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Una
viltà colpire le pensioni
di VICTOR CIUFFA |
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È uno degli infiniti casi, non certo il peggiore. Ma è un caso che smentisce tentativi, progetti, disegni di legge, convegni, articoli e chiacchiere varie che da 10 anni si susseguono per far credere alla gente che sia indispensabile una riforma per evitare un incombente disastro previdenziale e un tristissimo avvenire per figli e nipoti. È un caso che smentisce tutto ciò a ragione, perché, se a qualcuno vanno imposti sacrifici per riequilibrare le finanze dello Stato - che continuano ad essere dissestate nonostante 10 anni di svendite massicce di aziende e patrimoni della collettività -, i governanti a tutti debbono rivolgersi fuorché ai pensionati e ai pensionandi. Pena la sconfitta alle prossime elezioni. Il motivo è questo: i pensionati hanno già dato. Se l’Inps rischia il fallimento, non è certo per colpa loro; anzi sono proprio i pensionati che continuano a finanziare l’istituto quando mensilmente ricevono da esso un assegno che, quanto a potere d’acquisto, a causa dell’inflazione è sempre più leggero e vuoto. Se nella lunga vita lavorativa di un iscritto l’Inps incassa 100, sicuramente restituisce 50, ma anche meno. L’Inps è uno dei pochissimi soggetti privilegiati che riescono a guadagnare dall’aumento dei prezzi. Quanto alle nere previsioni sulla sua solvibilità futura, come fanno certi indovini a prevedere così bene il futuro, a predire cosa avverrà tra trent’anni? Numeri, dati, statistiche possono manipolarsi in una direzione o nell’altra; in mano a un ciarlatano da fiera di paese possono essere usati per organizzare clamorosi bidoni soprattutto alle persone più sprovvedute e indifese, come sono gli anziani. Eppure la spesa pensionistica costituisce un formidabile strumento di politica anticongiunturale in mano a governanti illuminati: basta aumentare un po’ le pensioni per stimolare a catena i consumi quindi la produzione, l’occupazione, i redditi, i profitti e gli investimenti. E questo perché quel poco che percepisce, il pensionato lo destina tutto ai consumi, e neppure gli basta per soddisfare quelli più essenziali; e inoltre perché alla sua età non ha certamente alcun interesse a risparmiare, a capitalizzare, in vista di un domani che non ha. Non solo. Spesso si sente dire che i giovani non trovano un’occupazione, che si allontana sempre più il loro ingresso nel mondo del lavoro. Se questo è vero - ma anche se non è vero -, se un numero sempre maggiore di giovani esce da casa, lascia la famiglia intorno ai trenta e perfino trentacinque anni, chi ne sostiene il peso, chi li aiuta finanziariamente se non i genitori, il più delle volte pensionati, e talvolta addirittura i nonni? Se i governanti debbono fare tagli e risparmi per tamponare il buco della finanza pubblica, perché si rivolgono sempre e solo ai pensionati? Ci sono altri campi immensi in cui tagliare. Ma che invece crescono continuamente assorbendo sempre più denaro dei contribuenti. Qualche esempio? La farraginosa, dissipatrice, penalizzante per l’Italia, struttura aspira-soldi chiamata Unione europea. Quanto ci costa? Quanto ci rende? Oltre alla massiccia inflazione causata dall’euro, solo direttive penalizzanti per l’industria e l’agricoltura italiana e di impossibile osservanza da parte di piccole e medie imprese, soprattutto nel Meridione. L’ultima balzana trovata è l’obbligo, dal primo novembre scorso, per i piccoli olivicoltori di vendere olio solo in contenori da 5 litri, sigillati. E se uno vuole comprare solo un litro? Evidentemente queste direttive sono fatte per favorire grandi gruppi industriali, commerciali, finanziari, tedeschi, francesi o altro, in cambio di concrete contropartite; a danno delle piccole e medie aziende italiane. Un altro esempio di sprechi sempre più incontrollabili: le Regioni e le Province. Nel nuovo sistema federalistico le Regioni decidono spesso le stesse iniziative, per cui si assiste alla moltiplicazione per venti di una spesa prima sostenuta solo dallo Stato. In un sistema in cui le Regioni hanno assunto tanti poteri, in cui le infrastrutture, i trasporti pubblici, la motorizzazione privata, le telecomunicazioni hanno eliminato le distanze tra continenti agli antipodi, figuriamoci tra un Comune e il capoluogo della provincia, non solo si continuano a finanziare con denaro del contribuente le Province esistenti, ma se ne creano sempre altre. Poi si assiste a loro peregrine iniziative tanto per spendere il budget: gite turistiche in tutto il mondo di carovane di amministratori con inevitabili svestite indossatrici, distribuzione di aiuti agli immigrati, costruzione di scuole nel Kosovo e in Africa, incursioni in campi non di loro competenza ma per legge attribuiti ad altre istituzioni. E le Comunità montane? A che servono, o meglio a chi servono? Ammettiamo quelle formate da Comuni effettivamente montani, con scarse infrastrutture e collegamenti, disagi e sottosviluppo; ma ve ne sono alcune, ad esempio a confine di Roma, con buona parte del territorio in pianura o in collina e una piccola parte sopra i 500 metri: fanno parte di Comunità montane e questo comporta presidenti, assessori, consiglieri, ovviamente retribuiti; impiegati, stipendi, auto blu, bilanci, entrate (dalle tasche ai contribuenti) ecc. Insomma una nomenklatura e una burocrazia che aumentano e costano sempre di più. È logico che il buco della finanza pubblica sia inarrestabile. Ma è una viltà cercare di tamponarlo o ridurlo con quei quattro soldi di anziani e indifesi pensionati. |
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