INNOCENZO
CIPOLLETTA: QUESTE LE OMBRE
SULL' INDUSTRIA ITALIANA
di
Alberto Mucci

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o,
non mi iscrivo al partito dei pessimisti. Il nostro Paese ha mostrato nel
tempo una discreta capacitý di conservare il proprio comparto industriale.
QuindiÖª. Innocenzo Cipolletta, presidente della UBS Corporate Finance Italia,
ha uníarticolata esperienza di studioso come dirigente dellíIsco, e di manager
come direttore generale della Confindustria e poi presidente della Marzotto;
ed Ë abituato a parlare con molta franchezza. Nessun giro di parole: cifre
e fatti, riferimenti precisi. Domanda. Allora non Ë scomparsa líItalia industriale,
come ha scritto Luciano Gattino in un volumetto polemico, e come viene ripetuto
in molti dibattiti dedicati al domani del nostro Paese? Risposta. Lasciamo
da parte gli slogan e leggiamo i dati. Líindustria Ë scesa in quasi tutti
i Paesi in numero di addetti, ma si Ë mantenuta in valore aggiunto. LíItalia
ha anche fatto di meglio. Il peso del valore aggiunto dellíindustria rispetto
al prodotto interno Ë aumentato dal 28,5 nel 1970 fino a toccare il 32,1
per cento nel 1998, e collocarsi poi al 30,8 per cento nel 2002. Tra il
1970 e il 2002 la Francia ha mantenuto al 26-27 per cento il peso del valore
aggiunto dellíindustria sul prodotto interno, la Germania lo ha ridotto
dal 36 al 31,5 per cento, il Giappone dal 37 al 31, líInghilterra Ë scesa
dal 34 al 32 e gli Usa sono rimasti stabili intorno al 26-27 per cento.
D. Non esiste perÚ un problema di qualitý della produzione? R. » cosÏ. Se
pure non siamo di fronte a un rischio immediato di deindustrializzazione,
non possiamo tuttavia non preoccuparci della qualitý dellíindustria italiana
in termini di redditivitý e, quindi, di capacitý di innovazione. La permanenza
nei settori tradizionali e le piccole dimensioni testimoniano la difficoltý
di disporre delle risorse necessarie per investire in progetti di pi˜ lungo
termine, quali sono quelli caratterizzati da innovazione e che consentirebbero
di uscire dalla morsa competitiva dei Paesi di nuova industrializzazione.
D. Líindustria italiana Ë cambiata e deve ulteriormente cambiare. Ripercorrere
le tappe della trasformazione puÚ essere utile per capire che cosa Ë successo,
e per individuare il percorso da seguire? R. Per dare uno sguardo al passato,
basta partire dallíinizio degli anni Ottanta. Líindustria italiana era ancora
alle prese con i riflessi delle crisi del decennio precedente, caratterizzato
dallíesplosione del prezzo del petrolio in un contesto di accresciute rigiditý.
Infatti in questi anni líItalia aveva introdotto lo Statuto dei lavoratori,
aveva esteso líindicizzazione a tutti i salari, aveva adottato sulle pensioni
e la sanitý, un sistema di sicurezza sociale generale e aveva avviato una
regionalizzazione dello Stato. La reazione a quella crescente rigiditý in
un momento in cui sarebbe stato necessario essere flessibili per affrontare
la crisi fu, da un lato, il passaggio di molte imprese private nellíambito
delle Partecipazioni statali; dallíaltro, la riduzione delle dimensioni
- allora si diceva ´Piccolo Ë belloª -, in una sorta di modello di ´specializzazione
flessibileª. D. E come reagÏ líindustria italiana? R. La permanenza di prezzi
elevati del petrolio e líondata inflazionistica che ne seguÏ spinsero líinnovazione
tecnica verso la ricerca di nuovi processi produttivi volti ad abbattere
i costi di produzione. Nello stesso tempo la politica monetaria dei principali
Paesi industriali divenne restrittiva, nel tentativo di combattere líinflazione.
La spinta venne dagli Stati Uniti, ma presto si estese a tutti i Paesi industriali.
Per líItalia questi due fattori si concretizzarono in due eventi. Il primo
fu il cosiddetto ´divorzioª tra il Ministero del Tesoro e la Banca díItalia,
voluto dallíallora ministro Beniamino Andreatta. Con quella decisione la
Banca díItalia cessava di essere compratore di ultima istanza dei titoli
pubblici emessi dal Tesoro, cosicchÈ questi ultimi dovevano adeguarsi alle
condizioni imposte dal mercato. D. Quali furono le conseguenze? R. Il provvedimento
determinÚ immediatamente un rialzo del costo del denaro. Il secondo evento
fu la ´marcia dei 40 milaª, ossia lo sciopero alla Fiat per il licenziamento
di alcuni operai, che terminÚ quando ci fu una manifestazione di quadri
che chiedevano la ripresa del lavoro. Dopo quellíevento la Fiat potÈ portare
avanti un processo di automazione spinto che contribuÏ alla riduzione dei
costi di produzione e al recupero della redditivitý dellíimpresa. D. Le
imprese, dunque, procedettero a una profonda ristrutturazione interna? R.
Le imprese modificarono i processi produttivi e concentrarono le loro attivitý.
Ne derivÚ una pesante riduzione del personale, alla quale si fece fronte
con strumenti straordinari diretti a svolgere la funzione di ammortizzatori
sociali e ad abbassare i costi di produzione: la Cassa integrazione guadagni
straordinaria, i prepensionamenti, la fiscalizzazione degli oneri sociali,
la modifica per legge sulla scala mobile ecc. Il risultato di quelle operazioni
fu un sostanziale recupero di redditivitý e di produttivitý per le imprese,
una sostituzione massiccia di lavoro con capitale, una forte riduzione del
debito delle imprese sostituito con capitale proprio. D. PerchÈ la lira,
in quel periodo, venne progressivamente svalutata? R. Fu una conseguenza
degli errori commessi. E proprio in seguito alle successive svalutazioni
della lira, le imprese italiane recuperarono competitivitý e avviarono nelle
varie zone un processo di specializzazione che dette luogo a quelli che
saranno chiamati i ´distretti industrialiª, ossia le concentrazioni di piccole
imprese specializzate in specifici comparti, con la tendenza a riprodurre
nella zona líintera filiera produttiva. In questa maniera piccole imprese
potevano tenere il mercato avvalendosi di una massa critica complessiva
che favoriva líofferta di servizi specializzati, le attivitý di promozione
e di commercializzazione allíestero, la ricerca e líinnovazione, le infrastrutture
logistiche ecc.. D. Nel frattempo si riduceva la dimensione media dellíimpresa?
R. I processi di ristrutturazione interna hanno contribuito anchíessi alla
riduzione della dimensione media delle imprese italiane, almeno intesa come
numero di addetti. Inoltre, posto che ristrutturazioni e svalutazioni rimettevano
sul mercato quelle esistenti, ne Ë derivata una sorta di cristallizzazione
delle imprese italiane nei settori tradizionali. Questo fenomeno, che ancora
permane, pone le nostre imprese nei comparti in cui la domanda internazionale
cresce a ritmi pi˜ lenti e dove la concorrenza dei nuovi Paesi industriali
Ë pi˜ forte. Pur se líindustria italiana ha fatto passi avanti in termini
di segmenti di mercato, ponendosi in quelli a pi˜ elevato valore aggiunto,
la sua posizione non Ë cambiata di molto rispetto a quella di prima della
crisi da petrolio. D. Quali sono stati i risultati delle ristrutturazioni
interne delle imprese? R. Individuerei due principali fattori di spinta.
Il primo sta nel successo delle ristrutturazioni interne che hanno generato
un miglioramento della posizione finanziaria nelle aziende affermate, mentre
si sono aggravate le condizioni di quelle che non riuscivano a ristrutturarsi,
anche in ragione del livello assunto dal costo del denaro. In questa situazione
si sono moltiplicati i casi di acquisizioni e fusioni. Il secondo fattore
risiede nella crescente internazionalizzazione e nella creazione del mercato
interno europeo, pari a 340 milioni di abitanti, che ha generato la necessitý
di operare su pi˜ mercati con tutte le forme possibili, compresa quella
dellíinvestimento allíestero acquisendo unitý produttive e commerciali.
Sta di fatto che nella seconda metý degli anni Ottanta scoppia la mania
delle fusioni e acquisizioni, che riguarda anche le imprese italiane. Anzi,
le grandi imprese italiane - Fiat, Olivetti, Pirelli, Ferruzzi ecc. -, sono
protagoniste di alcuni tentativi, non sempre riusciti, di acquisizioni internazionali
che danno il segno di una ritrovata forza della nostra industria. D. In
quel periodo si avviano le privatizzazioni, fattore fondamentale di successivi
cambiamenti. Con quali risultati per la struttura industriale italiana?
R. Il processo di risanamento della finanza pubblica ha, nella privatizzazione
delle imprese pubbliche, uno dei propri assi principali: privatizzazione
sostenuta di fatto anche da un voto referendario popolare che aveva abolito
la legge del 1957 istitutiva del Ministero delle Partecipazioni statali.
La cessione, totale o parziale, di imprese pubbliche mette sul mercato,
nel corso degli anni Novanta, imprese manifatturiere, banche, assicurazioni
e servizi pubblici. Queste privatizzazioni hanno indotto, dopo talune esitazioni,
i pochi grandi gruppi industriali italiani ad entrare nei mercati dei pubblici
servizi - energia, telecomunicazioni, autostrade, aeroporti, stazioni, acqua,
trasporti ecc. -, con massicci investimenti. Questo processo ha generato
un forte indebitamento dei gruppi acquirenti, che hanno dovuto concentrare
risorse finanziarie e attenzioni di gestione sui nuovi settori. D. Che cosa
Ë avvenuto successivamente a questo fenomeno? R. Ne Ë derivata una situazione
per certi versi paradossale: le attivitý industriali private hanno generato
risorse per acquisire le imprese che lo Stato andava dismettendo, ma hanno
anche posto le condizioni perchÈ gli imprenditori privati aggiornassero
le loro tradizionali attivitý che, in alcuni casi, sono state vendute anche
allíestero. Questo Ë sicuramente il caso della Olivetti che, partendo dalla
produzione di computer, aveva generato uníimpresa di telecomunicazioni,
la Omnitel, che ha poi ceduto alla Vodafone quando ha lanciato líofferta
pubblica di acquisto delle azioni della Telecom Italia, la cui privatizzazione
era ancora alla metý del guado. Oggi líOlivetti, che nel frattempo ha ceduto
líattivitý dei computer a capitale straniero, Ë stata assorbita dalla Telecom
Italia. D. QualíË stata la reazione a questa tendenza, aggravata da una
forte perdita di competitivitý? R. La recessione avviatasi dopo líattentato
alle Torri gemelle di New York dellí11 settembre 2001 ha colpito molte imprese
italiane in una fase di forte indebitamento, ciÚ che ha aggravato gli effetti
della crisi ed ha accelerato i processi di trasformazione. Nello stesso
tempo le imprese industriali italiane hanno conosciuto una perdita di competitivitý
derivante sia dagli aumenti della pressione fiscale connessi con le politiche
di risanamento finanziario dello Stato, sia dalla carenza di innovazione
in specifici comparti. I due fenomeni non sono indipendenti posto che, mentre
aumentava il peso delle imposte sulle imprese, si riduceva la spesa nella
ricerca sia da parte dello Stato che da parte dei privati. D. Quindi la
ricerca ha subito un notevole pregiudizio? R. Nel complesso si Ë assistito
ad uno spostamento di interesse da parte delle imprese italiane, in particolare
di quelle di grandi dimensioni che maggiormente investono in innovazione
e ricerca, dai settori aperti al mercato e alle esportazioni verso i settori
protetti e orientati al mercato nazionale. Questo spostamento Ë stato la
conseguenza diretta dei processi di privatizzazione e ha ridotto la propensione
ad investire in innovazione, mentre ha spostato líattenzione verso la finanza
per procedere a ristrutturazioni finanziarie tese a rendere pi˜ sopportabile
líindebitamento complessivo. Inoltre molte delle grandi imprese italiane
hanno finito per porsi sotto líinfluenza diretta delle decisioni amministrative
pubbliche, gestendo attivitý che sono fortemente regolate dal settore pubblico,
come trasporti, telecomunicazioni, concessioni di vario tipo. D. Una fase
di involuzione o di evoluzione nella struttura industriale? R. La fase di
evoluzione del sistema industriale italiano verso mercati interni pi˜ protetti
si Ë accelerata in un momento caratterizzato anche da una perdita di competitivitý
sui mercati internazionali, che ha determinato una riduzione delle quote
di commercio mondiale. Che líItalia fosse destinata a vedere ridotte le
proprie quote di commercio mondiale era prevedibile, posto che assistiamo
tutti a un aumento delle quote di commercio detenute dai Paesi di nuova
industrializzazione, la Cina in primo luogo. Tuttavia il nostro Paese ha
perso anche a favore di altri Paesi industrializzati, ciÚ che testimonia
un reale arretramento della nostra competitivitý. Questa perdita di competitivitý
Ë evidente dalla posizione che líindustria italiana Ë andata ad occupare
nei settori a dinamica pi˜ lenta della domanda mondiale e in Paesi e mercati
che crescono meno velocemente. D. Che cosa fare? Quale strategia perseguire?
» possibile dare vita a un patto fra Governo, imprenditori e banchieri,
per creare le condizioni per un recupero dellíeconomia produttiva italiana?
D. Sono molte le iniziative da adottare, sulla base perÚ di una chiara strategia.
A mio giudizio, e lího detto espressamente in pi˜ occasioni, occorre favorire
processi di crescita delle imprese italiane sia attraverso un sistema fiscale
che non penalizzi acquisizioni e fusioni e favorisca la patrimonializzazione
delle imprese, sia attraverso strumenti finanziari che consentano di accrescere
le disponibilitý delle imprese senza privarle della loro capacitý di controllo.
Dopo gli anni della creazione delle imprese, occorrerebbe avviare nel nostro
Paese una fase di concentrazione, non dissimile da quella conosciuta dalle
banche italiane. Sarebbe opportuno che si sviluppasse un ´mercato delle
impreseª nel quale fusioni e acquisizioni vengano fatte al momento in cui
líimpresa ha realizzato il massimo sforzo di crescita con la struttura azionaria
esistente, e non quando ha percorso interamente la parabola, anche nella
sua fase discendente. |