back


DOSSIER ENERGIA.
La soluzione migliore
AUMENTARE L'OFFERTA
E LA CONCORRENZA


intervista all'on. Bruno Tabacci, presidente della Commisione attività Produttive della camera dei Deputati

 

 

nificazione di Rete e Gestore, avvio dell’annunciata Borsa elettrica, attuazione di un’effettiva liberalizzazione del mercato, privatizzazione di maggiori quote azionarie dell’Enel: sono i nodi principali del riassetto del settore energetico nazionale. Come affrontarli? Lo spiega l’on. Bruno Tabacci, presidente della Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati.
Domanda. C’è consenso tra i partiti di maggioranza sui provvedimenti disposti o previsti? Quali sono i tempi per una effettiva attuazione?
Risposta. Sul fatto che si tratti della strada giusta credo non vi siano dubbi nella maggioranza, ma anche in gran parte dell’opposizione. L’attuazione di tali obiettivi presenta tuttavia un notevole grado di complessità. L’unificazione di proprietà e gestione della rete richiede, ad esempio, di tenere conto degli interessi pubblici sottesi alla gestione della rete stessa. Una gestione di carattere privatistico è sicuramente opportuna, ma ho i miei dubbi che un’integrale privatizzazione sia compatibile con la tutela della sicurezza del sistema elettrico. Se vi è chiarezza sulle finalità, l’operazione può essere effettuata in pochi mesi. Circa la Borsa elettrica, dobbiamo essere consapevoli che, in un sistema caratterizzato da un’evidente carenza di offerta e il cui equilibrio dipende in buona misura dalle importazioni a basso costo, concepire dei meccanismi di mercato realmente efficaci per la determinazione del prezzo dell’energia è impresa assai ardua. Per questa ragione l’entrata in vigore della Borsa viene continuamente rinviata e si è ancora fermi alla fase della sperimentazione. Oggi sono prioritari l’incremento dell’offerta e la creazione di un minimo di concorrenza interna. Occorre inoltre mettere ordine nel settore delle importazioni, alla luce della nuova disciplina europea in materia di interconnessione transfrontaliera. Per quanto riguarda l’Enel, dopo la recente cessione di una nuova tranche di azioni, i tempi delle ulteriori dismissioni non potranno che essere determinati dalle condizioni del mercato.
D. Sono valide le proposte e le critiche dell’opposizione? Ritiene che il Parlamento dovrebbe discutere un nuovo Piano energetico d’intesa con l’opposizione?
R. Dobbiamo discutere, e abbiamo già cominciato a farlo, di politica energetica individuando soluzioni per i problemi sul tappeto. Penso, ad esempio, a come di recente la Commissione Attività produttive della Camera da me presieduta abbia, all’unanimità, invitato il Governo a cambiare nettamente strada per quanto riguarda il regime di incentivazione delle fonti rinnovabili, distinguendo con chiarezza le fonti rinnovabili dalle fonti convenzionali. La stagione dei Piani energetici tradizionalmente intesi è oggi sicuramente superata: la liberalizzazione non è compatibile con la pianificazione. Se però il termine «Piano» rinvia alla necessità di rappresentazione obiettiva sia delle variabili che determinano la domanda e l’offerta di energia sia degli strumenti a disposizione dei poteri pubblici per intervenire in tale ambito, la proposta è senza dubbio valida e merita attenzione perché consentirebbe di definire puntualmente una serie di priorità in materia di politica energetica. Mi limito a precisare come tale quadro d’insieme non potrebbe che essere definito con l’ausilio di una pluralità di soggetti pubblici - penso alle Regioni ed agli Enti locali ma anche all’Autorità per l’energia elettrica ed il gas - e privati.
D. Secondo Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency, la vita media di un impianto per produrre energia elettrica è di circa 40-45 anni e le centrali italiane hanno 30 anni. Il black-out del 28 settembre scorso è stato perciò un utile segnale d’allarme. Occorrono provvedimenti e interventi più ampi e profondi di quelli previsti per superare l’emergenza?
R. Non conta solo l’età media, ma anche lo stato degli impianti. Produrre energia con tecnologie superate aumenta il costo e, a lungo andare, determina diseconomie non sostenibili. Il tema del rinnovamento e del potenziamento degli impianti, così come quello della costruzione di nuove centrali, è all’ordine del giorno. La ristrutturazione ha già interessato numerosi impianti. Vi è tuttavia una tendenza a mantenere impianti inattivi e a non effettuare interventi anche nei casi in cui risulterebbe assai opportuno. Sarebbe d’altro canto contraddittorio, in un sistema liberalizzato, prevedere obblighi di investimento per i titolari degli impianti. Più agevole risulterebbe la creazione di un meccanismo di incentivi che miri ad incrementare l’efficienza e a definire standard qualitativi delle centrali. Alcuni passi in questa direzione sono stati mossi con il recente decreto legge sulla sicurezza del sistema elettrico.
D. Il settore energetico parzialmente liberalizzato sembra ancora influenzato dal regime di monopolio. Questo per difficoltà del mercato, per timidezza normativa, per debolezza economica dei soggetti disposti ad operare nel settore?
R. Perché, innanzitutto, il mercato non si liberalizza da un giorno all’altro, come dimostra, tra l’altro, l’istituzione, in Italia come in molti altri Paesi, di un’Autorità di settore chiamata ad agevolare la transizione dal monopolio alla concorrenza. Vi è poi il dilemma, di non facile soluzione, relativo alla necessità di ridurre il peso dell’operatore dominante senza tuttavia penalizzarlo dal punto di vista industriale e finanziario, poiché, a tacere d’altro, diverrebbe assai problematico procedere alla relativa privatizzazione. Sussistono inoltre un problema di recupero di trasparenza dal lato dell’offerta, penso ad esempio al regime cosiddetto Cip 6 che riguarda in gran parte fonti convenzionali, e la necessità di fornire garanzie di medio e lungo periodo agli investitori, evitando frequenti e repentini mutamenti di rotta per quanto riguarda la riforma del sistema.
D. Dopo il decreto antiblack-out, quali altri provvedimenti sono necessari per risolvere il problema energetico del Paese?
R. Nel decreto antiblack-out e nel disegno di legge di riordino approvato alla Camera e attualmente all’esame del Senato è stato messo molto nero su bianco. Ora bisogna attuarlo in modo coerente e coordinato. Coinvolgere e responsabilizzare le Regioni in materia di politica energetica, snellire i procedimenti autorizzatori, unificare proprietà e gestione della rete elettrica, promuovere l’efficienza degli impianti, voltare pagina rispetto al Cip 6 incentivando le fonti rinnovabili e la produzione di energia da rifiuti con strumenti differenziati, rafforzare l’Autorità per l’energia, fare entrare a regime la borsa elettrica definendo una disciplina delle importazioni in linea con la regolamentazione europea, favorire gli investimenti nelle reti di interconnessione, rientrano tra le priorità chiare a tutti gli operatori.
D. I produttori privati hanno difficoltà ad ottenere finanziamenti dalle banche, per la costruzione di nuove centrali anche autorizzate, per l’incertezza dei ritorni economici. Quali interventi sarebbero necessari?
R. Le banche non avranno alibi, per quanto riguarda la concessione dei finanziamenti, solo quando il quadro regolatorio sarà stato definito in modo completo ed esauriente. Non possiamo protrarre per l’intera legislatura la stagione delle riforme e, fatte salve le vere emergenze, è improprio anche riformare il sistema «per parti separate», perché il disegno rischia in tal modo di smarrire una coerenza complessiva.
D. Per aumentare la produzione è preferibile costruire solo grandi e costose centrali, o è opportuno ricorrere anche al supporto di «cogeneratori», come annunciato dal ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, alimentati a gas, con pannelli solari, con altre fonti rinnovabili per strutture singole come scuole, ospedali, condomini?
R. La cogenerazione è una strada che le imprese hanno già intrapreso. Occorre, ripeto, stimolare il perseguimento di traguardi di efficienza rendendo il mercato più competitivo.
D. Per un incremento della produzione in grado di rispondere alla richiesta sempre crescente del mercato, oltre alle fonti attualmente usate in prevalenza, carbone, gas naturale, orimuls, ritiene opportuno rivedere la scelta sul nucleare?
R. Riguardo al nucleare bisogna distinguere il giudizio storico-politico dalle scelte strategiche oggi concretamente possibili. Sotto il primo aspetto, non vi è dubbio che l’uscita dell’Italia dal nucleare, soprattutto per le modalità con le quali ha avuto luogo, sia stata un grave errore e sia all’origine del depauperamento di un patrimonio tecnologico ingente, nonché di costi elevatissimi ancora a carico dei contribuenti. Questo non significa che oggi occorra impegnarsi in favore dell’apertura di nuove centrali nucleari in Italia: i costi del riavvio di una simile attività sono infatti assai elevati e non vedo imprese disponibili a sostenerli. Invece, si può e si devono favorire la ricerca e gli investimenti all’estero, nel nucleare, da parte di imprese italiane sia per motivi di convenienza economica sia per non rimanere tagliati fuori da un settore ad alto valore tecnologico.
D. Gli impianti idroelettrici sono totalmente utilizzati. Quale impiego è possibile, a costi e rendimento comparabile, dei sistemi alternativi: solare, eolico, biomasse, idrogeno?
R. Le potenzialità idroelettriche del Paese sono utilizzate pressoché integralmente, anche se è possibile un aumento di efficienza degli attuali impianti. Tra le fonti alternative quella che appare più promettente sotto il profilo economico è l’energia eolica che tuttavia, per l’impatto paesaggistico, ha potenzialità di crescita limitate. L’energia solare ha un peso assai modesto anche perché, a differenza di Paesi come la Germania, non è stato predisposto un sistema di incentivi che tenga conto delle peculiarità di tale fonte. Le biomasse, ferma la necessità di rispettare la gerarchia sancita tra l’altro a livello europeo in materia di trattamento dei rifiuti, vanno utilizzate nei limiti del possibile; considerato l’ammontare degli investimenti necessari, ritengo ragionevole prevedere un prolungamento del periodo di validità dei certificati verdi. Per l’idrogeno, bisogna ricordare che si tratta di un vettore energetico e non di una fonte rinnovabile in senso proprio. L’idrogeno non inquina, ma per produrlo occorre utilizzare energia derivante da altre fonti. Al di là delle prospettive delle singole fonti rinnovabili, la precondizione per uno sviluppo del settore è rappresentata da un complessivo ripensamento del sistema degli incentivi su basi più rigorose e trasparenti, e con criteri più mirati.
D. La concentrazione delle aziende municipalizzate sta avendo un notevole incremento. È solo effetto delle agevolazioni previste dalla Finanziaria 2000? È un indizio del superamento dei localismi o solo una ricerca di vantaggi economici?
R. Se anche nel settore della distribuzione di energia emergessero solide società di ampie dimensioni, ciò contribuirebbe a rafforzare il sistema economico e finanziario. Bisogna tuttavia avere la forza di stigmatizzare campanilismi e localismi che soffocano la capacità di fare impresa per puro desiderio di potere. La politica oggi non può e non deve comportare la gestione di aziende. In campo nazionale tale visione ha prevalso, e non c’è motivo per cui ciò non debba avvenire anche a livello locale. Se anche localmente si incentivano l’efficienza e la concorrenza e non le tutele partitiche, i cittadini ne riceveranno grandi benefici nella qualità dei servizi. La strada di favorire le aggregazioni tra le municipalizzate è giusta, perché rende possibili economie di scala e sinergie in grado di condurre tali aziende a competere anche in ambito internazionale. La leva classica per favorire tale tendenza è la concessione di incentivi fiscali. Nell’organizzare la liberalizzazione bisogna, in ogni caso, individuare meccanismi volti a tutelare gli interessi pubblici coinvolti.
D. L’Enel in passato seguiva una politica di differenziazione delle attività con notevoli investimenti, affiancando le telecomunicazioni al settore elettrico; anche per le municipalizzate dovrebbe essere seguito il modello pluriservizi?
R. Inviterei a procedere con grande cautela. La linea a suo tempo seguita dall’Enel aveva condotto l’azienda a trascurare l’attività principale e a subire passivamente la diminuzione del patrimonio aziendale nazionale senza compensarlo con acquisizioni nei settori energetici di altri Paesi. Con i nuovi vertici c’è stata un’inversione di tendenza che giudico positiva. Il rischio della pluriattività è quello di privilegiare le speculazioni finanziarie rispetto alla costruzione di solide aziende industriali.
back