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EURO ED EUROPA.
IL VERO PREZZO
DEL PINZIMONIO ITALIANO

di Romina Ciuffa

 

 

vero che líEuropa ha fagocitato la lira e, trasformandola in euro, ha stravolto il potere díacquisto degli italiani proprio quando era stato promesso che questo ne sarebbe uscito rafforzato? » vero che, a detta di promotori troppo ingenui o troppo interessati, entrare nellíUnione monetaria europea costituiva un passo ineluttabile per far crescere líeconomia nazionale e quindi il benessere degli italiani? Ma Ë anche e soprattutto vero che quanto Ë avvenuto nel settore del commercio e dei prezzi, se non era prevedibile negli altri Paesi dove in effetti non si Ë verificato, lo era invece, ed ampiamente, in Italia. Líincredibile aumento dei prezzi, cui abbiamo assistito e stiamo tuttora assistendo viene solitamente attribuito sia ai produttori di beni e servizi sia ai rivenditori. Ma una buona parte di colpa hanno anche i consumatori che prima hanno assecondato líeuro-pazzia, poi hanno consentito allíinflazione di svilupparsi selvaggiamente: Ë stato un loro errore, infatti, soggiacere alle conseguenze di uníimprovvida decisione politica assecondando le mode imposte soprattutto dalla televisione. Ad esempio líacquisto di telefonini sempre pi˜ costosi. PerchÈ acquistarli alla modica cifra di seicento euro, ben un milione e duecentomila lire circa, quando prima líimporto pi˜ elevato si aggirava intorno alle seicentomila, settecentomila lire? » stato tutto un grande errore, il cui prezzo ormai siamo tenuti a pagare tutti, senza che nessuno sciopero possa rimediare. Vale un cellulare quasi pi˜ dello stipendio di un italiano medio? Oggi sÏ. Niente di pi˜, niente di meno. Circa settecento, ottocento euro al mese Ë il reddito di una massa di lavoratori dipendenti, percettori di uno stipendio o di un salario, che si ritengono pure fortunati se hanno ancora un ´posto fissoª. Andrebbe infatti anche accertato quanto guadagnano tanti altri, soprattutto giovani che, anzichÈ una retribuzione contrattuale, percepiscono un semplice ´rimborso speseª, pratica abbastanza diffusa che consente al datore di lavoro di eludere ritenute fiscali e contributi previdenziali, e di evitare uníassunzione regolare. Assunzione che perÚ, nella maggioranza dei casi, Ë solo teorica, perchÈ nessun datore di lavoro Ë cosÏ altruista, o masochista, da imbarcarsi in uníavventura che gli procura uníinfinitý di oneri ed obblighi procedurali, fiscali, contributivi, sindacali, vertenziali, senza alcuna garanzia di realizzare, dallíassunzione stessa, un reddito pari almeno al suo costo. La dimostrazione non solo del protrarsi, ma della crescita di questa spirale perversa sta proprio nel mancato sviluppo di tante piccole e medie imprese che, per voler o dover essere in regola con la burocrazia, con il fisco e con la previdenza, pur avendo grande esperienza e potenzialitý vivacchiano, si accontentano di tirare avanti senza crescita, senza assunzioni di personale e soprattutto di giovani. Se questa era líItalia giý prima di entrare in Europa, figuriamoci dopo líinflazione selvaggia provocata dallíeuro, che ha falcidiato il potere di acquisto di stipendi e salari dei lavoratori, il profitto delle imprese e quindi i capitali destinati ad essere reinvestiti. Passata la sbornia europeista, ora líitaliano si sta accorgendo di essere considerato, in questa grande Europa, poco pi˜ di un extracomunitario. E di ricevere il conseguente trattamento. Basta pensare a certe direttive europee estremamente penalizzanti per le imprese italiane soprattutto meridionali, e il cui scopo ufficiale sarebbe la tutela della salute, della sicurezza e tante altre belle parole; ma il cui risultato pratico Ë solo quello di mettere fuori commercio, anzi addirittura fuori legge, una massa di piccole e medie imprese italiane. Per cui líEuropa sta ormai rivelandosi ben diversa da quella sognata. E dinanzi a una massa crescente di italiani si sta accendendo il semaforo rosso. » vero anche che le direttive penalizzanti, i divieti, gli obblighi, i legami posti da organismi nazionali o internazionali sono facilmente aggirabili non soltanto dal genio italico quanto anche dal bisogno. Per cui inevitabilmente cresce líeconomia sommersa. Ma un aspetto triste delle ultime vicende Ë che líitaliano Ë stato delegittimato dai suoi stessi rappresentanti proprio quando, al momento di entrare in Europa, aveva bisogno di garanzie sulla bontý dellíoperazione, sullíesistenza reale di concreti vantaggi futuri. Ora si accorge che il sogno europeo Ë servito solo ad assicurare ad alcuni fruttuose carriere politiche e burocratiche. Sono penosi oltrechÈ inutili gli sforzi dialettici, i contorcimenti verbali, i ´fondiª, sui grandi giornali, degli opinionisti che a suo tempo hanno sbandierato agli occhi degli italiani i grandi vantaggi della moneta unica, e che ora cercano di attribuire ad altri la colpa dei mali che essa ha causato. E costituisce uníaggravante affermare che negli altri Paesi questo non Ë avvenuto: non vivevano in Italia, non conoscevano, oltrechÈ la mentalitý e il carattere degli italiani, le condizioni reali dellíeconomia nazionale, soprattutto quelle del Mezzogiorno? Purtroppo, come al solito, la filosofia di questa vicenda, dolorosa per milioni di italiani dai redditi marginali, Ë contenuta in una vecchia canzone napoletana: ´Chi ha avuto, ha avuto...ª. Líitaliano comune sarý divenuto pure cittadino europeo, ma chissý quanto dovrý aspettare per desinare con un pinzimonio acquistato a un prezzo equo.
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