore in condizione di destinare il proprio risparmio secondo il rischio accettabile, líetý, la copertura di primo grado ed altro. Questo significa che dal fondo monocomparto riservato a una sola categoria di lavoratori, si passa a quello multicomparto per pi˜ categorie, con la conseguenza che mentre il primo ha il vantaggio di distribuire in qualche modo le perdite, con il secondo il rischio diventa pi˜ alto per chi sceglie impieghi maggiormente caratterizzati da capitale di rischio. Anche da questo nasce líesigenza di uno sforzo di formazione per dare ai lavoratori, nel momento in cui devono scegliere il tipo di investimento pi˜ consono ai loro interessi, un punto di riferimento, una rete di assistenza che consenta loro di formarsi uníopinione e di non decidere al buio. D. I giovani sono interessati ai fondi? R. I tassi di adesione ai fondi pensione sono bassi non solo in Italia ma anche, ad esempio, negli Stati Uniti. CiÚ si deve alla scarsa coscienza previdenziale delle giovani generazioni che, se lasciate a se stesse, compiono scelte per il breve periodo, legate alle esigenze del momento. Questa tendenza naturale rafforza líesigenza della formazione. Il fenomeno non Ë dovuto solo alla sottovalutazione del futuro, ma anche alla sopravvalutazione del ruolo svolto finora dallo Stato. D. I giovani hanno fiducia in esso? R. Osservando líesperienza dei genitori, istintivamente pensano che lo Stato continuerý a garantire la previdenza del primo pilastro a un livello adeguato, ma questo non Ë pi˜ possibile per vari motivi: lo stato della finanza pubblica, gli impegni assunti con líUnione europea, il sistema introdotto con la riforma Dini che sgancia la pensione dallíultimo salario mettendola in relazione alle effettive contribuzioni. Pertanto i giovani rischiano anche perchÈ non cíË adeguato livello di informazione. La differenza fondamentale tra il nostro sistema e quello americano consiste nel fatto che questíultimo Ë fortemente redistributivo: agli strati pi˜ disagiati della popolazione la ´social securityª americana assicura circa lí80 per cento dellíultimo stipendio indipendentemente dalla contribuzione, ai ceti medio-alti intorno al 20-30 per cento. Naturalmente questi ultimi cercano una copertura previdenziale privata. Dopo la riforma Dini, in Italia non Ë pi˜ cosÏ nemmeno per i ceti a basso reddito. Non si sa quale potrý essere il livello di copertura fornito dagli enti di previdenza obbligatoria a coloro che entrano oggi nel mercato del lavoro. Le istituzioni dovrebbero rendere i cittadini consapevoli del rischio. D. Che deve fare il lavoratore? R. Il lavoratore dovrebbe conoscere il proprio futuro previdenziale per poter basare le scelte su dati di fatto, non su supposizioni. Il risparmio non si recupera se non ci si Ë pensato nellíetý giusta; non si puÚ inventare improvvisamente una pensione. Con 100 mila euro versati tutti insieme alla fine del periodo lavorativo si arriva appena ad ottenere un pensione di 200-250 euro. Sono conti da fare quando si Ë in tempo, perchÈ poi Ë troppo tardi. D. Ma il lavoratore puÚ disporre liberamente della propria ´liquidazioneª? R. Quello del trattamento di fine rapporto Ë un nodo che va sciolto. I lavoratori debbono sapere se possono far conto sul suo afflusso nella loro posizione previdenziale. Speriamo che il chiarimento arrivi con la legge delega. I fondi pensione devono aiutare i lavoratori a scegliere gli impieghi, a diversificare gli strumenti, a disporre di una pluralitý di opzioni corrispondenti a situazioni diverse interessanti le varie categorie. Infine riteniamo che non ci debba essere confusione tra la previdenza privata e altri impieghi finanziari del risparmio.
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