E se la vittima diventa giustiziere?
di
Paolo
di Damasco
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li
italiani hanno finora assicurato un largo consenso elettorale a Silvio Berlusconi
anche perchÈ lo hanno considerato vittima di persecuzioni politiche e giudiziarie
organizzate ed ispirate dai settori estremisti della sinistra e da ex-comunisti.
Questi settori, inoltre, hanno involontariamente molto contribuito a rafforzare
ed ingigantire la figura politica del Cavaliere. Infatti i loro continui
atti di aggressione che erano mirati e delegittimarlo, nella realtý lo hanno
trasformato rapidamente in un personaggio di primissimo piano che, pur incarnando
líimpero del male, non poteva non essere citato in tutti i dibattiti, gli
scritti e le immagini riguardanti il mondo della politica. Cosa succederý
ora che Berlusconi potrebbe essere considerato non pi˜ una vittima ma il
giustiziere di presunte malefatte dei Governi di centro-sinistra? Se Ë vero,
da un lato, che in genere sono amate le favole con un finale che premia
i buoni un tempo perseguitati, Ë anche vero, dallíaltro lato, che la figura
del carnefice o del boia non incontra per principio il favore della gente.
Pertanto il Cavaliere farebbe comunque bene a fare un uso moderato delle
vesti di giustiziere e a trarre invece insegnamento dagli errori politici
compiuti dal centro-sinistra, con la continua denigrazione e con il dileggio,
anche al di lý di qualsiasi caritý di patria, del Governo dellíattuale maggioranza.
Anche perchÈ dovrebbe ancora una volta ringraziare líopposizione per aver
regalato alla maggioranza una posizione di assoluto vantaggio sostenendo,
a proposito dellíacquisto della Telekom Serbia, che il presidente del Consiglio
dellíepoca, Romano Prodi, e il suo intero Governo fossero del tutto allíoscuro
della vicenda. Erano forse tutti andati al bagno, come giý era capitato
a Giuliano Amato in occasione di uníaltra delicata decisione? Infatti sembra
inverosimile che il Governo Prodi non fosse al corrente dellíacquisto, da
parte della Stet-Telecom Italia, della partecipazione azionaria nella Telekom
Serbia. Ne avevano parlato i giornali prima dellíacquisto, e neppure appare
credibile che i vertici della Stet-Telecom Italia non avessero proceduto,
nonostante líimminenza della privatizzazione del Gruppo da loro guidato,
ad avvertire, oltre che il Governo, anche le banche e gli istituti finanziari
incaricati dal Governo stesso di provvedere alla privatizzazione. Questo
tentativo di accreditare posizioni non reali e non sostenibili, compiuto
da un personaggio del massimo livello come Romano Prodi, fa meglio capire,
senza volerlo, come la bassa credibilitý del nostro Paese sia alla base
del declino dellíItalia, declino il cui inizio il governatore della Banca
díItalia Antonio Fazio fa risalire al lontano 1995. Ricordiamo in proposito
che causa ed effetto di questo declino Ë la carenza di nuovi investimenti.
Non solo e non tanto di nuovi investimenti sullíinnovazione, nella ricerca
e nella formazione, che pure sarebbero fortemente auspicabili, ma la carenza
di nuovi investimenti tout court. In Italia purtroppo non investono nÈ gli
imprenditori italiani nÈ quelli stranieri. Non investono in nessun settore
e in nessuna attivitý. Gli italiani preferiscono fare fruttare i loro capitali
di impresa allíestero, in Romania o in Slovenia piuttosto che localizzarli
in Italia. Fanno esattamente come molti meridionali abbienti che si guardano
bene dallíinvestire nel nostro Mezzogiorno e che anzi fingono, per evitare
spiacevoli intimidazioni, di avere un tenore di vita molto pi˜ basso di
quello corrispondente agli effettivi redditi. Quanto agli imprenditori stranieri,
in particolare alle multinazionali, per quanto possono si tengono lontani
dallíItalia e privilegiano Paesi molto pi˜ piccoli come líOlanda, líIrlanda
e financo il Portogallo. Acquisito che il declino dellíeconomia italiana
sia connesso con la carenza di investimenti, le ragioni pi˜ valide che inducono
gli imprenditori italiani e stranieri a trascurare il nostro Paese sono
queste: il funzionamento della pubblica amministrazione centrale e locale,
la non certezza del diritto, il mondo sindacale. Solo per dare uníidea del
baratro in cui ci troviamo, basterebbe riferirsi al Corriere della Sera
del 2 settembre scorso che, nella cronaca di Roma, titolava a cinque colonne
´La vittoria della Farmacia Igea: puÚ stare aperta 24 ore su 24ª. Un servizio
pubblico essenziale, come la vendita al pubblico di medicinali, che oltre
tutto assicurerebbe anche nuova occupazione, ha dovuto tanto duramente lottare
contro il sistema amministrativo pubblico e contro le normative da meritare
un vistoso articolo su un importante quotidiano. E che dire, poi, delle
opere pubbliche che sono ferme non per mancanza di soldi, ma per assurde
complicazioni delle procedure amministrative? Il sindaco di Grosseto lamentava,
nelle scorse settimane, come la costruzione della nuova autostrada Civitavecchia-Livorno
ancora non fosse iniziata dopo oltre venti anni di dibattiti e nonostante
il fatto che la strada statale Aurelia ´continuasse a contare morti e fosse
diventata orma una vera e propria fabbrica di mortiª. Sulla certezza del
diritto, poi, líItalia ha ormai perso molta della propria credibilitý internazionale.
La lunghezza dei processi, unita a un singolare attivismo della magistratura,
rende la nostra situazione difficilmente comprensibile agli occhi di uno
straniero. Non Ë facile, infatti, spiegare come alcuni giudici possano imporre
alla Fiat di riaprire lo stabilimento di Arese per produrre determinati
modelli di autovetture, mentre altri possano obbligare la Rai-tv a mandare
in onda un ´palinsestoª che preveda líutilizzazione in certe ore, per certi
servizi e per per una certa durata del giornalista Michele Santoro. Non
Ë neppure facile fare capire agli stranieri come la Procura della Repubblica
di Palermo abbia impiegato, per circa dieci anni, enormi risorse umane ed
economiche per fare condannare per associazione mafiosa Giulio Andreotti,
sicuramente líuomo politico italiano pi˜ conosciuto allíestero, dalla Cina
allíAmerica Latina, dagli Stati Uniti ai Paesi arabi. E come far capire
che anche il gioco del calcio e, conseguentemente, la legittimitý dei risultati
sportivi, delle classifiche e della assegnazione ai diversi gironi, possano
essere sovvertiti dalle decisioni dei Tribunali amministrativi? Persino
la storia della nostra Repubblica puÚ essere revisionata in sede giudiziaria,
come insegnano il processo Andreotti e quello Previti di Milano, nei quali
sarebbe stata accertata la ´pi˜ grande corruzione dellíera repubblicanaª.
Se poi a tutto questo si aggiunge un mondo sindacale che, per quanto Ë dato
conoscere, Ë rimasto un caso unico nel panorama dei Paesi industriali, si
puÚ ben comprendere la riluttanza con la quale gli imprenditori, soprattutto
quelli stranieri, affrontano líipotesi di un possibile investimento in Italia.
Nel nostro Paese, infatti, cíË un sindacato, la Cgil, che si ostina a fare
politica e che, nonostante sia il pi˜ numeroso e rappresentativo, continua
ad osteggiare in linea pregiudiziale, come gli Ë stato rinfacciato dai sindacati
confratelli della Cisl e della Uil, qualsiasi proposta del Governo in tema
di lavoro. Líimprenditore straniero ha líimpressione che il mondo produttivo
italiano debba sobbarcarsi a responsabilitý che vanno ben oltre quelle caratteristiche
dellíinvestimento industriale, dato che il sindacato coltiva interessi che
spaziano dalla politica internazionale alle guerre guerreggiate da altri
Paesi, dai diritti civili alla globalizzazione, dalle lotte ai Governi conservatori
ai tentativi di far cadere il Governo Berlusconi mediante la piazza. In
questa situazione líattuale maggioranza politica dovrebbe impegnarsi, se
vuole arginare il declino del Paese ed aiutare il rilancio dellíeconomia,
a rimuovere gli ostacoli che si frappongono allíattivazione di nuovi investimenti.
Su questo tema la cosiddetta ´legge obiettivoª non sembra abbia raggiunto
gli scopi prefissi. Tuttavia il pluralismo amministrativo - che in talune
circostanze Ë un patrimonio positivo della nostra cultura - si trasforma
in uno strumento di blocco di qualsiasi iniziativa, come puÚ divenire strumento
di blocco anche uníazione della magistratura eccessivamente pervasiva nei
riguardi del tessuto economico e industriale. Con questo non si vuole dire
che il ´controlloª giudiziario non sia indispensabile, ma Ë bene che questo
si effettui con vigore quando sono in gioco gli interessi della comunitý,
come nel caso della ´mafia dei colletti bianchiª che ha abusato in America,
in Europa e in Giappone del risparmio privato; e sia pi˜ ´funzionaleª quando
sono in gioco problemi di mera osservanza delle formalitý procedurali. Nel
mondo del lavoro, infine, Ë urgente almeno una nuova regolamentazione degli
scioperi per i servizi pubblici, in modo da evitare che la cittadinanza
continui ad essere ostaggio di coloro che operano nellíambito dei servizi
pubblici. Non sarý comunque facile ridare vigore, in Italia, agli investimenti.
Ancora pi˜ difficile sarý poi orientare questi investimenti verso settori
essenziali per migliorare la competitivitý del Paese ma a reddito fortemente
differito, come líinnovazione tecnologica, la ricerca e la formazione. Oltre
a difficoltý di carattere economico, infatti, si aggiungono quelle di natura
politica. Tra maggioranza e opposizione non sussiste purtroppo alcuna forma
di dialogo. Il dileggio, líinsulto e la rissa verbale sono ormai diventati
comportamenti normali. Da parte dellíopposizione non Ë stato finora prodotto
alcun progetto comune di riforma costituzionale, di riforma dello Stato
e del welfare o di rilancio dellíeconomia. Nellíambito dellíopposizione
si riesce al massimo a dibattere sulla possibilitý di presentare una lista
unica alle prossime elezioni europee. Questa proposta di Romano Prodi, che
ha trovato consensi ma anche forti opposizioni e che probabilmente avrý
un successo molto limitato, rappresenta il ´massimoª cui riesce a spingersi
il dibattito politico nellíambito del centro-sinistra. Su tutti gli altri
temi, compresi quelli di ordinarie gestioni, si Ë verificata la pratica
impossibilitý di formulare una qualsiasi proposta senza provocare profonde
lacerazioni e insanabili dissensi. Líunico vero collante del centro-sinistra
continua ad essere líantiberlusconismo. Da ultimo si Ë cimentato sulla materia
anche uno strenuo ed antico campione della democrazia, nonchÈ ex presidente
della Repubblica, che risponde al nome di Oscar Luigi Scalfaro. Dopo aver
scosso negli anni ë95 e ë96 i fondamenti stessi della democrazia, oggi si
Ë scoperto preoccupato dallíinsorgere in Italia di un nuovo fascismo attraverso
la figura di Silvio Berlusconi. Sembra quasi di assistere a una graduale
e latente sovietizzazione della cultura del centro sinistra: la necessitý
di avere comunque un nemico esterno che si identifica sempre nel fascismo;
líesigenza di abbattere le forze del riformismo liberal-democratico. Come
il nemico che ossessionava negli anni 80 dello scorso secolo il massimalismo
comunista non poteva che essere Bettino Craxi, cosÏ negli anni 90 e nei
nostri giorni il nemico da battere, líemblema di tutte le nefandezze, non
puÚ che essere Silvio Berlusconi, proprio perchÈ anche lui tenta seriamente
la strada delle riforme rifiutandosi di utilizzare gli strumenti dellíideologia.
Il segretario dei Ds Piero Fassino, uomo politico che non ha pienamente
le proprie radici nella scuola di Mosca, ha riconosciuto la modernitý riformista
di Craxi in contrapposizione al conservatorismo dello scomparso segretario
del Pci Enrico Berlinguer. La stessa sfida che un tempo Ë intercorsa tra
questi due personaggi si ripropone oggi, negli stessi termini sostanziali,
tra Silvio Berlusconi e il triumvirato del centro-sinistra rappresentato
da Romano Prodi, Sergio Cofferati e Massimo DíAlema. Anche se per ora appare
sfocata, almeno rispetto al passato, la materia del confronto, bisogna almeno
riconoscere a Berlusconi un autentico desiderio di innovare e di cambiare
líItalia per renderla pi˜ moderna e competitiva. Il centrosinistra, invece,
sembra ora limitarsi a difendere líassetto corporativo che finora ha comandato
nel nostro Paese. Potrebbe anche trovare un nuovo nome, come ´partito dei
riformistiª, ma non basterebbe questo per diventare effettivamente riformista
come non bastava la parola ´democraticaª aggiunta alle Repubbliche comuniste
dellíEst Europa per farle divenire Paesi in cui fosse effettivamente praticata
la democrazia. |