LE RIFLESSIONI DI UN MANAGER
 
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GOVERNO. PENSIONI
E IMMIGRATI. MANEGGIARE
CON CAUTELA

di Paolo di Damasco

orse la maggioranza di Governo non ha notato la scritta che campeggia sugli scatoloni che contengono le proposte politiche in tema di pensioni e di immigrati: ´Maneggiare con estrema cautelaª. La scritta Ë a caratteri cubitali perchÈ il materiale Ë fortemente esplosivo, come bene sanno alcuni Governi del passato tra i quali quello presieduto da Silvio Berlusconi nel 1994. La riforma delle pensioni Ë stata lanciata negli anni Settanta dello scorso secolo dai Governi di centrosinistra. Da allora si sono susseguiti dibattiti, manifestazioni e scioperi, ma molto poco Ë stato fatto per modificare la situazione. Soprattutto non si Ë fatto, dopo quasi trentíanni, il necessario per riportare verso la normalitý la spesa pensionistica e per adempiere alle sollecitazioni di riforme che provengono sempre pi˜ pressanti, verso líItalia, da parte di qualificati organismi internazionali. Sul tema delle pensioni la Lega di Umberto Bossi non ha mancato di infilare il coltello (o, meglio, lo spadone) nella piaga, erigendosi a paladina dei lavoratori del Nord che non vorrebbero rinunciare ad una generosa regolamentazione delle pensioni di anzianitý. Per líUdc e Alleanza Nazionale, líatteggiamento della Lega Ë stato líennesima riprova della volontý di Bossi di condizionare la politica della Casa delle Libertý su tutti i temi pi˜ delicati, dalla riforma costituzionale alla devolution, dalla politica economica a quella pensionistica, dal tema della giustizia a quello dellíimmigrazione. Proprio su questíultimo tema il leader di An Gianfranco Fini, immediatamente appoggiato dal collega dellíUdc Marco Follini, ha rilanciato gettando tra le gambe della Lega la proposta di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti da tempo in Italia. Anche questo tema, come quello delle pensioni, ha un potenziale esplosivo molto elevato sotto il profilo elettorale. La proposta di Fini Ë comunque il segno evidente di un malessere profondo allíinterno della maggioranza di Governo, malessere che non deriva da problemi di ordinaria amministrazione riguardanti la ridistribuzione del potere, ma che ha origini da una sostanziale divaricazione sulla valutazione del progetto politico cui si ispira la Casa delle Libertý. La maggioranza, pertanto, deve affrettarsi a verificare tale progetto, al fine di ritrovare una collaborazione nella condizione che consenta di affrontare con impegno e serietý gli appuntamenti elettorali degli anni a venire. A Silvio Berlusconi, come leader della coalizione stessa, spetta il compito di rimboccarsi le maniche e di mettersi al lavoro per risolvere al pi˜ presto il problema. Ulteriori rinvii - e giý sono state diverse le occasioni mancate per intervenire -, non farebbero che aggravare il problema e fare aumentare le distanze tra i diversi partiti della maggioranza. Questa Ë una situazione che esige che la leadership sia giocata da Berlusconi fino in fondo. Fino al punto di rivedere, se necessario, la composizione della coalizione, che dovrebbe essere composta da interlocutori disposti a collaborare e che, quindi, potrebbe non comprendere, nel nocciolo duro, un partito come la Lega, troppo concentrato sui propri interessi e troppo poco rispettoso di quelli altrui. Líintervento di Berlusconi dovrebbe quindi essere cosÏ diverso da divenire, se necessario, anche di tipo chirurgico, non per il gusto di tagliare in ogni caso ma solo per líesigenza di evitare pi˜ gravi malattie per il futuro. In poche parole, Bossi dovrebbe essere posto di fronte alla scelta di riprendere il percorso, cominciato nel 2001 con la Casa delle Libertý, fornendo anche adeguate garanzie di questo suo ravvedimento, oppure di riprendere la propria libertý di azione uscendo dal Governo e limitandosi, tuttíal pi˜, alla sottoscrizione di un patto elettorale per le elezioni europee del 2004. Berlusconi deve sapere che talvolta ´galleggiareª non porta, in politica, a nessun risultato e che quindi Ë meglio rischiare con il fine di conseguire una vittoria effettiva piuttosto che continuare a fingere che tutto vada bene. Inoltre dovrebbe anche riflettere con attenzione su un altro tema. La sinistra Ë oggi composta per una significativa parte - Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e ´Correntoneª dei Ds - da forze politiche intransigenti, che rifiutano il dialogo con la maggioranza. Dare la possibilitý a queste forze politiche di impadronirsi di due argomenti, quelli sollevati proprio dalla Casa delle Libertý - pensioni e immigrazione -, potrebbe portare a una situazione di gravissima tensione, pressochÈ insopportabile per il Paese. Se questi due temi fossero subito risolti, il Governo toglierebbe combustibile al fuoco della sinistra intransigente, e forse potrebbe ridare vigore anche a quelle forze dellíopposizione che, pur essendo pi˜ moderate, ancora oggi non sanno districarsi dalla stretta dellíestremismo. A questo proposito Ë infatti da sottolineare che il Paese rischierebbe di precipitare di nuovo nel caos se mostrasse eccessiva comprensione e compiacenza per posizioni politiche chiuse al dialogo e schierate a difesa di antichi diritti ormai trasformati in privilegi, o di principi apparentemente nobili sotto il profilo umano ma nella realtý contrari allo sviluppo economico e al progresso civile del Paese stesso. Purtroppo líItalia sembra ancora in parte prigioniera delle tristi vicende accadute nel passato, nei cosiddetti anni di piombo, non avendo tuttora superato quel ´clima politicoª che allora aveva generato un abisso di violenza, consolidata dalla mancanza di qualsiasi dialogo. Proviamo a riandare con la memoria alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando la lotta sindacale aveva ormai fatto propri comportamenti estremistici come líoccupazione di uffici e fabbriche, le aggressioni verbali e scritte nei confronti dei dirigenti, líestromissione con la forza dai luoghi di lavoro dei cosiddetti crumiri, il diniego di qualsiasi possibilitý di colloquio e intesa con i ´padroniª. In quel tempo i massimi responsabili sindacali predicavano la necessitý di operare aumenti di retribuzione uguali per tutti - dal manovale al capo servizio -, nonchÈ davano per acquisito sia il principio della ´conflittualitý permanenteª allíinterno delle aziende (secondo le teorie di Pierre Carniti, segretario generale della Cisl) sia quello della rivendicazione di un salario da considerare come una ´variabile indipendenteª dallíandamento economico aziendale e dallíinflazione (secondo le teorie di Luciano Lama, segretario generale della Cgil). I partiti politici dellíepoca avevano di fatto accettato questa estremizzazione della lotta sindacale, senza rendersi conto delle ´sofferenzeª di molta parte dellíelettorato e, soprattutto, senza capire che líestremizzazione della lotta non era altro che il frutto di una concezione nuova e rivoluzionaria che ricercava un diverso sistema politico-sociale da instaurare nel Paese in luogo del vigente sistema democratico. Di queste connivenze tra politica ed estremismo sindacale - pi˜ o meno consapevole a seconda delle aree di militanza politica o dellíappartenenza culturale -, ne Ë involontario testimone il recente libro di Piero Fassino ´Per passioneª, dove, ad esempio, spiega che il Partito Comunista Italiano, solo dopo uníapposita inchiesta-ricerca scientifica, si rende conto della ´figuraª di operaio assai diversa dalle immagini tradizionali. Tra le tante sorprese emerge che per il 44 per cento (degli operai) la collaborazione con i padroni Ë necessaria, per il 29 per cento Ë possibile e solo per il 26 per cento impossibile. Altra testimonianza fornita dal libro Ë quella dove si ricorda che Enrico Berlinguer, a Torino, alla domanda del sindacato: ´Ma se i lavoratori decidessero di occupare la Fiat, il Pci che farebbe?ª, non dice: ´Occupate la Fiatª. Peraltro non dice neanche che líoccupazione Ë un errore. Non occorre fare ricorso ad altre citazioni, per sottolineare come in quel periodo la grande parte dei partiti politici italiani e, in particolare, quelli di sinistra, avesse in qualche misura abdicato al ruolo di proteggere la democrazia italiana da forze sociali che tendevano a sovvertire il sistema. Si Ë quindi affermata in quel tempo la cultura del ´non dialogoª, dello scontro frontale nelle piazze e nelle fabbriche, della delegittimazione dellíavversario fino a farlo diventare un nemico politico. Pertanto non deve sorprendere líattivitý allora svolta dalle Brigate Rosse, che non avrebbe potuto comunque assumere una forte rilevanza senza tante pi˜ o meno involontarie compiacenze e senza líaccettazione, talvolta completamente acritica, dellíineluttabilitý di una rifondazione del nostro sistema politico e sociale. Questa ineluttabilitý di un cambiamento non si era solo insinuata in una larga parte della classe politica, ma si era diffusa anche nel mondo dellíimprenditoria privata e pubblica, tanto che spesso venivano etichettati come fascisti coloro che ritenevano che si dovesse mettere un argine allo strapotere delle piazze. Vaste sono state allora le compiacenze, sia pure involontarie, degli imprenditori italiani che hanno accettato innovazioni contrattuali, come gli aumenti uguali per tutti i lavoratori, che sottointendevano líadesione a una nuova e rivoluzionaria concezione del sistema economico e sociale: Giovanni Agnelli, come presidente della Confindustria, aveva giý dato il cattivo esempio qualche anno prima, concordando con Luciano Lama uníindennitý di contingenza uguale per tutto il territorio nazionale. A questo cedimento o, meglio, a questa subdola adesione a una nuova filosofia nei rapporti industriali, ne sono seguite molte altre, tanto che si Ë creata allora una frattura, del tipo di quella accennata da Piero Fassino, tra le concezioni che i partiti politici e gli imprenditori avevano della societý italiana e la realtý della vita e del modo di pensare delle famiglie. Da allora non tutto si Ë ricomposto, ne sono un esempio le vicende degli anni Novanta quando si Ë temuto che attraverso la piazza e la magistratura potesse intromettersi in Italia un nuovo sistema politico e sociale. Questo stato di disagio tuttora permane. Nel nuovo millennio, infatti, la vittoria elettorale della Casa delle Libertý Ë stata posta in discussione sia con i ´girotondiª, inclusi quelli organizzati nelle vicinanze del Parlamento in occasione dellíesame di determinati provvedimenti legislativi, sia con i movimenti di piazza (organizzati, in particolare, dalla Cgil che tende ad esprimersi sempre pi˜ come un vero e proprio movimento politico). Non Ë una parte ristretta della sinistra quella che ha sognato e tuttora sogna di poter dare una spallata al Governo attraverso la piazza e forse anche con líausilio della magistratura. » la tradizionale sinistra massimalista che nega la possibilitý di un dialogo con la maggioranza, pur avendo questa vinto democraticamente le elezioni, che concepisce il ruolo dellíopposizione come un impegno a bloccare qualsiasi iniziativa di Governo, che predica il ´giustizialismoª come criterio di riferimento per líamministrazione della giustizia, che sostiene qualsiasi tipo di piazza, non solo quella di natura sindacale ma anche quella di protesta civile, di ´antiglobalizzazioneª, oppure di vera e propria opposizione al sistema democratico. Questa intransigenza culturale, questa ambizione di rivoluzionare la societý, questa opposizione preconcetta a qualsiasi forma di capitalismo, anche la pi˜ evoluta e democratica, sono discendenza diretta del mondo degli anni di piombo, mondo in cui si possono facilmente individuare e ritrovare le radici di diffuse concezioni fuori dal sistema o addirittura contro il sistema. E ancora oggi una parte del mondo politico e culturale continua a dare spazio e a legittimare queste posizioni estremiste, in genere di marchio marxista, senza neppure notare che hanno grande diffusione solo in Italia tra i diversi Paesi europei. Líesperienza degli anni di piombo non induce ad alcuna cautela non tanto per la possibilitý che se ne ripeta un ciclo doloroso della nostra storia passata, quanto per il timore di rivedere nascere e infiltrarsi nel tessuto sociale comportamenti o atteggiamenti violenti, intransigenti e sostanzialmente contrari a qualsiasi forma di dialogo democratico. PuÚ considerarsi, quindi, come una fortuna che nel mondo politico italiano siano oggi presenti, contrariamente al passato, forze politiche che si oppongono decisamente e che combattono a viso aperto la cultura estremista ereditata dagli anni di piombo. Si comprende allora perchÈ queste forze siano frequentemente etichettate come fasciste solo perchÈ tentano di affermare un tipo di democrazia aperta allo sviluppo, al superamento delle corporazioni tuttora dominanti in Italia, alle riforme della Costituzione e dello Stato. Potrý considerarsi superata líereditý degli anni di piombo quando la sinistra, rileggendo la propria storia, deciderý di accettare il dialogo tra le parti - maggioranza e opposizione - non come una spiacevole e formale incombenza, ma come líindispensabile motore, líanima stessa della democrazia.
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