LIBRI,
GIORNALI, GIORNALISTI.
NICOLETTA PICCHIO E L'ITALIA CHE CONTA
in
un libro l'esemplare storia di venti aziende italiane.

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significa oggi fare il giornalista? La risposta Ë: andare al mattino al
giornale; essere travolti da una valanga di carte e di bit contenenti comunicati,
dichiarazioni, annunci; cercare di leggerne la maggior parte, almeno i titoli;
cercare di eliminarne pure la maggior parte, gettandoli nel cestino sotto
la scrivania o in quello del computer; fare qualche telefonata; compattare
in qualche decina di righe le notizie selezionate; consegnare il risultato
al caposervizio o caporedattore. A sera, abbandonare quella prigione dalle
pareti blindate di carta e di bit e uscire allíaperto: ma si Ë fatto tardi
e buio, il tempo limitato e la stanchezza non permettono che fugaci incontri
e scambi di idee e notizie con colleghi e addetti ai lavori, tutti nelle
stesse condizioni. Ma allora quandíË che i giornalisti conoscono la realtý
vera della vita, non cartacea nÈ elettronica? Quando vanno a documentarsi
di persona parlando con la gente, interrogando, scrutando, curiosando, visitando,
vedendo luoghi e stabilendo contatti, insomma attingendo alle fonti vere
delle notizie? Quando si liberano della presenza asfissiante, petulante,
condizionante, degli organizzatissimi Uffici stampa, superpagati dai ´poteri
fortiª, finanziari e politici, per imporre alle masse le ´loro veritýª?
Secondo la mia esperienza, quasi mai. Per quanto bravo, ogni giornalista,
scrivendo, si esaurisce come una batteria; e se, come una batteria, non
si ricarica continuamente o quanto meno periodicamente, non scrive, si ripete.
Un giorno Domenico Rea mi disse scherzando: ´Indro? Ha scritto solo un articolo
nella sua vita. Nel 1936ª. ´Ma che dici?ª, osservai, conoscendo anchíio
bene Montanelli. ´Se leggi bene, scrive sempre lo stesso articoloª, replicÚ.
Don MimÏ, come chiamavano Rea, aveva usato un paradosso per superare il
re dei paradossi, appunto Montanelli. Il quale allíepoca dellíabbandono
dei campi scrisse che le ragazze non sposavano pi˜ gli agricoltori; e cominciava
gli elzeviri della serie ´Incontriª sulla terza pagina del Corriere della
Sera con la frase: ´Io non lo conosco, ma di lui posso dire che..ª. E, gi˜
due colonne di piombo, con il ritratto dettagliato di un personaggio. ´Come
fai a scrivere due colonne su uno che non conosci?ª, gli domandavo io. ´Imparaª,
mi rispondeva. PerchÈ faccio questo discorso? So bene perchÈ sono scomparse
le figure del redattore viaggiante, dellíinviato speciale, dellíinchiestista.
La causa sono gli aerei, le telecomunicazioni, i satelliti, la televisione,
ma soprattutto líavvenuta sopraffazione, nei giornali, dei giornalisti da
parte dei manager. Un tempo i giornalisti disprezzavano gli amministrativi,
non guardavano a spese e risparmi, facevano perdere treni e aerei per inserire
le ultimissime notizie, e quindi copie e incassi in edicola, ma i giornali
erano bellissimi, ricchissimi. Oggi il giornalista non solo ha il complesso
della tv, non solo dý per scontato che questa arrivi sempre prima, che attragga
di pi˜ la gente, che tutti stiano a guardarla fino alle 2 di notte, per
cui spesso i giornali non riportano notizie di fatti della sera prima. Il
giornalista Ë diventato succube non solo dei potenti, dei politici, degli
editori, ma dei manager, soprattutto di piccoli, miopi, insensibili manager,
amici dei padroni ma nemici del Giornalismo; ragionieri che poi si lamentano
della concorrenza della tv e della valanga di pubblicitý che su questa si
riversa, ma non considerano i costi sconsiderati dei programmi televisivi
e i cachet miliardari di giornalisti falliti nel giornalismo, oltrechÈ nella
grammatica. Tornando ai pseudo-editori che finanziano la stampa in funzione
dei decreti sulle rottamazioni o della destinazione dei loro latifondi nei
Piani regolatori, ho sempre sognato di andare o di mandare un inviato a
vedere come si lavora e si vive dentro una fabbrica, per descrivere come
si creano gli oggetti complicatissimi che invece ci semplificano la vita,
per scoprire che nascondono quelle grandi periferie urbane piene di case,
casupole, fabbriche, fabbrichette, depositi, negozietti, polvere e fango,
uníimmensa realtý ignorata. Andrý sempre cosÏ, cioË sempre peggio? Aumenteranno
le pseudo-inviate di guerra mollemente adagiate nei grandi alberghi, difese,
protette, foraggiate, accudite e, soprattutto, rimpinzate di notizie fabbricate
da chi ha interesse a diramarle falsando la veritý? Pseudo-inviati profumatamente
pagati, per i loro costosissimi servizi, con i soldi di chi Ë costretto
poi a bere le loro inattendibili informazioni. No, non sarý sempre cosÏ,
cíË qualcosa che ci fa sperare in un ritorno al vero giornalismo, anzi a
una rivalutazione dei veri giornalisti che ci sono sempre stati e ci sono
anche adesso, intenti a compiere il loro lavoro onestamente, coscienziosamente
ed umilmente, senza i riflettori della televisione che falsano tutto, e
senza i compensi stratosferici che stravolgono i veri valori della vita.
Queste riflessioni e queste speranze tornano leggendo la fatica di Nicoletta
Picchio, una giornalista de Il Sole 24 Ore che ha pubblicato ora il libro
´LíItalia che conta - Regione per regione, gli interessi e le passioni dei
protagonisti dellíeconomia italianaª. Prima di tutto bisogna dire che Nicoletta
Picchio non Ë uno di quei giornalisti che,quattro mesi dopo essere stati
assunti, si autocandidano direttori disdegnando la cronaca, evitando la
cucina, contestando la routine, dichiarandosi incompetenti, scaricando sui
colleghi i servizi non ambiti, ma non perdendo occasione per atteggiarsi
a mosche cocchiere della redazione. La Picchio la si incontra ovunque: conferenze-stampa,
convegni, avvenimenti, incontri con personaggi del suo mondo giornalistico,
che Ë líeconomia: quindi imprenditori, manager, politici ecc. Allora, se
Ë sempre cosÏ impegnata nella quotidiana fatica redazionale, come ha fatto
a scrivere questo libro che racconta nei dettagli la storia e le vicende
di venti aziende, ovvero di venti imprenditori, di venti famiglie, che hanno
creato negli ultimi decenni líItalia di oggi, hanno inventato, sviluppato,
fabbricato tutto quello che ci circonda, che facilita la vita, che addirittura
ci dý il piacere di vivere? Non cíË risposta a questo interrogativo se non
la passione per il giornalismo, quello vero, per líinchiesta, la scoperta,
il racconto, il senso del servizio da rendere non solo ai propri lettori
ma a tutto il Paese. » un vanto per líItalia líesistenza di queste venti
aziende, che non sono perÚ le sole, ma che sono il simbolo dellíItalia delle
imprese, piccole, medie, grandi. Ed Ë merito di Nicoletta Picchio averne
scritto, illustrandone origini, storie, episodi, persone: un Gotha del lavoro,
della tenacia, spesso del sacrificio, dellíattaccamento non solo dei soci
e azionisti ma anche dei loro dipendenti. Qualche brano? Il conte Lucio
Tasca díAlmerita con le tre sorelle e i figli Giuseppe e Alberto, produttori
del famoso Regaleali e di altri vini: ´Anche oggi il conte si ricorda bene
la povertý degli anni 40 e 50; gli operai mangiavano due pani al giorno
pi˜ un litro e mezzo di vino per tenersi su. Il sabato, cíera la sarda salata,
il cibo faceva parte della paga, in aggiunta ai soldiª. Gli Amarelli di
Rossano, dal 1713 impegnati nello sviluppo della liquerizia, in Calabria:
´Se al duca di Corigliano va attribuito il merito di aver impiantato, agli
albori dellíindustrializzazione, la prima fabbrica di liquirizia della regione,
ai baroni Amarelli di Rossano spetta líonore, e líonere, di continuare una
tradizione che Ë stata per almeno due secoli il fiore allíocchiello dellíeconomia
calabreseª. Ancora nel Sud, in Puglia: ´Nel dopoguerra in questa zona non
cíera nulla che potesse far presagire la nascita del distretto del divanoª,
racconta, alla Picchio, Saverio Calia. Quando suo nonno, partito per la
guerra in Africa, fu fatto prigioniero e restÚ lontano 10 anni, suo padre
Liborio Vincenzo, a 16 anni si mise a fare il falegname, guadagnandosi il
nome díarte di mastro Vincenzo. ´Oggi il divano Ë entrato a far parte con
tutti gli onori del made in Italy: un oggetto-moda italiano che fa tendenza.
Ma le regole ferree dellíindustria e della competitivitý non hanno sepolto
le antiche tradizioni legate allo spirito dei Sassiª. A Bari nel 1896 nella
centrale Via Sparano aprÏ una grande libreria, dei fratelli Laterza, ´autoritaria
per lo sfoggio di copertine díautore allineate in vetrinaª, ma aperta alla
strada e ai passanti, luogo di appuntamento. ´Bari si Ë moltiplicata, le
vetrine anche. Ma il ëCi vediamo da Laterzaí ancora resisteª, riferisce
la Picchio. A Napoli 320 aziende offrono gioielli, pietre preziose, orologi,
alcuni di fattura antica, altri modernissimi, ma ´Ë Gianni Caritý, gioielliere
di quarta generazione, ad avere dieci anni fa líidea del TarÏ, una cittadella
dellíoreficeria e del gioielloª. E il gruppo di Tonino Perna: ´Una crescita
al galoppo per líimprenditore molisano partito da zero e oggi seduto su
un fatturato da 700 milioni di euro. Nella sua ëscuderiaí ci sono otto marchi
di prestigio: alcuni di proprietý, come Malo, FerrË, ExtË, Romeo Gigli e
Gentryportofino, altri in licenza, come D&G, Versus, Just Cavalliª. E poi
la storia di Donato Lombardi: suo padre aveva una piccola attivitý di recupero
di rottami di ferro ma lui, per risparmiare sul trasporto, pensÚ di ´consegnare
il rottame alle ferriere in giro per líItalia e con lo stesso mezzo portare
in Abruzzo il laminato mercantileª; compra e vende, poi impianta uno stabilimento
e nel 1972 nasce la Presider. E Angelo Colussi? Macinava chilometri tutta
la settimana, dalla fabbrica di biscotti di San Petrignano a quella della
pasta Agnesi di Imperia; obiettivo per il 2005: 500 milioni di euro di fatturato.
A Pieve di Cadore nel 1878 Angelo Frescura, venditore ambulante di chincaglieria,
abbandona il carretto e apre una piccola fabbrica di occhiali, acquistata
poi nel 1934 da Guglielmo Tabacchi; e nasce la Safilo, che produce per Valentino,
Saint Laurent, Gucci, Dior, Armani. E poi ancora le storie di Nonino, Della
Valle, Ferragamo, Marazzi, Cerutti... (V. C.) |