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INFORTUNI SUL LAVORO.
UN ALTISSIMO COSTO SOCIALE
ED ECONOMICO
di Marco Paolo Nigi,
segretario
generale della Confsal



 

 

l recente incidente sul lavoro avvenuto a Genova, nel quale ha trovato la morte un lavoratore extracomunitario travolto dal crollo di un edificio in costruzione destinato ad ospitare un museo, ha profondamente scosso líopinione pubblica troppo spesso disinformata circa líalta frequenza di episodi di analoga gravitý che si ripetono ormai quasi quotidianamente. In tale contesto, stampa, uomini politici di maggioranza e di opposizione nonchÈ leader sindacali si cimentano, per diversi giorni, in esternazioni di vario contenuto sulla tragedia, non esenti da odiose speculazioni politiche, per poi lasciarla decantare in un lento, doloroso e immeritato oblio. Eppure il fenomeno degli infortuni sul lavoro Ë gravissimo e meriterebbe ben altra attenzione, perchÈ i dati ufficiali sono decisamente impressionanti e sconvolgenti sia per quanto riguarda il pesantissimo tributo pagato dai lavoratori in perdite di vite umane e in menomazioni fisiche, sia per la gigantesca incidenza economica sui bilanci dello Stato, calcolabile in varie migliaia di miliardi euro. Del resto quando líIstituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro, Ispesl, denuncia per il 2002 un milione di infortuni sul lavoro di cui 1.400 mortali, collocando il nostro Paese al primo posto di una tragica graduatoria in Europa, ci si puÚ rendere conto delle dimensioni, della diffusione e dellíincidenza del fenomeno. Quali i motivi? Tanti e tra loro, di frequente, interconnessi. A volte il caso ma, molto pi˜ spesso e pi˜ realisticamente, una vasta gamma di fattori esclusivamente riconducibili alle condizioni di lavoro tipiche di un mondo frenetico, convulso ed egoista quale il nostro. Questo, tuttavia, Ë solo líaspetto pi˜ appariscente del fenomeno che, invece, ha radici ben pi˜ profonde di quanto líuomo della strada possa immaginare. Ne Ë la dimostrazione pi˜ palese la diffusissima prassi del lavoro sommerso che, in quanto tale, si sottrae sistematicamente a regolamentazioni e controlli e ha dimensioni enormi nellíambito del mondo del lavoro: per líIstat Ë pari al 17 per cento del prodotto interno mentre per líEurispes supera agevolmente il 30 per cento. Tutto ciÚ significa che il 15-30 per cento dei lavoratori - dai 6 milioni 600 mila agli 11 milioni 430 mila - sono irregolari e quindi privi delle necessarie garanzie e tutele di cui usufruiscono i lavoratori regolari. E lavoro sommerso - lo denuncia sistematicamente la Confsal - significa anche evasione fiscale di elevatissime dimensioni, tanto da essere stimata dallíIstat in 200 miliardi di euro. Insomma importi pari a 10 leggi finanziarie ´pesantiª, con i quali si potrebbe uscire agevolmente dallíattuale crisi economica e, nello stesso tempo, realizzare quelle riforme sociali che il Paese insistentemente reclama. A questo punto, accertato che il sommerso Ë la causa prima degli incidenti sul lavoro e di una parte considerevole dellíevasione fiscale esistente nel Paese, viene spontaneo chiedersi come mai líEsecutivo non abbia ancora fronteggiato il fenomeno mettendo in campo tutti gli strumenti di prevenzione, dissuasione e di repressione di cui Ë in possesso ed, eventualmente, abbia posto in essere. Eppure i reati connessi con líeconomia sommersa non sono pochi e vanno dal favoreggiamento dellíimmigrazione clandestina e dallíutilizzo di manodopera irregolare allíimmigrazione clandestina, allo sfruttamento di minori e allíinduzione in schiavit˜. Tutti reati questi che, come pi˜ volte ha sostenuto la Confsal, dovrebbero essere perseguiti penalmente attraverso dure condanne, con relativa certezza della pena, nei confronti di tanti intermediari, procacciatori e mercanti che in vario modo alimentano nel Paese líignobile traffico di esseri umani. Tra le cause che determinano gli incidenti sul lavoro un capitolo a parte merita líuso dellíalcool e delle droghe assunte per far fronte alle difficoltý e allo stress quotidiani, alla monotonia di certi lavori, allo stato díansia dovuto alla precarietý, a certe patologie legate al mobbing che purtroppo Ë ancora attivo in molti posti di lavoro e coinvolge lí8 per cento dei lavoratori. Líalcool ha ancora líincidenza maggiore - 10 mila morti per patologie legate al consumo -, ma stanno crescendo in modo esponenziale gli incidenti dovuti allíuso di droghe pesanti, leggere e sintetiche e di psicofarmaci: quasi 600 morti nello scorso anno. Líuso di alcool e di droghe interessa almeno il 10 per cento dei lavoratori che con tale sistema ritengono di trovare la spinta necessaria per far fronte alle difficoltý vere o presunte della loro attivitý, mentre invece finiscono per operare con volatile capacitý di concentrazione e quindi con riflessi rallentati, annebbiati e intorpiditi, andando inevitabilmente incontro ad incidenti anche mortali. Il costo sociale dovuto a questa situazione Ë enorme. Sarebbe assai meno oneroso affrontare il problema con coraggio e con lungimiranza, intervenire con mezzi adeguati e con sistemi di prevenzione e di recupero attivati negli stessi luoghi di lavoro per mezzo di personale specializzato, ma anche attraverso líopera di volontariato dei dipendenti che potrebbero essere incentivati in tal senso in vari modi. Diminuirebbero, cosÏ, non soltanto gli infortuni, ma anche líassenteismo, lo scarso rendimento, le misure disciplinari, i conflitti legali, i licenziamenti. Le aziende private e pubbliche nonchÈ le Amministrazioni dello Stato, tuttavia, reputano pi˜ conveniente ignorare la situazione, procedere in modo repressivo su singoli casi senza affrontare il fenomeno nella sua interezza e complessitý. » un modo di procedere assai deprecabile sia nella sua insita ipocrisia che nella totale carenza di concretezza, che comporta altissimi prezzi da pagare tanto che, se non affrontato per tempo almeno per evitarne uníulteriore dilatazione, potrebbe rivelarsi esiziale per la stessa tenuta economica del Paese.
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