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roberta pinotti: come sara' la nuova difesa italiana ed europea

La senatrice Roberta Pinotti,  sottosegretario di Stato alla Difesa La senatrice Roberta Pinotti, sottosegretario di Stato alla Difesa

a cura di
ANNA MARIA BRANCA

 

Sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa nell’attuale Governo, Roberta Pinotti è laureata in Lettere moderne e insegnante di Italiano. Cominciò la carriera politica a Sampierdarena negli anni 90 come consigliere circoscrizionale per il PCI, quindi aderì al PDS e poi ai DS. Assessore alla Scuola e alle Politiche giovanili e sociali della Provincia di Genova, e poi alle Istituzioni scolastiche del Comune di Genova, è stata anche segretaria provinciale dei DS. Nelle elezioni politiche del 2001 fu eletta e nel 2006 confermata alla Camera dei deputati nel Gruppo dell’Ulivo, e nominata presidente della Commissione Difesa, prima donna a ricoprire questo incarico. Nel 2008 fu eletta al Senato per il Partito Democratico che nel 2007 la nominò responsabile nazionale della Difesa nella Segreteria di Walter Veltroni. Quindi divenne capo del Dipartimento Difesa del PD con il segretario Dario Franceschini, che poi la nominò presidente nazionale del Forum Difesa del Partito. È stata infine chiamata, il 2 maggio 2013, a far parte, in qualità di sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa, del Governo Letta. Nell’ottobre 2008 era stata insignita della Legione d’onore dall’Ambasciatore di Francia in Italia per i meriti connessi all’esercizio delle sue funzioni.
Domanda. Lei è la prima donna sottosegretario alla Difesa: come abbina la cura della famiglia a un ruolo considerato più propriamente maschile, e da dove viene il suo interesse verso la politica?
Risposta. Nell’immagine diffusa la Difesa è un settore ancora molto maschile, non c’è dubbio, anche se sta aumentando il numero delle donne che vi operano. Sono sempre stata interessata ai problemi della comunità, quando andavo a scuola partecipavo alle assemblee scolastiche, facevo la rappresentante di classe. Provengo da un’esperienza nel mondo del volontariato, ho fatto la capo-scout per anni ponendo attenzione, proprio per le funzioni di educatrice, ai problemi sociali e dell’ambiente. Facevo parte di un gruppo molto inserito nelle attività sociali locali, avevamo rapporti con associazioni e con Consigli parrocchiali, ma anche con sezioni di partito. Il mio interesse è sorto così. Nata a Sampierdarena, ho assimilato la tradizione operaia di un’area in cui il Partito comunista ha sempre registrato alte percentuali elettorali. Quando questo Partito decise di presentare una nuova lista, la «Sinistra per Sampierdarena» che aveva come simbolo una colomba con l’ulivo nel becco, e di includervi esponenti del mondo dell’associazionismo più presente e attivo, individuò il nostro Gruppo di scout e, come possibili candidati, me e altri due soci. Di questi uno, diventato poi mio marito, era già impegnato nel Consiglio pastorale parrocchiale, l’altro nel sindacato, quindi rimasi io.
D. Che cosa avvenne dopo?
R. Fui eletta vicepresidente del Consiglio di Circoscrizione ma, dopo un mandato, avendo una figlia di sei mesi, decisi di non candidarmi alle elezioni comunali. Sebbene combattuta, accettai invece l’incarico di assessore nell’Amministrazione provinciale perché si trattava di funzioni più operative rispetto a quelle di consigliere. In quelle scelte è stato sempre fondamentale il sostegno di mio marito nell’aiuto fattivo con le figlie e nella convinzione che ci si dovesse impegnare per migliorare le situazioni che viviamo.
D. È riuscita a cambiare qualcosa?
R. Sì, molte cose. La politica per me è stata un’esperienza positiva perché sono riuscita ad attuare iniziative che sono rimaste. Come assessore alla Scuola ho creato un Salone dell’orientamento per i ragazzi delle medie in procinto di scegliere la Scuola superiore, facendo loro spiegare le prospettive dagli studenti delle Superiori. Quindi ho contribuito a sviluppare l’apertura a progetti europei. Nel successivo ruolo di assessore comunale ho ampliato i servizi degli asili nido e ne ho istituiti altri, in poche parole sono riuscita a trasformare alcune situazioni. Ciò è avvenuto anche nell’ambito della Difesa. La decisione di ridurre la consistenza della Magistratura militare, che ormai aveva minori compiti, passando da 6 a 3 Tribunali è stata il frutto di una mia iniziativa, che ha avuto anche il risultato di apportare personale alla Magistratura ordinaria e di realizzare risparmi in funzione della politica di spending review. Insomma ho cercato di agire concretamente.
D. E per migliorare le condizioni del personale femminile della Difesa?
R. È frutto anche di una mia iniziativa l’avviata realizzazione di asili nido in molte caserme. Quando ho presieduto la Commissione Difesa della Camera dei deputati, dal momento che, anche in presenza di spazi adeguati, l’Amministrazione della Difesa, pur nella disponibilità del personale delle caserme, non poteva destinare fondi all’acquisto di  arredi per l’infanzia e per le ristrutturazioni successive, ho sostenuto il ricorso alle sponsorizzazioni ed ho istituito un fondo. Attualmente gli asili nido in funzione sono  una quindicina e ne stanno nascendo altri, costituendo un ausilio e un servizio per la popolazione. Non avevo mai previsto che la politica sarebbe diventata la mia vita e la mia professione, sono insegnante di ruolo, avevo il mio lavoro, avevo vinto un concorso e insegnavo da oltre 10 anni quando cominciai a fare politica, ma ho sempre coltivato il desiderio di contribuire a trasformare il mondo, di cooperare per farlo diventare migliore.
D. Come è arrivata poi alla Commissione Difesa della Camera?
R. Durante una delle mie prime esperienze in politica, tra le più difficili perché ero segretario del partito nella mia provincia, ruolo anche quello mai svolto prima da una donna, rimasi incinta della mia seconda figlia. Si delineava una mia candidatura al Parlamento, ma come andare a Roma in tali condizioni? Ancora una volta mio marito mi aiutò a decidere. Il messaggio che vorrei dare alle donne è questo: non rinunciare ai figli o alla carriera, non rinunciare alle proprie passioni, ma conciliarle con le esigenze della famiglia. Entrai pertanto in Parlamento e, pur essendo un’insegnante di Lettere, fui assegnata alla Commissione Bilancio perché da lì passano tutti i provvedimenti. Essendomi sempre occupata di scuola, anche la Difesa non è stata una mia prima scelta. Quando alla Camera si cominciò a discutere la riforma della legge 185 sul commercio delle armi, predisposta dal Parlamento insieme alle associazioni cattoliche per stabilire regole ferree in tale settore, sollecitata dalle associazioni del mio territorio e dalla presidenza del mio Gruppo accettai di occuparmene. Era per me un argomento del tutto nuovo, non avevo tradizioni militari familiari né avevo studiato scienze militari, ma in Parlamento avevo tutti gli strumenti per approfondire la materia: dossier, biblioteche, libri, possibilità di audizioni. Mi misi a studiare l’argomento e in 4 anni divenni esperta; per questo, quando nella legislatura successiva la presidenza della Commissione Difesa spettò al mio partito, mi venne offerta. Accettai e insieme ad Umberto Ranieri, presidente della Commissione Affari Esteri, ho lavorato non solo sul tema delle Forze armate, ma anche delle missioni internazionali e dei rapporti politici, e ho avuto modo di confrontarmi con capi di Stato maggiore e personale militare, di visitare caserme, di conoscere e approfondire tutti i temi in campo.
D. Quale ruolo svolgono oggi le Forze Armate e, secondo lei, quali funzioni e dimensioni devono avere rispetto al passato, in rapporto al nuovo quadro geo-politico delineatosi negli ultimi anni?
R. Non esiste più il problema di difendere i confini territoriali. Un tempo la dislocazione delle Forze Armate e delle caserme rispondeva alla necessità di proteggere i confini nazionali; questo non avviene più come in passato, sono presenti rischi diversi e nuovi. Sempre più la difesa nazionale viene svolta nel contesto delle alleanze internazionali. L’articolo 11 della Costituzione è la nostra stella polare, mentre l’articolo 52 definisce sacra la difesa della Patria e sancisce che  l’ordinamento delle  Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica e che le stesse quindi eseguono di fatto  le decisioni del Parlamento; in questo contesto i rischi sono soprattutto le destabilizzazioni di territori, che possono poi provocare la deflagrazione di conflitti. Pensiamo a quanto abbiamo compiuto in Libano dove, di fatto, abbiamo fermato una guerra; o al terrorismo internazionale, prima motivazione dell’intervento in Afghanistan. Si tratta sempre più di una difesa che viene decisa nell’ambito di alleanze, sebbene sia poi normale che ogni singolo Stato decida la missione per sé più importante. Lo scenario principale per l’Italia è costituito dal Mediterraneo e dai Balcani.
D. In che modo gli investimenti nelle Forze Armate possono essere utili anche per il futuro e per la crescita del Paese? La crisi economico-finanziaria influisce sulla «sicurezza» e sulla revisione dello strumento militare?
R. Quando si parla di spese per la Difesa si dice sempre che si possono tagliare come fossero improduttive e non servissero a nulla. La necessità di protezione e quindi delle Forze Armate c’è. Ma non solo: le Forze Armate stanno svolgendo compiti come la missione «Mare Nostrum» e l’aiuto che forniscono in tutti gli eventi calamitosi. Hanno anche una capacità di creare ricchezza: l’industria della difesa svolge varie attività compreso l’export, e un ruolo propositivo di grande importanza nella progettazione dei sistemi di sicurezza. Se si decidesse che non è «etico» avere un’industria militare, dovremmo rinunciare a una quota dell’uno per cento del prodotto interno, che dà lavoro a 50 mila addetti diretti e a 150 mila nell’indotto. Io cerco di immaginare progetti «duali» riguardanti la sicurezza e la difesa, improntati su investimenti nella ricerca e nello sviluppo dell’alta tecnologia militare da riversare nei dispositivi civili. Non credo alla possibilità reale di riconvertire l’industria «bellica», termine sbagliato perché non abbiamo un’industria per fare la guerra. Se vogliamo creare un’Europa della difesa, l’industria deve lavorare sempre più su progetti europei.
D. Come procede l’ammodernamento dei mezzi navali? Come rimpiazzate le navi al termine della vita operativa? A chi vendere parte della flotta?
R. Più che il problema di vendere parte della flotta, la Marina ha quello del suo invecchiamento. Servono nuove navi. Nella legge di stabilità il Governo ha inserito e il Parlamento approvato un finanziamento ventennale di 5 miliardi 800 milioni di euro per ammodernare la flotta, una scelta fatta perché c’è un’esigenza obiettiva; entro pochi anni la Marina non avrebbe più navi in grado di solcare i mari ma la prospettiva di mandare le navi in disarmo; oltre a questo i Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Economia e Finanze hanno fatto presente la necessità, in questo momento, di creare lavoro nel Paese e di aumentare il prodotto interno: l’investimento nella cantieristica fa lavorare molte persone, ad esempio nelle attività di Fincantieri, Finmeccanica, Selex ES. È un progetto notevole anche per l’occupazione indotta.
D. Come saranno le nuove navi?
R. L’ingegneria navale deve elaborare nuovi progetti altrimenti si ferma. Dopo le nuove fregate «Fremm» non c’erano idee, mentre ora si punta a un nuovo pattugliatore, più piccolo, meno costoso, più veloce e più adatto alle nuove esigenze quali la lotta alla pirateria e il soccorso ai migranti. Sarà una nave polifunzionale che risponderà alle esigenze della nostra Marina, ma potrà diventare estremamente interessante anche per le Marine di Paesi di media grandezza dell’Africa e del Sud America, che potranno rivolgersi a noi. Un simile pattugliatore avrà una stazza inferiore alle Fremm, sarà più veloce e meno costoso e potrà costituire un volano per le esportazioni.
D. Ritiene opportuna la vendita di immobili militari?
R. La ritengo assolutamente opportuna per due motivi. Perché, se non servono più alla difesa, non c’è nessun motivo per tenerli; perché, se la Difesa non li usa, costituiscono una spesa e un aggravio di responsabilità. Tali immobili possono cambiare l’urbanistica di una città riqualificandone completamente alcuni spazi. Nei decreti delegati sulla riforma dello strumento militare sono state inserite norme per sveltire il processo di dismissione con procedure nuove. Penso che nel prossimo «decreto del fare» debbano prevedersi canali preferenziali per alienare questo patrimonio trasformandolo in ricchezza per il Paese e assicurando un respiro maggiore alle città, ponendo gli immobili nella disponibilità delle Regioni che dovranno occuparsi della connessa programmazione urbanistica.
D. Che prevedono i suoi disegni di legge sulle missioni internazionali e sul personale militare esposto all’amianto?
R. I lavoratori del settore civile esposti all’amianto avevano diritto a benefici mai riconosciuti ai militari; è il motivo per cui presentai quel disegno di legge. Con il ministro Arturo Parisi la Difesa stanziò un fondo per assistere i militari colpiti da malattie professionali causate da amianto e da altri fattori. È però il Ministero del Lavoro a decidere quali categorie considerare a rischio.
D. L’ultimo Libro Bianco fu presentato nel 2002 dall’ex ministro della Difesa Antonio Martino. A quando il prossimo?
R. A breve. Ne ho parlato con il ministro Mario Mauro. Il Governo presenterà un nuovo documento che non sia la fotocopia di quello esistente, ma contenente una riprogettazione della Difesa sulla base dei nuovi rischi e preoccupazioni. Il modello che ho in mente è quello usato dalla Francia: si parte dagli odierni rischi interni ed esterni e si valutano i bisogni. È necessario allargare il dibattito all’opinione pubblica che si chiede spesso a cosa serva spendere per le Forze Armate. Se il Libro Bianco è sempre stato un documento interno, vorrei diffonderlo con la massima trasparenza.
D. Per quale motivo l’Italia è più impegnata di altri Paesi in vari teatri operativi e in molteplici missioni internazionali? In quali Paesi siamo oggi presenti?
R. Abbiamo avuto impegni molto superiori negli anni passati, ma ora abbiamo ridotto notevolmente la nostra presenza anche per effetto della crisi economica, perché le missioni internazionali costano. Attualmente siamo presenti all’estero con 24 missioni, anche se quelle più significative dal punto di vista numerico sono 3: Afghanistan, Libano e Balcani. Abbiamo una presenza in Libia, e in molte altre missioni impieghiamo poche unità. Si tratta di missioni internazionali come quella che ha il compito di tenere aperto il valico di Gaza, nel quale la presenza italiana è essenziale, e così è ritenuta da quei Paesi.
D. Quanti militari sono in Italia?
R. Il modello attuale della Difesa è ancora fermo a 190 mila unità, ma non c’è stato un turn over sufficiente, quindi non siamo mai arrivati a quel numero. Prevediamo però, con la revisione dello strumento militare, di scendere entro il 2024 a 150 mila. Per mancanza di fondi per le esercitazioni e per i mezzi non possiamo esporre a rischi i nostri uomini. Con le stesse risorse finanziarie dobbiamo riequilibrare le spese, quindi meno personale e più fondi per le esercitazioni.
D. È stata utile l’abolizione del servizio militare per i giovani di leva?
R. Da un punto di vista di esperienza la leva obbligatoria è stata una dei fattori unificanti dell’Italia e quindi un’esperienza preziosa. Io ero favorevole alla leva, ma con le nuove competenze delle Forze Armate si ha bisogno di un esercito professionale; non si possono inviare in Afghanistan o in Libano militari di leva.
D. Cosa vorrebbe fare al momento?
R. Togliere tutti i lacci e le difficoltà che incontra chi vuol creare lavoro in questo Paese. La difficoltà che avverto di più è la disoccupazione giovanile del 41 per cento, una dimensione inaccettabile.
D. Matteo Renzi, nuovo segretario del PD, è molto giovane. Cosa ne pensa?
R. Sono contenta non solo perché è un giovane, ma perché sta cambiando radicalmente alcuni vizi della politica. Quello che mi piace di più è la sua fretta. Abbiamo atteso troppo i cambiamenti, ne abbiamo parlato tanto, ora basta, è arrivato il tempo del fare, la politica deve essere prima di tutto trasformazione, e lui trasmette questa urgenza.  

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