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GOVERNO: SINTONIA CON
IL POPOLO E LE CATEGORIE, PRIMA CHE TRA I PARTITI

dell'on. Domenico Benedetto Valentini

 

 

he si debba chiamare verifica o in altro modo, poco importa. Fatto sta che è inevitabile e, in ogni caso, indispensabile. È anche urgente, perché appena sarà stata approvata la Legge finanziaria per il 2004 saremo esattamente a metà legislatura: tempo sufficiente quello che resta, ma non abbondante, per concretizzare alcune scelte e taluni fondamentali impegni che siamo in molti a considerare parametri reali del bilancio politico della nuova (o seminuova) Italia dentro l’Europa.
Da parlamentare della maggioranza, voglio parlare delle nostre, non delle altrui responsabilità. Il fatto che la comitiva del centro-sinistra non abbia la benché minima credibilità come alternativa; che i post-comunisti e post-democristiani dell’Ulivo non abbiano né un progetto né un patrimonio di valori da proporre; che sarebbe paradossale masochismo, da parte del popolo italiano, affidarsi nuovamente a chi, nell’abbrutimento antidemocratico del «compromesso storico», ha degradato e dissestato il Paese fin dalle fondamenta, osando ora annunciare la ricandidatura di quel Romano Prodi che rappresenta la faccia peggiore di un sistema politico da non augurare ai nostri figli, è tutto vero, ma non ci esonera dall’obbligo di cambiare marcia. Anzi, a ben pensarci, ci stringe ancora più addosso la morsa dei nostri doveri. Perché se non c’è l’alternativa valida, o il consenso viene recuperato da chi governa oppure un assetto istituzionale va verso un capolinea dagli sbocchi quanto mai inquietanti.
Qual è, a mio parere, il contenuto della verifica? L’avvicendamento di alcuni ministri? Può essere opportuno. Una revisione degli equilibri tra le forze della coalizione al Governo? Probabilmente sì. Ma tutte queste cose, così importanti per la politica, non lo sono altrettanto per la gente e, soprattutto, non risolvono la sostanza dei problemi. Ci vuole qualcosa di più e di meglio. Si tratta, in primo luogo, di verificare ciò che è stato fatto. Non è poco, tanto più se si pensa che l’Italia di centro-destra è tra i Paesi che hanno retto meglio alla devastante ondata della crisi economico-produttiva che ha investito il mondo.
E allora è necessario inventariare i risultati acquisiti e spiegarli ai cittadini rispetto ai quali - mentre ci siamo avviluppati incredibilmente e non decisionalmente nella vicenda Rai -, abbiamo una gran colpa di difetto d’informazione. Anzi, il secondo punto della verifica è proprio stabilire una deontologia della comunicazione. Per carità, ciascuno resta libero, ma un’autodisciplina nell’interesse della coalizione è un’esigenza ineludibile. Non c’è una sola giustificazione perché la signora Maria debba aprire il giornale ogni mattina in stato d’ansia, quando il programma per il quale ha votato era uno dei più chiari e coerenti degli ultimi trent’anni.
Il terzo punto o capitolo è quello centrale: le cose da fare, come farle, con quali risorse, quale grado di consenso è aggregabile. Se ci vuole una settimana di clausura, senza telegiornali né competizione d’immagine, mettiamocela. Ma restituiamo alla nazione la consapevolezza che chi governa ha una linea, vuole consolidare un nuovo «clima» della convivenza civile, sa coinvolgere cittadini e categorie.
La politica per la sicurezza della vita e dei beni delle persone viene al primo posto. Sono stati ottenuti risultati importanti, ma ci vengono chieste ulteriori misure penetranti e riconoscibili. Poi vengono i servizi pubblici, cominciando dalla sanità e dai presidi di solidarietà, ma non solo. Va smantellata tutta l’«entocrazia» che ci grava sopra con i suoi costi vergognosi; le risorse recuperabili - parliamo di migliaia di miliardi -, devono farci mantenere servizi prossimali e molto migliorati in qualità. Poi viene la pressione fiscale. Siamo riusciti a fermarla, ora dobbiamo farla diminuire sensibilmente. La riforma fiscale è priorità delle priorità.
Contemporaneamente va aggredito il fronte delle tariffe, pubbliche e private. So che verrò accusato di illiberali velleità dirigistiche. Ovviamente respingo l’accusa; ma mi ferisce di più l’accusa (proveniente dalla signora Maria o dal signor Giuseppe, impiegato o pensionato con due figli a carico) di non fare nulla - all’infuori del solito «Osservatorio» - per fermare l’allucinante rincaro del treno, o della bolletta idrica, o dei rifiuti urbani; o per reprimere gli abusi che costellano le filiere commerciali sull’alveo della sgretolata introduzione dell’euro, o per impedire che banche e assicurazioni continuino a lucrare cinicamente sulla sofferenza delle famiglie e delle imprese.
E, ancora, c’è una riforma scolastica pronta, o meglio quella scolastica e quella universitaria. Una rapida e responsabile messa a punto, ed entrino in vigore superando resistenze e opposizioni pretestuose. È un mondo sconfinato, che ne condiziona tanti altri e attende una svolta che punti a ricostruire nella modernità, dopo l’epoca che ha demolito nella demagogia. Poi c’è la grande partita delle riforme istituzionali; ma non l’ho messa per prima, poiché la signora Maria e il signor Giuseppe vogliono innanzi tutto arrivare serenamente e dignitosamente alla fine del mese. E sanno che, fino a prova contraria, è con un Governo di centro-destra che l’equità si coniuga con il rigore.
E allora bisogna confrontarsi sulle scelte rivoluzionarie-conservatrici (qualcuno ha paura delle parole? Gli chiedo scusa, ma sono così poco politicamente corretto!), cioè con quelle riforme che non richiedono nuove voragini di finanziamento dal dubbio ritorno, ma che ci fanno al contrario colmare le voragini pregresse, tornando in possesso di mezzi ingentissimi che il sistema Italia si ostina a dilapidare.
Prima di parlare di presidenzialismo (tutto da spiegare), oppure di federalismo (difficilmente spiegabile in un mondo che cerca omogeneità e intercambiabilità di norme e sistemi), dobbiamo garantire ai contribuenti Maria e Giuseppe o Pinco Pallino, che tutto questo porterà a grandi risparmi per la comunità e non a spese ulteriori. Possiamo assicurarli che vogliamo accorpare otto o dieci Regioni, anziché appesantire le prerogative di quelle attuali in cui si sta sfrangiando l’Italia? Che studieremo e attueremo l’accorpamento di una cinquantina di province, anziché farle proliferare? Che cancelleremo il sistema della Sanità articolato nelle Usl o Asl, crogiuolo indegno di parassitismi, di autopremiazioni, di autoritarismo piramidale, pagato dai cittadini, distratti frattanto dall’antistorico alibi del dibattito pubblico-privato? Che stabiliremo norme-quadro in forza delle quali i servizi sovra e intercomunali sono governati da semplici coordinamenti dei Comuni, senza un solo euro di aggravio né una sola nuova poltrona politica o fintamente tecnica? Potrei andare avanti, ma credo d’essermi spiegato.
Naturalmente, c’è dell’altro e non di poco conto. Giustizia, opere pubbliche, tutela dell’ambiente, difesa e promozione dell’agricoltura e della zootecnia, interventi multidisciplinari per le imprese artigiane e per la rete commerciale, qualche concetto operativo veramente nuovo per i mondi della cultura, dello spettacolo, delle attività sportive. Per non parlare di un chiarimento di fondo sulla politica per le Forze Armate, anche in relazione alle direttrici strategiche di politica internazionale.
Né dimenticheremo i nodi delicatissimi da sciogliere in materia di informazione e di editoria. Ma la verifica si gioca - lo ripeto - non sulle questioni che i partiti avvertono come loro propri, rispettivi e rispettabili punti d’onore e di «visibilità», quanto piuttosto su quelle che la maggioranza dei cittadini denuncia come proprie emergenze. Come dire, ad esempio, che il tema della giustizia si sfaccetta sicuramente in quelli della separazione o meno delle carriere, delle «garanzie» o della rotazione dei dirigenti, ma per la signora Maria o il rag. Augusto significa piuttosto un meccanismo che faccia decidere una causa in pochi mesi, mantenga l’ufficio giudiziario vicino e comprensibile, renda concreto ed efficace il procedimento di esecuzione, riqualifichi la giustizia penale come sistema condiviso di penetrante logica prevenzione-sanzione.
Così come per l’artigianato, gli operatori vogliono essenzialmente capire (senza convegni sociologici o nuovi adempimenti burocratici) se possiamo rendere operative norme e provvidenze che consentano di introitare tre o quattro apprendisti-lavoratori qualificati, fisiologicamente candidabili a diventare imprenditori di se stessi a reddito gratificante. Insomma, c’è da verificare se, crisi economica permettendo, si può portare avanti un progetto di miglioramento della vita di chi fino ad oggi l’ha avuta grama; e, intanto, se si vuole evitare di tartassare la casa di chi ha la grave colpa di essersela fatta, o di assistere passivamente all’esproprio strisciante di chi ha avuto la temerarietà di mettere qualche risparmio in banca; e comunque se possiamo rendere a tutti, più o meno agiati, la vita quotidiana un po’ più semplice, meno tormentata da scadenze e adempimenti, a loro volta generatori di spese d’esercizio e di controllo.
Fermiamoci qui. E se qualcuno volesse ancora liquidare callidamente l’auspicio perentorio della «verifica» come nostalgia di riti da Prima Repubblica, dimostrerebbe soltanto o di non aver percepito la delicatezza della situazione o di non aver capito affatto che la democrazia vivente solo di delega (inesigibile) e di presunto mercato (incondizionabile), rischia di interessare più soltanto gli addetti ai lavori e alla mensa. Personalmente sono tra quelli che impiegano la propria carica istituzionale non per uscite ad effetto e protagonismo di giornata, ma per produrre risultati e costruire i tasselli di un sogno realizzabile. Quello di un’Italia veramente nuova, nella sfida europea, in cui la democrazia significhi partecipazione, scelte, sofferenze e vittorie, rinunce e conquiste, fatte insieme alla gente che ci elegge: quei milioni di signori Maria e Giuseppe che fecero la Primavera del 1994, tornarono a fare quella del 2001 ed ora - se la parola non stona - vogliono verificare i frutti di quelle fioriture.
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