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Domanda. Come definirebbe líinteresse degli italiani per la politica internazionale? Risposta. A corrente alternata. Vi Ë certamente uníattenzione crescente ai fatti internazionali, stimolata sia dal processo di integrazione europea sia dal mutare dello scenario internazionale, con tutti i nuovi rischi e i maggiori impegni. Ma vi Ë anche il persistere di un certo provincialismo e, soprattutto, il peso di un dibattito politico interno che non presta grande attenzione a ciÚ che avviene al di fuori del nostro Paese. CiÚ detto, perÚ, mi sembra anche giusto sottolineare come líattenzione dei cittadini pi˜ giovani, forse stimolata anche da una maggiore apertura delle Universitý alle materie internazionalistiche, sembri essere in aumento, cosÏ come la stessa semplice conoscenza delle lingue. LíItalia Ë un Paese ancora caratterizzato da un insufficiente tasso di internazionalizzazione, in particolare nel campo economico e in quello amministrativo, ma il mutamento Ë in atto e fa bene sperare. D. Vi sono differenze fra i due schieramenti politici interni, ovvero fra il centrodestra e il centrosinistra, per quanto attiene la collocazione internazionale dellíItalia? R. Le similitudini sono maggiori delle differenze, tuttavia spesso Ë diversa la retorica e alcune volte, pi˜ raramente, sono diverse anche alcune scelte. In particolare molti osservatori sostengono che la maggioranza di centrodestra sia caratterizzata da una pi˜ decisa scelta filo-americana, mentre quella di centrosinistra verrebbe accreditata come pi˜ filo-europea. Nella realtý, perÚ, bisogna dire che si tratta pi˜ di differenze di tono, di sfumature, che di profonde spaccature o di diversi orientamenti strategici. D. Non cíË stata una spaccatura nellíatteggiamento da assumere a proposito della guerra in Iraq? R. La decisione del Governo Berlusconi di appoggiare gli americani nellíintervento in Iraq Ë stata accompagnata da una posizione di ´non belligeranzaª che ricordava molto da vicino le posizioni del resto dello schieramento politico, mentre líopposizione della maggior parte dei partiti del centrosinistra non arriva al punto di rifiutare in blocco la missione militare in quel Paese. Le posizioni di politica estera dei due maggiori schieramenti politici sembrano essere influenzate da due fattori comuni: dalla particolare collocazione dellíItalia come media potenza europea che delimita la libertý díazione del nostro Governo e ne predetermina molti comportamenti, e dallíorientamento prevalente nellíopinione pubblica, che si mostra genericamente favorevole sia allíalleanza atlantica che allíintegrazione europea, ma anche ben poco bellicista. D. Si Ë sempre verificata questa situazione nel secondo dopoguerra? R. Non sempre. La grande spaccatura del 1948-1949 tra il campo filo-russo e quello filo-americano, la dura opposizione socialista e comunista degli anni Cinquanta contro líEuropa oltre che contro la Nato, le manifestazioni pacifiste anti-Nato, il cui ultimo grande momento di mobilitazione fu quello coincidente con la decisione di installare gli euromissili allíinizio degli anni Ottanta, hanno visto spaccature profonde dellíopinione pubblica italiana e della classe politica. Progressivamente, perÚ, tali spaccature si sono riassorbite in un largo consenso bi-partisan, che Ë probabilmente partito dallíaccettazione del processo di integrazione europea da parte delle sinistre, e poi anche da parte dellíestrema destra. D. Ma questo puÚ dirsi che vale anche oggi? R. Non proprio. Oggi cominciano a delinearsi fenomeni nuovi, della cui importanza politica non possiamo ancora essere sicuri, come ad esempio líemergere dei movimenti no-global: potrebbe essere in questo la radice di una nuova spaccatura che ancora non ha investito il grosso delle forze politiche italiane. D. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a una contrapposizione per quanto riguarda alcune operazioni di peace-keeping. » forse finita líera della politica bi-partisan? R. Non direi, almeno per quel che riguarda quelle forze che, nella terminologia politologica americana, vengono raccolte nella definizione di ´body politicsª, cioË il grosso delle forze presenti in Parlamento. Esistono naturalmente delle divergenze, ma non delle profonde divisioni ideologiche. Tuttavia, come giý ho detto, la situazione potrebbe mutare se dovessero crescere movimenti politici non ancora molto presenti nelle aule parlamentari, come i pacifisti o gli alter-globalisti: benchÈ non esprimano un vero e proprio programma politico articolato e coerente, essi sono comunque un fattore di possibile divisione da tenere sotto attenta osservazione. D. Nella politica internazionale il peso della componente legata a sicurezza e difesa sta crescendo. Riusciamo a coordinare le due aree? R. Non ancora in modo efficace, anche perchÈ spesso esse fanno riferimento a strutture amministrative diverse e sono regolate da principi costituzionali e da strumenti legali che sono anchíessi differenti. Vi Ë qui un problema chiave da affrontare, che richiede uníimportante modifica della legislazione, una maggiore e pi˜ incisiva capacitý di coordinamento e una programmazione congiunta. In questíottica andrebbe sicuramente ridefinito il ruolo della Presidenza del Consiglio. D. In queste due aree líItalia registra un differenziale di risorse finanziarie e, per quanto riguarda i diplomatici, anche di risorse umane rispetto ai principali Paesi europei. Quanto puÚ danneggiarci questa situazione? R. Molto. E su due piani: in primo luogo evidentemente la scarsitý delle risorse diminuisce il nostro livello di efficacia e quindi anche di sicurezza. In secondo luogo, il minore impegno italiano si traduce anche in una minore influenza e e in una minore credibilitý internazionale. D. Quali sono i nodi irrisolti della nostra politica internazionale che sono stati posti al centro del recente convegno organizzato dallíIstituto Affari Internazionali a Palazzo Barberini a Roma? R. Il problema delle strutture che fanno politica estera, ma anche la necessitý che líItalia si doti degli strumenti e delle capacitý minime necessarie per poter entrare di diritto a far parte dei vari nuclei di testa dei Paesi impegnati nella definizione delle grandi scelte internazionali, in Europa e nel mondo. A questo fine, inoltre, nel nostro convegno abbiamo indicato líopportunitý di predisporre alcuni strumenti e politiche specifiche per accrescere il tasso di internazionalizzazione della societý italiana. D. Minaccia globale e internazionalizzazione dellíeconomia stanno caratterizzando il nuovo scenario. Quale risposta puÚ dare un Paese come líItalia? R. Essa deve partecipare e influire sulle scelte del governo internazionale. Per far questo deve sfruttare quei pochi ma importanti strumenti di eccellenza industriale e tecnologica che ancora possiede e deve sviluppare maggiormente la coerenza tra i suoi vari interventi in campo internazionale. Paesi molto pi˜ piccoli dellíItalia, ad esempio i Paesi Bassi, riescono ad esercitare a volte uníinfluenza molto maggiore, solo grazie alla loro capacitý di intervenire nel modo giusto, al posto giusto e nel momento giusto. D. » anche un problema di ´efficienzaª della politica internazionale? R. Molti passi avanti sono giý stati compiuti, ma bisogna continuare a migliorare líefficacia istituzionale della nostra politica estera, in particolare nel rapporto tra politica estera e Presidenza del Consiglio e tra Stato e Regioni. Inoltre, la politica economica e quella industriale devono accompagnare e sorreggere uníiniziativa pi˜ coerente del Paese. CiÚ significa promuovere la competitivitý del sistema italiano nei settori a pi˜ elevato tasso di innovazione e domanda: i soli in grado di assicurare solidi vantaggi competitivi. D. Precisamente in quali settori? R. Quelli che includono sia frontiere tecnologiche promettenti sia industrie a giý elevata presenza e competitivitý italiana: aerospazio, difesa, telecomunicazioni, energia. Il ruolo delle aziende maggiori Ë, in questo caso, molto importante perchÈ esse rappresentano una fonte di rilevanti trasferimenti tecnologici per le imprese minori e per líintero sistema economico. Questo comporta, oltre al resto, la rimozione di alcuni vincoli esistenti alla crescita dimensionale delle imprese. D. Come valuta la proposta che qualcuno ha avanzato di nominare un ministro degli Esteri dellíUnione europea? R. La vedo con favore, a condizione naturalmente che tale ministro abbia gli strumenti necessari per operare. » perÚ probabile che la sua efficacia dipenderý anche dallíappoggio che gli verrý fornito dal gruppo dei Paesi di testa che si formerý allíinterno dellíUnione. » una ragione di pi˜ perchÈ líItalia si trovi allíinterno del gruppo che potrý sviluppare la comune politica estera, di sicurezza e difesa: Ë una scelta che puÚ essere garantita solo da politiche fortemente volontaristiche e quindi anche costose e impegnative. CiÚ comporta evidenti implicazioni in termini di bilancio, ma anche di coerenza della politica estera, che non dovrý perdersi in cento altri rivoli, contraddizioni o anche solo ambiguitý. D. Come mai non cíË un Consiglio europeo della Difesa mentre esistono un Consiglio della Sanitý, dei Trasporti, della Giustizia, dellíAgricoltura, della Ricerca ecc.? R. Formalmente il nuovo Trattato lascia libera la decisione di istituire qualsivoglia nuovo Comitato di ministri, su semplice iniziativa del Consiglio europeo. Tuttavia il fatto che ancora non sia stato istituito, se non in modo informale, Ë uníindicazione del ritardo che líEuropa continua ad avere in questo campo. » perÚ evidente che líEuropa non puÚ continuare ad eludere il problema se vuole davvero affermare la propria presenza nel campo della sicurezza e della difesa. D. Politica europea di sicurezza e difesa da una parte e Nato dallíaltra: ritiene che sarý possibile rafforzare líalleanza atlantica? R. La questione deve essere affrontata alla radice, domandandosi cosa effettivamente sia oggi la Nato e a cosa serva, senza paura di esaminare anche formule nuove. Una strada potrebbe essere quella di prendere atto della progressiva ´europeizzazioneª delle forze militari della Nato, legata allíaltrettanto progressivo ritiro americano dallíEuropa e alla diminuzione di importanza del Comando europeo delle forze americane, che coincide nella Nato con la figura del comandante supremo, il Saceur. Si potrebbero, quindi, ipotizzare il passaggio del Saceur in mani europee e un doppio cappello tra il Saceur e il comandante delle forze di proiezione dellíUnione europea. Nello stesso tempo Ë evidente la necessitý di assicurare migliori consultazioni politico-strategiche e un pi˜ stabile rapporto di collaborazione tra líUnione e gli Stati Uniti. D. Quali sarebbero le conseguenze di tale nuova situazione? R. Sarebbe allora possibile prevedere anche líassunzione del posto di Segretario generale da parte di un alto esponente politico americano, in diretto collegamento con il suo presidente, che potrebbe cosÏ assicurare anche il contatto permanente ad alto livello con il nuovo presidente e con il nuovo ministro degli Esteri dellíUnione che dovrebbero essere varati dalla Conferenza intergovernativa europea. » uníidea che deve, naturalmente, essere ulteriormente discussa e affinata, ma che chiarisce che il punto principale da affrontare oggi non Ë certo tecnico-militare, ma semmai di alta ingegneria politica e istituzionale. |
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