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LIBERE PROFESSIONI.
DIVENTATI PIU' FORTI
NEGLI ULTIMI TRE ANNI,
I PROFESSIONISTI INTENDONO PARTECIPARE ALLA RIFORMA




di Maurizio De Tilla,
presidente della Cassa Forense
e dell' AdEPP

n questi ultimi anni le professioni sono diventate pi˜ forti: il Cup, Comitato unitario dei professionisti, si Ë rinvigorito nella struttura centrale e si Ë organizzato anche a livello territoriale; i sindacati dei professionisti sono stati riconosciuti parti sociali; si Ë creato un asse unitario degli Ordini che, con le Casse e le Associazioni, hanno trovato uníintesa di fondo poi materializzatasi in un lavoro comune per la redazione della proposta di riordino delle professioni e per il miglioramento della direttiva europea. Vorrei sottolineare un elemento di fondamentale importanza: il lavoro della Commissione Vietti non Ë stato quello di una struttura ministeriale dai contenuti dettati autoritativamente dallíalto, ma il frutto di uníelaborazione comune fatta da un gruppo di esperti nel quale tutte le professioni e le organizzazioni professionali - regolamentate e non - sono state rappresentate e ascoltate. In quel progetto si Ë registrata una fortissima unitarietý delle professioni, non solo degli Ordini ma anche delle Casse e delle Associazioni. Questa novitý, non solo di metodo, deve far riflettere sulla forza del progetto di riforma delle professioni. Fatta questa premessa, devo esprimere il dissenso rispetto a uníinfondata critica: quella secondo la quale il testo risponderebbe alle mere esigenze ordinistiche. Il che non Ë vero. Il progetto ha tre gambe. La prima Ë quella degli Ordini, con il riconoscimento di funzioni ormai tradizionali svolte e con líintroduzione anche di nozioni innovative, tantíË vero che la direttiva europea riproduce alcune previsioni che figurano nel progetto della Commissione, nellíintendimento che poi líEuropa possa accogliere questa impostazione. La seconda gamba sostiene, per la prima volta, il ruolo delle Associazioni professionali che coprono settori particolari attraverso líindividuazione e la certificazione in un registro pubblico; quindi il sistema professionale Ë ordinistico per i compiti istituzionali, ma diventa associativo e sindacale per una serie di funzioni, che sono giý presenti nelle professioni. CíË poi la terza gamba costituita dalle Associazioni delle professioni non riconosciute, che comprendono quelle nuove: la scelta Ë molto importante perchÈ collegata alla riforma universitaria che ha introdotto e imposto alle professioni almeno la laurea triennale; quindi cíË, per un certo verso, un innalzamento del livello formativo anche per quei professionisti che avevano o potevano pensare di avere il diploma come condizione per líaccesso. Riguardo alle associazioni non riconosciute - a parte alcune necessarie modifiche invocate giustamente dalle professioni non regolamentate -, emergono due punti fermi, sottolineati in pi˜ occasioni dal presidente del Cup Raffaele Sirica. Il primo consiste nel rilievo che la laurea Ë per tutte le professioni un elemento base per il riconoscimento. Alla laurea almeno triennale nessuno puÚ derogare, almeno per il futuro. In secondo luogo va affermato un concetto che, solo se viene male interpretato e mal letto, puÚ far intendere esigenze (inesistenti) di chiusura corporativa. Questo concetto si esplica anzitutto nel quesito: quali nuove professioni vanno riconosciute? Certamente quelle che corrispondono ad attivitý non presenti nelle professioni giý regolamentate. Se le attivitý professionali sono giý inquadrate normativamente, quale esigenza puÚ esistere per un nuovo riconoscimento, visto che Ë giý prevista líiscrizione in un registro delle Associazioni specialistiche delle professioni regolamentate? Il milione e 700 mila professionisti iscritti agli Albi e in gran parte alle Casse professionali producono servizi per i cittadini e concorrono allo sviluppo economico e civile del Paese. E quanto pi˜ esplicano questa funzione tanto pi˜ danno garanzie di qualitý della prestazione, che Ë fortemente collegata al corso di studi, alla formazione, alla pratica e allíesame di Stato. La legge delega, se sarý subito varata, darý luogo allíemanazione di decreti legislativi per ogni professione distinguendo i percorsi formativi e le diverse specializzazioni che dovranno essere corredate da periodici e obbligatori aggiornamenti. Nellíambito di questo quadro formativo e della ´nozione guidaª delle professioni, sembra non conferente che si parli ancora oggi, da chi si oppone al progetto Vietti, di voluta obliterazione della nozione di ´professionista imprenditoreª e, di conseguenza, si prospetti líesigenza di abolizione dei minimi tariffari. Ribadisco quanto giý Ë stato pi˜ volte detto, che cioË la qualitý della prestazione professionale non viene garantita con una concorrenza selvaggia, abolendo i minimi tariffari. La Corte europea di Giustizia ha sconfessato líazione di eliminazione dei minimi tariffari affermando che costituisce uníesigenza di carattere pubblico garantire la qualitý della prestazione attraverso la remunerazione minima al di sotto della quale cíË solo la sottrazione a doveri di diligenza e di professionalitý. CosÏ pure appare inappropriato il riferimento che ancora qualche critico compie circa un eventuale rifiuto delle professioni di recepire le moderne tecniche di pubblicitý, laddove il problema Ë stato ampiamente risolto nei codici deontologici di ciascuna professione. E peraltro Ë impensabile accettare la pubblicitý del mondo professionale anglosassone in cui un professionista non solo va in televisione, ma assume vallette e le fa esibire a favore del proprio studio: questa pubblicitý líabbiamo categoricamente rifiutata. Io non credo che qualcuno possa ancora sostenere la illimitata e indiscriminata pubblicitý nel settore delle professioni italiane, legate a irrinunciabili regole deontologiche, perchÈ il nostro Paese ha una formazione culturale che dobbiamo rivendicare, e la devono rivendicare con i professionisti tutte le forze politiche. Sotto questo aspetto le professioni italiane hanno operato con senso di alta responsabilitý respingendo il modello americano che viene oggi indicato, come unico da imitare, da coloro che vogliono in realtý lo smantellamento dellíidentitý del mondo professionale. Negli anni scorsi ebbi un incontro con un parlamentare assertore della concorrenza che mi disse: ´Voi professionisti vi dovete adeguare agli Usa, perchÈ altrimenti i vostri studi saranno cancellatiª. Di fronte a questa non condivisibile affermazione mi sembra doveroso rivendicare la tipicitý delle professioni italiane nei confronti di modelli che non si attagliano alla realtý sociale, economica e istituzionale del nostro Paese. Mi sembra che il progetto Vietti risponda a questa visione, nel tentativo, riuscito, di disciplinare con cura e completezza líesercizio della professione in una veste moderna ma non anglosassone. A questo punto occorre chiarire ulteriori aspetti peculiari del mondo delle professioni: le strutture istituzionali e associative riguardano solo una minima parte della riforma, quel che pi˜ conta Ë il riordino della normativa sul lavoro e sulla tutela professionale. La professione Ë fatta di lavoro continuo, tanto che comporta diligenza e preparazione, ma anche rischio professionale. La professione ha bisogno non solo di adeguati riconoscimenti ma di sicurezza sociale. Ma vi Ë di pi˜. La professione ha bisogno anche di attenzione fiscale, di incentivi al fine di investire in risorse allíinterno degli studi professionali. Il prodotto interno di tutte le professioni, calcolato con i sistemi attuariali delle Casse, equivale a 100 mila miliardi di lire allíanno, che corrispondono al 4 per cento del prodotto interno nazionale. Le professioni hanno, quindi, connotati economici e sociali di rispetto e meriterebbero maggiore attenzione. » importante che tutte le forze politiche capiscano che non ha serio fondamento la polemica sugli Ordini, che finisce per trascurare líessenza del problema, cioË le professioni. Superata ogni sterile polemica, la riforma delle professioni dovrý curare principalmente la formazione del professionismo, la qualitý del servizio, la tutela sociale, combattendo chi vuole che le professioni siano campo di conquista, raccolta di consenso, riserva di esazione. Infine una particolare attenzione critica merita la legislazione regionale concorrente, consistente nel potere attribuito alle Regioni di legiferare sulle professioni. Ma chi ha fatto questa legge costituzionale? Non certamente noi professionisti. Le professioni non sono state mai interpellate. La legislazione regionale concorrente va eliminata. PerchÈ cosÏ come Ë stata formulata determina una sovrapposizione legislativa sulle garanzie professionali e sul loro quadro díinsieme. E quindi avremo una legge dello Stato e poi tante leggi regionali anche in conflitto tra loro. Le Regioni possono e devono intervenire nello sviluppo economico territoriale delle professioni, negli aiuti alla formazione professionale. Per fare ciÚ non cíera bisogno di una legge costituzionale, in quanto il potere díintervento giý esisteva. Ancor prima della modifica costituzionale le Regioni potevano esercitare questo potere e qualche Regione Ë anche intervenuta sul piano della formazione e dello sviluppo economico per conferire un riequilibrio e un riconoscimento di carattere pubblico al lavoro dei professionisti nellíambito del territorio regionale. La norma di legislazione concorrente va abolita. Ma cosa sta succedendo? Devo purtroppo constatare che a parole tutti sono díaccordo nellíeliminarla, mentre nei fatti ogni giorno si registra una posizione dissonante. Si tenta da diverse parti, anche politicamente contrapposte, di determinare un sistema alternativo per destabilizzare il sistema istituzionale delle professioni. I professionisti non potranno mai accettare questo programma dissolutorio. Le professioni sul piano istituzionale, anche quelle non regolamentate, devono avere carattere nazionale, devono appartenere ai principi fondamentali del Paese.
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