STEFANO ZAPPALA':
PERCHE' CONVIENE ALLARGARE L'EUROPA
di
Nicola Imberti
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ilitare
in carriera, libero professionista e poi consigliere comunale, consigliere
regionale e oggi europarlamentare e sindaco di Pomezia, Stefano Zappalý
fa politica da quasi 10 anni, ma il suo curriculum gli permette di spaziare
da un campo allíaltro senza difficoltý. Rappresenta la sintesi tra la visione
globale, e in particolare europea, e quella locale di un sindaco che, ogni
giorno, trascorre la mattinata discutendo di lavori pubblici, piani regolatori
e servizi scolastici. Specchio Economico líha incontrato a Pomezia, nel
suo ufficio di sindaco sulle cui pareti campeggiano le foto di tempi passati.
Tempi in cui i coloni arrivavano a Pomezia nella speranza di un futuro migliore.
Da allora molte cose sono cambiate, come ci racconta Zappalý in questa intervista.
D. Che cosa pensa, in base alla sua esperienza, dellíEuropa? R. Quando si
parla di Europa, credo che sia importante innanzitutto capire di che cosa
stiamo parlando. Il concetto generale di Europa, infatti, non Ë molto diffuso.
Ognuno di noi nasce, vive, opera nellíambito di una realtý sociale e politica.
In generale siamo abituati a ragionare in termini di Stato. Oggi nel mondo
esistono una serie di aggregazioni: esistono, ad esempio, gli Stati Uniti
díAmerica e, ultima nata, líUnione europea. Generalmente siamo portati a
confondere il concetto di unione tra Stati con il concetto di Stato. D.
Che cosa Ë, nella sostanza, líUnione europea? R. Un insieme di Stati sovrani
che, attraverso trattati internazionali, hanno delegato e continuano a delegare
ad essa propri poteri. Questo significa che noi non siamo uno Stato; noi
siamo uníUnione di Stati che vivono sui trattati. Molte materie sono state
delegate, in tutto o in parte; molte altre sono ancora da delegare. Per
esempio, líUnione europea non ha ancora poteri per legiferare, in senso
comunitario, in materia di politica estera, di difesa comune, di attivitý
giudiziaria. Sono materie sulle quali si sta avviando uníipotesi di modifica
dei trattati per arrivare a una soluzione comune. Per questo motivo oggi
si parla di Costituzione europea. In realtý, in termini legislativi, la
Costituzione cíË giý: sono i trattati. La grande svolta verso cui ci stiamo
avviando Ë líipotesi di dar vita ad uníunione che si ponga al di sopra dei
trattati. Una vera unione di Stati, con delle regole unitarie, che potrý
assumere la forma di una federazione o di una confederazione, ma che comunque
dia maggiore incisivitý ai trattati internazionali. D. Da dove viene la
spinta per fare tutto questo? R. Questo salto di qualitý nasce dal fatto
che líUnione iniziÚ con tre Stati, nel tempo passÚ a 6, poi a 9 e a 12.
Oggi sono 15, ma di fatto operano giý in 25. Esiste inoltre líipotesi di
diventare 28 e di coinvolgere nellíUnione europea la Russia, insieme ad
alcuni Paesi dellíarea del Mediterraneo e del Nord Africa. Tutto questo
comporta che le regole debbano essere sempre pi˜ sottili e precise, perchÈ
una serie di Stati sovrani che delegano devono avere la garanzia di poter
partecipare alle decisioni. Non si tratta di uno Stato singolo nel quale
un Parlamento e un Governo decidono tutto; bisogna tener conto delle ricadute
nazionali. D. Per quale motivo? R. Se nei singoli Stati esiste un Governo,
espressione della maggioranza che lo ha eletto, in Europa non Ë cosÏ. Abbiamo
una Commissione esecutiva che fa, in un certo senso, le veci del Governo
europeo; ma non abbiamo una maggioranza politica. Abbiamo un Parlamento
nel quale non cíË una maggioranza precostituita ma si forma sui singoli
provvedimenti. In poche parole, non esiste preconcetto, non esiste schieramento
politico. Certo, vi sono le ideologie politiche, fortissime, perÚ sono i
provvedimenti tecnici che creano le maggioranze. Talvolta puÚ succedere
che sia in Parlamento che in Consiglio, centrodestra e sinistra votino insieme.
Talvolta, al contrario, si dividono in maniera profonda. D. Tutti i Paesi
condividono questo sistema? La Svezia, ad esempio, non ha bocciato lo scorso
mese la proposta di aderire allíeuro? R. Allíarea economico-monetaria dellíUnione
aderiscono 12 Stati su 15: mancano Inghilterra, Danimarca e Svezia. Questo
dimostra líimportanza e i limiti di uníUnione come la nostra. Uno Stato,
infatti, puÚ aderire in tutto o in parte a decisioni importantissime. Che
líUnione sia fortissima questo Ë facile da sostenere. Demograficamente Ë
il doppio degli Stati Uniti e in termini economici - nessuno ha dati esatti
-, credo che valga molto di pi˜ degli Usa. Il fatto che ancora operiamo
separatamente, perÚ, ci indebolisce nei confronti dello scenario mondiale.
Inoltre líeuro Ë una moneta di valore mondiale. Purtroppo cíË ancora qualche
Stato che, per paura, fatica a recepire questo discorso. Quello che dobbiamo
fare Ë superare preoccupazioni e problemi. Dopotutto i fatti dimostrano
che gli Stati che fino ad oggi hanno aderito allíeuro godono finalmente
di stabilitý economica. D. Ma non ci sono contrasti anche sulla Convenzione
europea? Lei condivide líattuale impostazione? R. La Convenzione, che si
dovrebbe sottoscrivere a Pratica di Mare e quindi nel territorio del Comune
di Pomezia, costituisce il tentativo di determinare un salto di qualitý
dellíUnione. Con essa, infatti, si stabiliranno una serie di regole e di
principi tipici di una Carta costituzionale. Le do la risposta di un uomo
che ha vissuto molte esperienze nella vita: ho fatto líufficiale di carriera,
ho fatto il libero professionista e, da dieci anni a questa parte, faccio
politica. Quello che ho imparato dalla vita Ë che ogni cosa, se mai comincia,
mai va avanti; e se quando comincia deve partire perfetta, Ë impossibile.
In Meccanica - e qui parlo da ingegnere -, vige un concetto fondamentale:
si chiama ´inerzia di primo distaccoª. Quando una macchina si mette in moto,
in termini normali parliamo di rodaggio, in termini tecnici diciamo che
cíË líinerzia di primo distacco, cioË la fase di assestamento. In chiave
sociale e politica líimportante Ë che ci sia la volontý di compiere dei
passi. Se si comincia, ci sarý sempre tempo per perfezionare quello che
Ë stato fatto. D. Non le sembra diversa líorigine della Costituzione italiana?
R. Quando nacque, tra il 1946 e il 1948, partiva da una storia consolidata
di oltre duemila anni. I nostri padri costituenti furono bravissimi, ma
certamente avevano tutta una serie di esperienze acquisite alle spalle.
In chiave europea líesperienza acquisita Ë quella dei singoli Stati che
tra di loro non sono armonizzati. Io credo che, nellíimmediato, sia impossibile
dar vita ad una Costituzione che soddisfi tutti. Da questo discorso nascono,
ovviamente, tutti i dibattiti sullíinserimento delle radici giudaico-cristiane
e su quelli che dovranno essere i principi ispiratori. Non cíË dubbio la
Costituzione Ë perfettibile, ma dobbiamo anche pensare che non Ë facile
mettere díaccordo 25 nazioni. Dobbiamo ricordare che la Costituzione dovrý
passare al vaglio dei vari Parlamenti nazionali e delle singole rappresentanze
governative, ed io sono convinto che ogni Stato cercherý di togliere o aggiungere
qualcosa. Questo accadrý perchÈ abbiamo culture e tradizioni diverse. Noi
non siamo uníUnione che nasce dal nulla. Gli Stati membri hanno secoli di
storia alle spalle. Per questo credo che líimportante, oggi, sia che la
Costituzione si faccia. Magari tra qualche anno ne ridiscuteremo. D. Il
fallimento del vertice di Cancun getta uníombra sulle regole del mercato
globale? R. Oggi noi ci troviamo nellíarea dellíeuro e quindi ci confrontiamo,
per la prima volta, con una moneta americana che ha sempre dominato la scena
politica mondiale. Assistiamo, inoltre, allíinvasione dei mercati perchÈ
Paesi in via di sviluppo come quelli dellíAfrica, dellíOriente e del Sud
America, si affacciano allíorizzonte e cambiano la prospettiva, rendendola
globale. Questo comporta un confronto sui prodotti e quindi un affanno da
parte dei Paesi che sono un poí pi˜ indietro rispetto a noi. Credo che la
capacitý dellíUnione e degli Usa deve essere quella di governare gli eventi.
Adesso, ad esempio, nasce líesigenza di portare nellíarea occidentale la
Russia, che ha esigenze di sviluppare e di normalizzare la propria societý.
Credo che, se líaccesso della Russia non avvenisse nellíUnione europea e
nel sistema occidentale, ma si svolgesse verso est, sarebbe un passo indietro
per tutti. Come Unione europea interveniamo in molte parti del mondo ed
esistono una serie di Commissioni parlamentari che curano i rapporti con
i singoli Paesi. Economicamente, inoltre, interveniamo in aiuto di tante
nazioni perchÈ crediamo che tutti debbano avere líopportunitý di svilupparsi,
raggiungendo livelli di democrazia ai quali, magari, non sono abituati.
Noi ragioniamo con profondo senso di democrazia, e non con spirito di colonizzazione.
D. Quali riforme state portando avanti nel Parlamento europeo? R. Líattuale
legislatura, cominciata nel 1999 e che scadrý nel prossimo anno, ne sta
preparando una serie, alcune delle quali importantissime. Tra le altre mi
preme sottolineare, perchÈ mi interessano personalmente, le riforme della
legislazione comunitaria sugli appalti e della legislazione sulle qualifiche
professionali e sulla libera circolazione dei professionisti. Sono due delle
5 o 6 pi˜ importanti dal punto di vista sociale, in via di realizzazione
in ambito europeo. Nel settore degli appalti si muove ogni anno una massa
di risorse economiche valutabile intorno ai 1.300 milioni di euro. I codici
professionali e di libera circolazione dei professionisti interessano alcune
decine di milioni di persone che in Europa offrono le proprie prestazioni
professionali a tutti i consumatori. Ogni cittadino ogni giorno ha certamente
rapporti con un professionista; avvocato, medico, commercialista, architetto
ecc. Si tratta quindi di una materia che interessa tutti i cittadini dellíUnione,
siano essi professionisti o consumatori. D. Quali sono i tempi per la loro
approvazione? R. Per il settore degli appalti la riforma si concluderý entro
questíanno, mentre per quella relativa agli Ordini professionali occorrerý
un poí pi˜ di tempo. Il nostro compito Ë quello di armonizzare la legislazione
nazionale con quella europea. Per questo motivo abbiamo intenzione di ampliare
i poteri degli Ordini professionali rendendo possibile ad un professionista,
una volta formato, di esercitare automaticamente, nel rispetto di alcune
regole, la propria attivitý in tutti gli Stati membri, senza altri limiti
se non quelli di assicurare ai cittadini sicurezza, libertý e salute. D.
DallíEuropa a Pomezia. Cosa significa per un europarlamentare fare il sindaco
di questa cittadina? R. Pomezia Ë una cittý molto importante. Vicinissima
a Roma, per fatti pregressi Ë il posto in cui si sono concentrate numerose
industrie dellíarea laziale. Solo per fare un esempio vi ha sede il 60 per
cento dellíindustria farmaceutica nazionale. Questo fa di Pomezia un polo
industriale importantissimo, secondo alcuni Ë addirittura il terzo polo
industriale díItalia. Cosa significa fare il sindaco e líeuroparlamentare?
Innanzitutto non si deve dimenticare che il sindaco di Venezia Ë un europarlamentare,
il sindaco di Roma Ë un europarlamentare e quello di Catania anche. Questo
sottolinea un aspetto: líunione di queste due attivitý consente contemporaneamente
una visione ampia e di dettaglio. Consente rapporti profondi in chiave nazionale
e internazionale e possibilitý di utilizzare risorse e relazioni. Ma soprattutto
consente enormi possibilitý di sviluppo. Devo dire che, in chiave europea,
i partiti tendono sempre pi˜ a candidare i propri parlamentari europei alla
carica di sindaco nelle cittý di media importanza. Questo perchÈ il rapporto
con il territorio Ë pi˜ facile e perchÈ si offre un aiuto anche agli altri
sindaci. D. Cosa sta facendo per fare di Pomezia una cittadina europea?
R. Devo ammettere di aver ereditato una cittý con molte esigenze. Per questo
motivo ho lavorato e continuo a lavorare molto alla realizzazione di infrastrutture.
Il passo pi˜ importante Ë sicuramente il trasferimento a Pomezia di un polo
universitario, precisamente di un distaccamento dellíUniversitý La Sapienza,
che comincia i corsi in questo mese. Inoltre stiamo lavorando molto nel
settore culturale: stiamo realizzando ad esempio un teatro, perchÈ non vogliamo
solo industria ma ci interessa migliorare la qualitý della vita dei cittadini,
anche attraverso il trasferimento a Pomezia di giovani. D. Da ingegnere
edile, che pensa del condono edilizio proposto al Parlamento dal Governo
Berlusconi? R. Rispondo innanzitutto da uomo: non sono stato mai favorevole
ai condoni perchÈ premiano chi viola le leggi e mortificano chi le rispetta.
Da amministratore pubblico e da politico, perÚ, devo dire che purtroppo
nel territorio si verificano eventi irreversibili. La mentalitý diffusa
ci rende incapaci di attuare una prevenzione quindi, una volta che gli errori
sono commessi, tornare indietro Ë complicato. Tra il mantenere anomalie
e incertezze e chiudere il problema affrontandolo con la riorganizzazione
del territorio, sono per questíultima soluzione. Sono due aspetti della
stessa medaglia che vanno analizzati. Come uomo e ingegnere non condivido
il condono perchÈ negli ultimi decenni il territorio Ë stato devastato.
Come politico credo che uníoperazione chirurgica si puÚ fare o non fare.
Un tumore o non lo si fa crescere o lo si estirpa. Siamo di fronte a un
processo irreversibile. Ci sono esigenze di normalizzazione, quindi considero
il condono un atto non dovuto, ma necessario. |