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di STEFANO
SALETTI
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Attualmente sono 7 le missioni principali cui partecipano i soldati italiani: in Kosovo, Bosnia, Macedonia, Albania, Iraq e due in Afghanistan. Ma sono decine le altre: in Palestina, Eritrea, Sud del Libano, Malta, piccoli contingenti operano per il mantenimento della pace. Coordina le attività di questi 12 mila uomini sparsi nel pianeta il comando che si trova a Roma, nell’aeroporto Francesco Baracca di Centocelle, uno dei più antichi. Tradizione e tecnologia ipermoderna si alternano all’interno della struttura. Dotato di grande esperienza maturata in Italia e all’estero, il generale Filiberto Cecchi è stato per tre anni addetto per la Difesa all’Ambasciata d’Italia in Israele, comandante della Scuola di Cavalleria e viceispettore per l’Arma di Cavalleria, vicecomandante delle forze Nato in Kosovo, viceispettore per la formazione e la specializzazione dell’Esercito, dal giugno 2002 guida l’attività del Coi che, entro l’anno, diventerà un comando multinazionale in grado di gestire operazioni a guida europea. Domanda. Quali funzioni ha il Coi? Risposta. È delegato alla pianificazione, organizzazione e direzione di tutte le operazioni ed esercitazioni interforze, condotte cioè con varie componenti delle singole Forze Armate, che si svolgono nei teatri esterni e nel territorio nazionale. È un comando giovane, costituito nel ‘98, dopo l’approvazione della legge sul riordino dei vertici militari che, per la prima volta nel dopoguerra, ha conferito al Capo di Stato maggiore della Difesa il ruolo di comandante effettivo delle Forze Armate. Questi ha dovuto dotarsi di un braccio operativo, di uno Stato maggiore in grado di curare gli aspetti relativi all’impiego integrato delle forze in Italia e all’estero, appunto il Coi. In pochi anni questa struttura ha maturato un’esperienza notevole e si è data strumenti altamente tecnologici che permettono di gestire ben 7 contingenti militari in vari teatri di operazioni all’estero con un impiego di quasi 12 mila uomini. D. Come opera il Comando? R. L’attività abbraccia tutto l’arco della missione, dalla pianificazione all’analisi dei risultati conseguiti. Si tratta essenzialmente di 5 fasi: il Coi analizza lo scenario operativo in cui dovrà svolgersi la missione, esaminando i parametri che consentono di definire strutture di comando, compiti, regole d’ingaggio e tutto ciò che attiene al suo svolgimento. Dopo questa fase di studio preliminare, c’è quella che chiamiamo di «force generation», che consiste nel mettere insieme uno strumento militare calibrato che aggreghi le varie componenti specializzate e i vari moduli delle Forze Armate per costituire la «task force» più idonea ad assolvere il compito. Un contingente non è mai costituito da una unità omogenea, ma da diverse componenti in grado di soddisfare varie esigenze operative (manovra, comunicazioni, lavori del Genio, supporto logistico, NBC, cooperazione civile-militare ecc.). Segue lo schieramento del contingente sul terreno; attraverso il Centro interforze per il movimento pianifichiamo e dirigiamo tutti i movimenti da e per il teatro delle operazioni, che avvengono sempre con sistemi multimediali. Quindi c’è la fase di direzione dell’operazione che nel suo sviluppo viene costantemente seguita, guidata e, se necessario, corretta dal Coi. Infine, quando l’operazione è conclusa, lo studio delle fasi della missione per mettere a fuoco gli aspetti positivi e negativi e apportare correttivi utili per la successiva missione. D. In caso di problemi durante una missione chi interviene? R. Occorre innanzitutto definire la struttura di comando e controllo. Solitamente quelle che chiamiamo «peacekeeping operation», a supporto della pace, avvengono sotto l’egida di un’autorità sovranazionale come l’Onu e la Nato, o sotto la guida di una coalizione di Stati. In tutti questi casi le forze nazionali vengono poste, con un processo chiamato trasferimento d’autorità, sotto il comando multinazionale costituito, perché sarebbe impensabile lasciarle sotto i singoli comandi operativi nazionali. Il Paese si riserva di intervenire qualora l’impiego delle forze non sia aderente agli accordi preliminari, alle regole d’ingaggio, ai compiti, a quanto stabilito dall’autorità politica e militare nazionale. Abbiamo sempre uno strumento per intervenire al momento opportuno ed eventualmente porre un veto o correggere la direttiva che il comando multinazionale ha conferito al nostro contingente. Il meccanismo, ormai ben collaudato, è basato sulla figura del rappresentante italiano, solitamente un generale affiancato al comandante multinazionale per garantire la coerenza con le direttive e le limitazioni poste a livello nazionale. D. Quali le analogie tra le ultime operazioni in Kosovo, Afghanistan e Iraq? R. Negli ultimi 10 anni abbiamo portato avanti almeno 12 missioni all’estero. Ognuna ha una specificità, è difficile trovarne due che si equivalgano per scenario operativo, situazione ambientale, condizioni di sicurezza. Per questo nella fase della pianificazione è importante rilevare tutti i fattori che compongono lo scenario in cui si andrà ad operare: ambientali, climatici, della sicurezza, economici, sociali, culturali. L’insieme compone un mosaico che non può essere identico né confrontabile con altri. Un fattore comune è però possibile individuarlo. Tutte le missioni cui hanno partecipato le Forze Armate italiane nel dopoguerra sono state di supporto della pace, hanno avuto cioè lo scopo di riportare Paesi fortemente degradati da eventi bellici, guerre civili o altre calamità a uno stato di normalità, creando le condizioni di sicurezza indispensabili per ricostruire le istituzioni locali e i servizi essenziali. In questo ruolo i reparti italiani si sono particolarmente distinti, fornendo notevole sostegno alle popolazioni locali e ottenendo risultati unanimamente apprezzati. D. Dove sono i rischi maggiori? R. Ogni operazione militare cela un rischio; si interviene perché c’è una situazione degradata sotto l’aspetto ambientale, sociale, economico e della sicurezza. Ogni intervento in aree di crisi è soggetto a rischi più o meno accentuati, che vanno attenuandosi man mano che la missione raggiunge gli obiettivi. Oggi l’operazione in Bosnia è molto meno rischiosa di quella in Afghanistan perché è cominciata 8 anni fa e da allora le nostre truppe operano in quel territorio con la forza multinazionale. Fare un parallelismo è impossibile: una missione appena avviata trova ferite ancora aperte e presenta rischi e difficoltà maggiori. Nel 1995 in Bosnia i cecchini sparavano ancora nelle strade; quando i nostri uomini sono entrati la prima volta in Kosovo nel 1999, si sono trovati spesso in mezzo a due fuochi o di fronte a bande e gruppi armati ostili. Il rischio è connesso con il tempo di permanenza e con il raggiungimento della stabilizzazione. D. Come è accolto il soldato italiano? R. Abbiamo più volte sentito ripetere da diverse fonti che il soldato italiano è profondamente umano, comprensivo delle esigenze della gente. È questa una caratteristica del popolo italiano, che discende da una formazione culturale e da una storica capacità di accettare il contatto con altri popoli; e che ci aiuta in ogni tipo di operazioni, anche quelle difficili. È sempre necessario tener conto delle esigenze della popolazione e dei fattori ambientali. Un tempo la guerra era combattuta dalle forze armate in maniera autonoma e la popolazione civile era solo vittima inconsapevole di questi scontri; oggi la situazione ambientale è determinante sia nella condotta delle operazioni sia nella successiva fase di ricostruzione. Vorrei tuttavia sottolineare che i soldati italiani si caratterizzano e sono apprezzati non solo per la loro umanità, che non va confusa con il buonismo, ma per la loro professionalità. Ogni volta che sono stati impegnati in teatro operativo essi hanno dimostrato capacità operativa, determinazione, equilibrio, che sono fattori determinanti di successo. Il rapporto umano completa la figura del nostro soldato che, per il connubio di capacità professionali e umane, è considerato tra i soldati migliori impiegati in operazioni di supporto della pace. Mi si perdoni un moto di sentimentalismo: come Comandante operativo mi sento orgoglioso dei nostri soldati, marinai, aviatori e carabinieri. D. Come fronteggiare il terrorismo? R. Durante la guerra fredda la difesa nazionale, ma direi dell’Occidente, è stata costantemente rivolta verso la potenziale aggressione delle forze del Patto di Varsavia, una minaccia definita, localizzata, unidirezionale e prevedibile. Oggi la minaccia ha connotazioni diverse: è imprevedibile per tipologia, intensità e direzione, come il terrorismo internazionale che va affrontato con strumenti nuovi, attraverso un sistema di sicurezza che richiede collaborazione tra diversi apparati dello Stato e della comunità internazionale. Non basta il solo strumento militare, che è una componente dell’intero sistema: il terrorismo si combatte con forze di polizia, con l’«intelligence», con la sensibilizzazione della società e con altri strumenti, compreso quello militare. Quest’ultimo deve possedere caratteristiche nuove. Innanzitutto deve essere flessibile. Ai tempi della guerra fredda era rigidamente ancorato al terreno, con schemi collaudati di intervento; oggi deve essere in grado di fronteggiare rischi e aggressioni di diversi tipi. Seconda caratteristica, la modularità. Le unità organiche non possono essere impiegate come sono; occorrono task forces formate da moduli precostituiti che compongano uno strumento adeguato alla specifica minaccia. Altro fattore indispensabile è la proiettabilità associata alla prontezza della risposta: le unità debbono poter intervenire anche in aree di crisi lontane e i tempi di reazione devono essere bassissimi: in poco più di un mese il contingente italiano si è approntato e schierato nel teatro d’operazioni iracheno. Occorre, inoltre, un’accentuata autonomia decisionale e operativa ai più bassi livelli: poiché difficilmente possono essere impiegate grandi formazioni militari, è necessario uno spinto decentramento di valutazione e decisione ai comandanti in sottordine. Questo presuppone preparazione e professionalità d’alto livello e la disponibilità di sistemi e di mezzi altamente tecnologici. D. Come avviene il collegamento con i contingenti dislocati in tutto il mondo? R. Attraverso strumenti tanto più importanti quanto più è polverizzato l’impiego delle forze nei diversi teatri di operazioni. Tra i più importanti vi è il sistema C4I, Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer e supporto all’Intelligence, che consente al comandante di gestire le forze in campo a livello sia strategico sia tattico, e si basa su tecnologie avanzate. Le comunicazioni utilizzano ad esempio in prevalenza sistemi satellitari quale il Sicral, sistema militare di comunicazione, ma anche altri satelliti, civili, nazionali e di altri Paesi. In tal modo siamo in grado di mantenerci in contatto istantaneo con i nostri contingenti mediante vari sistemi di comunicazione radio, telefonici, informatici, videoconferenza. La sala operativa del Coi è in grado di collegarsi in videoconferenza con tutti i comandi impegnati in operazioni, compresi quelli imbarcati. D. L’Unione europea spende meno degli Usa: saremo sempre al loro traino? R. Il gap tecnologico dell’Unione europea rispetto agli Usa è riconosciuto da tutti, ma ritengo che questo non debba rappresentare un ostacolo, semmai uno stimolo ad una sempre più stretta collaborazione militare. Il sistema euroatlantico è assolutamente da mantenere e rafforzare: non è concepibile un’Europa staccata dalla Nato e dagli Stati Uniti, non solo perché ci uniscono ideali e valori comuni, ma anche perché nella Nato in cinquant’anni anni di storia e operatività si è creata una straordinaria capacità. Ritengo la Nato l’unico organismo multinazionale oggi in grado, per strutture, procedure consolidate, sistemi e uomini, di gestire operazioni complesse. L’Europa deve rafforzare questo sistema con una maggiore attenzione ai problemi della difesa, e potrà farlo se saprà rendere sinergici gli sforzi di ciascun Paese. D. Come rafforzarsi? R. La strada è già tracciata. L’Unione europea nel summit di Helsinki del 1999 ha deciso di costituire uno strumento militare europeo. Tra le disponibilità offerte dall’Italia c’è quella di un comando inteforze a livello strategico. Questo comando è stato incentrato sul Coi, che dovrà trasformarsi in un comando multinazionale in grado di gestire anche operazioni di peace keeping a guida europea. Il progetto è in fase avanzata e speriamo di raggiungere entro fine anno un’operatività iniziale di buon livello. Questi sforzi tendono a potenziare la capacità dell’Occidente di intervenire per stabilizzare le situazioni di crisi ma è un processo che non va visto disgiunto dalla Nato: perché non abbiamo le risorse per duplicare gli strumenti militari e perché l’Europa è legata al destino della Nato. Da sola non ha senso, verrebbe a mancare un pilastro del sistema che ha garantito per oltre 50 anni la pace e la stabilità nel Vecchio Continente e continuerà in futuro, sono certo, a fornire un determinante contributo alla sicurezza globale. D. La riforma delle Forze Armate avviata è la strada giusta? R. Le Forze Armate di leva hanno servito degnamente il Paese per 50 anni. Operazioni anche difficili sono state portate avanti con soldati di leva in Libano, Somalia, Mozambico. Ma sono stati posti limiti sempre più stringenti al loro impiego, rendendo il sistema sempre meno compatibile con le nuove e mutevoli esigenze di difesa e sicurezza. La riduzione a 10 mesi della ferma di leva aveva creato difficoltà obiettive nella preparazione del soldato. Oggi sistemi d’arma, tecnologie, mezzi, procedure sono altamente sofisticati ed esigono una preparazione intensa, 10 mesi non bastano. Inoltre è stata nettamente esclusa ogni ipotesi d’impiego per i militari di leva per missioni all’estero. Tutto questo ha reso inevitabile il passaggio a Forze Armate interamente professionali. Si tratta di un processo complesso e articolato che non riguarda solo il campo, assai delicato, del reclutamento del personale volontario, ma passa attraverso una serie di iniziative di razionalizzazione che investono l’intera struttura. Un processo, ormai ben definito nelle sue linee portanti e già avviato, che ha come obiettivo finale uno strumento militare moderno, bilanciato nelle proprie componenti e fortemente integrato nel contesto internazionale. Siamo sulla strada giusta? A giudicare dai primi risultati direi proprio di sì. |
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