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MARIO STIRPE: IL PUNTO
SULLA RICERCA IN ITALIA

intervista al Presidente della Fondazione Bietti

er continuare e per sviluppare la ricerca che negli anni 60 aveva avviato, nel campo dellíOftalmologia, lo scomparso prof. Giovanni Battista Bietti riuscendo a fare di Roma un punto di riferimento e di richiamo per il mondo scientifico internazionale, nel 1980 il prof. Mario Stirpe, grazie ad aiuti di enti e di privati, costituÏ la Fondazione Bietti, che in questi anni ha ottenuto risultati estremamente positivi istituendo borse di studio, organizzando corsi per la preparazione di specialisti, attuando scambi culturali con altri Paesi. La Fondazione Bietti Ë intervenuta anche per far ammettere, in Italia, i trapianti di cornea e per far istituire a Roma, nellíospedale San Giovanni-Addolorata, la ´Banca degli occhiª. In questa intervista a Specchio Economico il prof. Stirpe fa il punto sullíattivitý e sulle prospettive della meritoria istituzione. Domanda. Quali sono le prospettive della Fondazione Bietti? Risposta. Rientrato in Italia dopo un soggiorno di studio allíestero, ho continuato la mia attivitý attraverso la Fondazione Bietti, che ha avuto la fortuna di legarsi a una solida istituzione come la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, presieduta dal prof. Emmanuele Emanuele. In tale attivitý ho potuto constatare che il nostro Paese ha elementi molto validi, che possono dare molto in diversi settori della ricerca, seguendo ognuno un proprio filone. CíË chi Ë portato verso la ricerca in Chirurgia, chi verso líOculistica medica, che ritengo molto importante oggi, in quanto Ë votata alla cura delle malattie degenerative della retina centrale, che costituiscono una delle pi˜ grandi cause di cecitý nel mondo. D. ComíË amministrata la Bietti? R. Attualmente la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma ha la maggioranza allíinterno del Consiglio di amministrazione della Fondazione Bietti, della quale io ho la presidenza e il prof. Emanuele la vicepresidenza. Si tratta di una presenza utile, perchÈ Ë giusto che chi fornisce le risorse finanziarie per la ricerca possa anche controllare come vengano impiegate, controllo che in Italia per molto tempo non si Ë fatto. Non di rado, infatti, costose attrezzature sanitarie fornite ad enti di ricerca sono finite inutilizzate nei sotterranei. » una vecchia storia di cattiva amministrazione, da parte di universitý e di ospedali, dei fondi pubblici erogati per la ricerca. D. QualíË líutilitý dellíalleanza? R. Come Fondazione Bietti, abbiamo accettato questo tipo di rapporto con la Fondazione Cassa di Risparmio anche perchÈ abbiamo sempre cercato di non chiuderci in un bunker, di non trasformare líistituto in una fortezza: chiunque puÚ avvicinarci, anzi siamo noi che cerchiamo quanto cíË di valido nel nostro Paese. Io personalmente, quando scopro un elemento valido, cerco di portarlo con me, di introdurlo nellíambiente medico internazionale, di farlo entrare nelle societý pi˜ importanti, nei club scientifici pi˜ qualificati, di metterlo in grado di sviluppare e far conoscere le proprie qualitý. D. Quali iniziative avete preso? R. Nellíambito di questa nostra azione abbiamo sostenuto un Centro di ricerca sui tumori a Padova, mentre nel Mezzogiorno abbiamo istituito e avviato, a Lecce, un Centro di ricerca per la Puglia. Oltre a questi due interventi abbiamo attuato una serie di iniziative riuscendo a riunire intorno alla Fondazione Bietti quanti elementi pi˜ attivi ci siano nel nostro campo. Questi risultati ci hanno fatto guadagnare riconoscimenti allíestero, anche grazie al tipo di rapporti che abbiamo instaurato. Proprio nel quadro di questa larga apertura internazionale vi Ë, tra gli scopi istituzionali della Fondazione, anche líorganizzazione, ogni quattro anni, di un congresso internazionale finalizzato ad approfondire gli argomenti controversi esistenti nel nostro campo, o ancora poco chiari, o aspetti importanti ma non ancora seguiti. D. Come Ë considerata la Fondazione allíestero? R. Abbiamo sempre cercato di orientare i nostri incontri a questi scopi. Líattenzione del mondo scientifico internazionale sulla nostra attivitý si Ë sviluppata al punto tale che il congresso registra la pi˜ qualificata partecipazione straniera, e durante il suo svolgimento vi Ë la raccomandazione che non vi sia sovrapposizione con altri eventi internazionali. Durante líultimo congresso sono divenuti membri onorari della Fondazione due illustri italiani con i quali la stessa ha da tempo collaborato: il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, dagli studi della quale il nostro gruppo di ricerca ha tratto grandi vantaggi scientifici attraverso líapplicazione in Oftalmologia del ´nerv grow factorª, e il professor Lamberto Maffei, fisiologo, al quale si devono importantissimi studi sulla funzione della retina. D. Avete collaboratori stranieri? R. Ogniqualvolta abbiamo chiesto ad eminenti personalitý del campo scientifico se desideravano far parte della nostra Fondazione come membri esterni, abbiamo ricevuto risposte entusiastiche, per cui la Fondazione ha raccolto elementi di primo piano a livello internazionale, quanto di pi˜ rappresentativo esiste allíestero. Abbiamo subito avviato delle collaborazioni con i pi˜ giovani, e questo rappresenta un compito essenziale della Fondazione. D. Cosa la spinge a fare questo? R. Probabilmente gli esempi. Durante il congresso internazionale recentemente organizzato dalla Fondazione, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha voluto incontrare il mondo internazionale che opera con la Fondazione Bietti trattenendosi con i nostri ospiti. Era presente il presidente dellíAmerican Academy e i direttori dei pi˜ importanti Dipartimenti di Oftalmologia americani, europei e in parte asiatici. Ho detto al Capo dello Stato quanto significativo fosse líincontro con lui, poichÈ egli stesso costituisce per noi italiani un esempio. Díaltro canto la Fondazione Bietti stessa Ë stata costituita nel nome di un uomo che, in uníepoca in cui i confini tra i diversi Paesi avevano ancora barriere profonde, aveva rappresentato un importante esempio di apertura internazionale; io stesso ho ricevuto fin da ragazzo, da mio padre, esempi che spero di non tradire. Credo che i giovani debbano essere guidati non dalla parola ma dagli esempi. Vorrei ricordare che il Pontefice stesso a Bratislava si Ë espresso su questo punto con una frase emblematica: ´Le parole ammoniscono, gli esempi trascinanoª. D. Con quali istituti collaborate? R. Nellíambito di queste aperture abbiamo anche puntato a creare una struttura che potesse fornire medici per le scuole di specializzazione, e a tale scopo abbiamo partecipato allíistituzione della nuova universitý Campus Biomedico di Roma, nella quale sono confluiti elementi della Fondazione Bietti che vi ha anche aperto i laboratori di ricerca. Attualmente in tali laboratori si svolge uníimportante ricerca sulla cornea. Stiamo inoltre cercando di estendere la ricerca nelle strutture in cui operano gli elementi pi˜ promettenti nelle varie materie. D. Il Governo vi aiuta? R. Nei giorni scorsi ho prospettato i problemi del settore allíon. Domenico Di Virgilio, relatore della nuova legge sugli istituti di ricerca che prevede la possibilitý di questo tipo di collaborazioni. La nuova legge contiene uníapertura verso altre istituzioni. Per migliorare la nostra produzione scientifica dobbiamo andare a sostenere i buoni elementi nelle sedi in cui operano. Questa Ë líimpostazione seguita dalla Fondazione. D. Come finanziate le iniziative? R. Per fare tutto ciÚ occorrono ovviamente i fondi. Noi speriamo che, con il chiarimento recentemente fornito dalla Corte Costituzionale, si possa continuare ad averli. In Italia tutto Ë molto difficile, perÚ quando si afferma un principio e si dimostra di operare concretamente, alla fine le risorse finanziarie si trovano. Occorre tempo, anche anni, ma líimportante non Ë avere uníistituzione bensÏ farla funzionare; e questo Ë giusto. In altri Paesi ciÚ non avviene perchÈ, se si crea uníistituzione, si Ë certi che funzionerý. Purtroppo noi abbiamo avuto esperienze diverse, tante iniziative sono nate ma non hanno funzionato, quindi la diffidenza Ë giustificata. D. Quali sono i maggiori ostacoli? R. Credo che, una volta avviate, non ci siano difficoltý per portare avanti determinate iniziative. Uno degli ostacoli principali Ë costituito dal fatto che, impostato un progetto, a metý strada si perde líinterlocutore politico, e si deve ricominciare con uníaltra persona che forse non lo comprende perchÈ non Ë un medico. Non si fa mai in tempo a realizzare uníiniziativa. D. Quanti contributi avete ricevuto dallo Stato? R. Non abbiamo mai avuto aiuti statali. Adesso probabilmente, con la nuova legge sugli istituti di ricerca, se si decide di operare in questo settore qualcosa potrebbe anche venire concessa dal Governo. Non solo non si sono mai concessi fondi, ma non sono stati neppure adeguatamente incoraggiati, con eventuali deduzioni dalle imposte o altro, coloro che li erogavano. Quando negli Stati Uniti mi Ë stato assegnato il Premio dellíAmerican Academy, mi hanno fatto osservare che ero vissuto in uno Stato per molti versi amorale perchÈ, Ë stato detto, ´sappiamo che lei ha finanziato delle borse di studio e altre iniziative, ma che su quelle somme alla fine dellíanno ha dovuto pagare le tasseª. Proprio come se le avessi spese per giocare alla roulette o comprarmi una barca. D. Lo Stato non aiuta in qualche modo la ricerca? R. Lo Stato italiano Ë sempre stato poco protettivo verso chi cercava di supplire con le proprie forze alle sue carenze. Questo Ë il rimprovero che ci viene da chi, viceversa, tali iniziative ha favorito. Gli Stati Uniti hanno molti difetti, forse pi˜ di noi, ma mentre in Italia la politica in questi anni ha voluto mettere le mani in tutto, lý questo non avviene. Faccio parte di una Commissione che controlla la ricerca sulla degenerazione maculare, e che fornisce gli indirizzi addirittura alla Food and Drugs Administration americana; sono stato consulente anche di questíultima, ma non ho mai visto un politico mettere il naso nelle questioni tecniche. In Usa nascono istituzioni tecniche che assumono la responsabilitý di alcuni settori; i politici stabiliscono gli indirizzi generali che debbono osservare, ma non se ne appropriano; non dettano le nomine nelle direzioni degli istituti, degli ospedali, peggio ancora dei reparti. D. Che cosa ha prodotto tutto ciÚ? R. Parte del decadimento della nostra medicina Ë dovuta a questo. Avviene da tanti anni ma anticamente non era cosÏ. Mio padre, che era un autentico liberale, raccontava che aveva partecipato a tre concorsi, per Anatomia patologica, per primario medico e per primario radiologo, tre diverse specialitý; ad uno di essi aveva preso parte anche il nipote del gerarca fascista Achille Starace, ma lui era riuscito primo in tutti e tre; la politica non lëaveva mai minimamente intralciato. D. Che cosa avviene invece oggi? R. Ogni partito sceglie i propri candidati; se un aspirante non appartiene a un determinato partito, non ottiene la nomina. Il cittadino non potrý mai avere quanto cíË di meglio, il medico che puÚ curarlo meglio. Io vigilo affinchÈ nessuno nel mio ambiente di lavoro esprima idee politiche; sostengo che bisogna essere aperti ad accogliere il paziente che viene a farsi curare senza interessarsi delle sue idee politiche. » giusto che anche i medici abbiano le proprie idee politiche e le esprimano, ma non nellíesercizio della professione. Anche per questo líItalia perde i migliori elementi. Ritengo che la giustizia e la salute del prossimo siano il fondamento della civiltý. D. Gli Ordini professionali non svolgono controlli? R. Un tempo costituivano una vera e propria magistratura. Ho visto soffrire mio padre quando dovette radiare dallíOrdine dei medici un suo amico che aveva commesso uníazione sconveniente. Diceva: ´Se non lo faccio, perderý di credibilitý líOrdine medicoª. Abbiamo avuto in Italia una Medicina di primissimo ordine, che era un simbolo, ma che poi Ë stata spregiativamente liquidata come la Medicina dei baroni. La veritý Ë che nel Policlinico di Roma, ad esempio, dove ho mosso i primi passi prima con mio padre poi con il professor Bietti, venivano medici da tutte le parti del mondo perchÈ era una fonte di cultura e di apprendimento. Oggi non credo che questo avvenga, abbiamo perso tutto. D. Per quali motivi? R. Tutti i Paesi occidentali hanno avuto il ë68, i fermenti giovanili, la rivolta studentesca, ma soltanto noi non ci siamo pi˜ risollevati. Quando si imbocca una china, Ë difficilissimo risalirne perchÈ cambiano le situazioni, le persone, gli insegnamenti. Quando tornai dagli Stati Uniti dove avevo lavorato nella ricerca ed ero vissuto in un altro ambiente, trovai che gli ospedali erano diventati uffici politici. Non Ë la maniera giusta per farli funzionare. Un tempo si diceva che il medico, prima di quarantíanni díetý, non guadagnava; chi sceglieva questa professione sapeva di dover affrontare dei sacrifici, si lavorava dalla mattina alla sera, e si era sicuri che si faceva ciÚ per passione; oggi i giovani, se non guadagnano appena si sono laureati, non accettano di dedicarsi a carriere che pure conferirebbero una maggiore dignitý. D. Che cosa Ë cambiato nella carriera universitaria? R.Un tempo si seguiva per passione; la prima tappa si percorreva in una cittý diversa da quella di origine. Oggi non si sposta pi˜ nessuno, si beneficia di una carriera burocratica, si viene promossi per anzianitý. Non cíË nessuno stimolo per migliorare la cultura. Proprio perchÈ ho compreso in tempo tutto questo, ho dato vita alla Fondazione, il cui funzionamento avevo conosciuto allíestero. Ho rischiato, perchÈ in Italia uníimpresa del genere aveva scarse possibilitý di funzionare; e nella prima fase ho consumato parte del mio patrimonio personale. D. Quali risultati sta ottenendo ora la ricerca nel suo campo? R. Ci sono dei momenti particolarmente fertili in cui si fanno grandi progressi, si realizzano tante conquiste. Questo avviene in tutti i campi. Un periodo estremamente felice per il mio settore, che ho avuto la fortuna di vivere direttamente, Ë stato il decennio dalla metý degli anni 70 alla metý degli anni 80. Uníepoca ricca di idee, nella quale sono nate nuove tecniche tra cui un sistema di intervento chirurgico nella retina che ha permesso di salvare una serie di soggetti destinati, in precedenza, alla cecitý. La retinopatia diabetica, le complicazioni con distacco di retina e altre patologie si sono potute affrontare e superare con le nuove tecniche; nel periodo successivo, quindi fino ad oggi, si sono introdotti dei perfezionamenti e si Ë puntato sulla riabilitazione visiva e sulla ricerca farmacologica.
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