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EUROPA.
UN CANTIERE PER UN NUOVO ORDINE MONDIALE



di Leo Solari

n periodo di due anni Ë troppo breve, osservava recentemente líEconomist in un editoriale pubblicato in occasione dellíanniversario dellíattentato dellí11 settembre 2001 alle due torri gemelle di New York, perchÈ si possano formulare ´sicuri giudiziª sullíesito di un progetto di ´gigantesche ambizioniª come quello in cui si sono imbarcati gli americani dopo la loro distruzione. Prodigatosi a suo tempo nel caldeggiare la guerra contro líIraq, il settimanale inglese commentava cosÏ quella che definiva ´uníinfelice accumulazione di insuccessiª che gli Usa stanno registrando nella crociata contro ´líasse del maleª e il terrorismo. Invero, ove la visuale in cui ci si ponga sia quella degli interessi di potenza degli Stati Uniti o quella del clan di ´neoconservatoriª che Ë al timone dellíAmministrazione americana, non si puÚ negare che, nonostante le eventuali avversitý che gli Usa stanno conoscendo in Iraq e nelle loro relazioni con il resto del mondo, il bilancio complessivo dei risultati raggiunti presenta ancora un cospicuo saldo attivo che non appare suscettibile di essere falcidiato in misura sostanziale da eventuali ulteriori sviluppi negativi. Lo straordinario valore strategico ed economico del controllo che gli Stati Uniti hanno conquistato nella critica aerea del Medio Oriente puÚ essere solo scalfito da presenti o future complicazioni. Dopo che sono stati spazzati via con rapide operazioni militari i regimi dellíAfghanistan e dellíIraq, i Governi della Siria e dellíIran non potranno non piegarsi in definitiva agli avvertimenti dellíAmministrazione americana. A loro volta i Governi dei cosiddetti Stati arabi moderati continueranno a rimanere ligi, pur con qualche saltuario cenno di dissenso, al loro ruolo di vassalli dellíimpero, ben lieti di collaborare nella lotta contro il terrorismo per operare pi˜ duramente contro le opposizioni interne. » vero che la lotta contro il terrorismo Ë lungi dallíessere vinta. Ma ciÚ era previsto. Il presidente degli Usa George Bush si Ë sempre preoccupato di avvertire che la vittoria avrebbe richiesto tempi lunghi. Díaltra parte si potrebbe osservare che il persistere della necessitý di fronteggiare la minaccia terroristica avvantaggia la strategia americana, tenuto conto dellíeffetto aggregante che la necessitý di continuare quella lotta ha nel tessuto di alleanze e di rapporti di collaborazione che gli Stati Uniti hanno realizzato a sostegno del loro disegno. Ma ciÚ che pi˜ conta, sempre nella visuale dellíAmministrazione statunitense, Ë il fatto che, con il nuovo grande balzo che la continua ascesa dellíegemonia americana ha registrato dopo lí11 settembre, si Ë aperta la partita per la realizzazione - in nome della lotta contro il terrorismo e lí´asse del maleª -, di un nuovo ordine mondiale presidiato dagli Stati Uniti. LíAmerica potrebbe cosÏ veder risolto definitivamente il problema della propria sicurezza di fronte ad eventuali situazioni future in cui líenorme superioritý militare che essa ha oggi rispetto al resto del mondo risultasse pericolosamente ridimensionata. Di fronte a questi sviluppi i costi che debbono essere sostenuti sia in termini finanziari (costi che díaltra parte saranno in buona parte scaricati in un modo e nellíaltro sul resto del mondo), sia in termini di difficoltý che ancora si debbono incontrare in Iraq, sia sul piano delle relazioni con Paesi non acquiescienti nei riguardi della politica americana, possono considerarsi destinati ad essere adeguatamente ricompensati dai risultati. Di segno ben diverso appare il giudizio concepibile nella visuale degli interessi generali della comunitý internazionale. Da questo punto di vista appaiono sussistere solo danni: soprattutto per il duro colpo inferto al diritto internazionale e allíOnu che, pur con le sue gravi carenze, rappresenta la massima istituzione del presente ordine mondiale. Un grave danno, non solo di immagine, ha subito altresÏ la costruzione europea - proprio nel momento in cui con líallargamento e líelaborazione di una Costituzione essa si avviava ad una nuova dimensione - per la spaccatura avvenuta tra i Paesi dellíUnione sotto la pressione americana volta a reclutare Governi compiacenti nel vecchio continente. Difficilmente valutabile Ë poi quanto, degli imponenti costi finanziari sostenuti dagli Stati Uniti per la guerra contro líIraq, finirý riversato sul resto del mondo. » da chiedersi se non si debba dedicare un pensiero anche al costo che su tutto il mondo fanno gravare aspetti della politica americana che non giovano alla lotta contro il terrorismo. Questa considerazione riguarda in particolare líatteggiamento dellíAmministrazione americana in una questione - quella palestinese - in cui il terrorismo islamico trova la propria principale motivazione. », questo, un aspetto di cui, per convenzione generale, si preferisce non parlare. Dellíincancrenimento che il problema palestinese ha subito negli ultimi due anni, una parte della responsabilitý appare attribuibile allíAmministrazione americana per il pressochÈ incondizionato sostegno che in essa ha continuato a trovare la politica del Governo di Ariel Sharon. Una politica volta inequivocabilmente, fin dallíinizio, in base a un preciso disegno, ad esasperare il conflitto e impedire ogni negoziato di pace, al fine di giungere con fatti compiuti (in particolare con lo sviluppo degli insediamenti), con líoccupazione militare di una buona parte dei territori palestinesi e con la devastazione della vita civile in Cisgiordania, a una situazione che consentisse, al momento giusto, di dettare la sistemazione definitiva dei territori palestinesi. E ancora oggi la sicurezza che Sharon ha di poter sempre contare, in definitiva, sulla comprensione americana nella reiterazione di sistematici atti di provocazione cui Ë stata costantemente ispirata la sua politica fin dalla nota manifestazione nella Spianata delle moschee, rappresenta un fondamentale ostacolo a un esito positivo delle negoziazioni previste dalla ´road mapª. Naturalmente la questione palestinese Ë solo una bandiera di cui líestremismo islamico si serve per un altro ordine di obiettivi, che hanno radici in una visione generale del mondo antagonista della nostra civiltý. CiÚ non toglie che, finchÈ essa non verrý chiusa con una soluzione non iniqua, líestremismo islamico se ne avvantaggerý nella prosecuzione della propria opera di proselitismo, e il terrorismo potrý pi˜ facilmente trovare il materiale umano per attentati suicidi di eccezionale portata. Non solo il popolo americano ma anche Paesi di ogni parte del mondo continueranno a pagare il prezzo - in termini sia di attentati sia di costi per prevenirli -del condizionamento che ragioni peculiari della vita politica americana esercitano nella condotta politica degli Usa sulla questione palestinese. Sarebbe pertanto ragionevole che alla solidarietý di fondo, che non di meno deve rimanere con il popolo americano, si accompagnasse nel resto dellíOccidente - in sostanza da parte dellíEuropa -, un forte impegno per introdurre nella scena internazionale elementi di equilibrio. Determinante sarebbe una volontý dellíEuropa di divenire il fulcro di uníazione riequilibratrice rendendosi promotrice di un grande progetto in cui anche la democrazia americana possa riconoscersi, ma indipendente dalla via imperiale dei falchi dellíAmministrazione statunitense. Purtroppo la frattura verificatasi nellíUnione europea sulla guerra contro líIraq non ha offerto uníimmagine esaltante della sua capacitý di esercitare con la necessaria incisivitý la propria influenza nelle vicende internazionali. » peraltro la stessa situazione internazionale che tenderý a dilatare spazio e potenzialitý di un ruolo protagonista dellíEuropa; in particolare in relazione allíinteresse di una buona parte della comunitý internazionale a veder condizionata líesuberanza del modo in cui gli Stati Uniti esercitano la loro egemonia. Non Ë improbabile che i sentimenti di intensa contrarietý con cui la maggior parte dellíopinione pubblica europea ha guardato la decisione americana di invadere líIrak, vengano, in definitiva a riflettersi in qualcosa che Ë ancora scarsamente presente: una voglia di affermazione di uníidentitý europea che troverebbe la propria connotazione principale appunto nel grande ruolo che líEuropa dovrebbe porsi in grado di esercitare nella costruzione di un nuovo ordine mondiale. Non si puÚ escluderlo. Fino a ieri potevano apparire vaghi e discutibili i termini di una diversitý della visuale europea del mondo rispetto a quella díOltre Atlantico. Comuni non erano solo i valori fondamentali della cultura occidentale. Vi era la consapevolezza dellíappartenenza a una realtý politica destinata ad evolversi verso sempre pi˜ stretti rapporti tra le due sponde dellíAtlantico. Oggi rimane ferma la consapevolezza della comunanza di interessi e valori che unisce - e continuerý ad unire anche in futuro - Europa e Stati Uniti, ma sono avvertibili anche le distanze che presentemente esistono e che non possono essere cancellate solo con esortazioni alla riconciliazione e tanto meno con la demonizzazione delle posizioni critiche verso gli Stati Uniti. Le vicende hanno posto in evidenza che gli Stati Uniti hanno oggi una concezione del loro ruolo nel mondo e dellíordine da instaurare nel pianeta che una buona parte dei cittadini dellíEuropa non ritiene di poter condividere, considerando che non sia nÈ giusto nÈ utile che le istituzioni internazionali siano chiamate solo a convalidare e legittimare opinabili decisioni strategiche dellíAmministrazione americana. In conclusione, la logica dellíimpero potrý forse rappresentare, in definitiva, una via per giungere allíaffermazione di un potere che governi il mondo. Ne va dato atto. Non puÚ perÚ riservarsi ad essa, a priori, la risposta allíesigenza, resa sempre pi˜ incalzante dal corso degli avvenimenti, che abbia inizio la costruzione di uníautoritý internazionale che rappresenti un sicuro presidio della pace e del rispetto a livello planetario dei diritti fondamentali dellíuomo. Per la dissonanza di aspetti della politica americana dagli interessi generali della comunitý internazionale e per lo stato díanimo con cui buona parte dellíumanitý guarda a quegli aspetti, si deve prioritariamente cercare la risposta in uníaltra via. Ed Ë un progetto di cui, nel quadro di una riscossa del multilateralismo, líEuropa sia risolutamente promotrice, e la principale leva politica che ha maggiori possibilitý di trovare aperture effettive nella comunitý internazionale e generare diffusamente nel mondo spinte a favore di un disegno di generalizzata, progressiva limitazione delle sovranitý nazionali. UníEuropa che ha saputo seppellire antagonismi che per secoli e secoli hanno martoriato il continente con il flagello della guerra, per costruire una realtý sovranazionale saldamente ancorata ai pi˜ alti valori, e giý ora protesa verso una missione universalistica, offre líideale mallevadoria per uníopera volta a gettare le prime fondamenta di un Governo del pianeta. Appunto un ruolo protagonista dellíEuropa nel processo di edificazione di un nuovo ordine mondiale rappresenterebbe la migliore garanzia che líevoluzione verso questo traguardo non venga condizionata da visuali politiche ed esigenze strategiche della sola superpotenza oggi esistente. Circa il percorso da seguire, si potrebbero formulare pi˜ ipotesi. » in ogni caso nellíambito dellíOnu che, nonostante líatteggiamento non positivo che nei confronti di questa istituzione ha il pi˜ potente dei suoi Stati membri, deve prioritariamente giocarsi la partita per la costruzione di un ´cantiereª di un nuovo ordine mondiale. Non si potrý non partire da uníazione volta non soltanto a riparare la grave lesione che líOnu ha subito a causa della vicenda dellíIraq, ma ad assicurare un forte rilancio del ruolo di quella istituzione: rilancio che presuppone una incisiva riforma dello statuto della stessa. Occorrerebbe, pertanto, che líUnione europea riuscisse - superando in particolare líostacolo rappresentato dalla differenza di interessi tra i suoi maggiori Stati membri per quanto riguarda la composizione del Consiglio di sicurezza -, ad impegnarsi unitariamente nel sostenere risolutamente un piano di riforme che, sia pure nei limiti di una visione realistica, fosse il pi˜ avanzato possibile. E ciÚ nel quadro di un progetto volto a perseguire, attraverso successive, radicali innovazioni nei poteri e nelle linee di condotta dellíOnu, o sulla base di altre soluzioni, la realizzazione di un ordinamento che esprima un governo del pianeta. Si tratterebbe di un processo comparabile in un certo senso con quello che Ë stato proprio della costruzione europea: di uníesperienza, cioË, che Ë stata di ´work in progressª, ossia di graduali avanzamenti, ma anche, in certe fasi, di grandi balzi in avanti.
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