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| ALESSANDRO
LOMBARDI:
Alessandro
Lombardi, presidente dell’Ente di Previdenza
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Domanda. Qual è il ruolo dell’Enpav? Risposta. Dal 1958, data della istituzione, l’Enpav svolge l’attività previdenziale e assistenziale nei confronti dei veterinari iscritti agli Albi professionali. Nato come Ente pubblico dal 1994,è stato trasformato con decreto legislativo in Ente di diritto privato, acquisendo ampia autonomia gestionale, mantenendo però le finalità pubbliche in quanto erogatore di prestazioni previdenziali obbligatorie. Degli oltre 21 mila veterinari iscritti all’Enpav, oltre 17 mila sono liberi professionisti, i rimanenti svolgono attività di lavoro dipendente. Da ciò deriva che l’Ente rappresenta per i primi l’unico pilastro previdenziale, per i secondi una previdenza complementare. D. Quali prestazioni eroga? R. Corrisponde la pensione di vecchiaia, anzianità, invalidità, inabilità, indiretta, e ai superstiti. Inoltre sussidi straordinari, in caso di bisogno, borse di studio e rette per case di riposo. Infine concede prestiti e mutui agevolati. D. Come si colloca l’Enpav nel panorama previdenziale italiano? R. Come tutta la previdenza italiana, anch’esso risente degli influssi negativi dell’andamento sia demografico sia economico. Pertanto con responsabilità e lungimiranza nel 1989 ha modificato i propri regolamenti introducendo norme correttive sul versante sia contributivo sia pensionistico, per garantire una stabilità economica di lungo periodo. D. Le modifiche sono sufficienti a garantire le future generazioni? R. In parte sì, anche se un Ente di previdenza deve avere un equilibrio finanziario di più ampio respiro, almeno di 40 anni. Per questo l’Enpav ha organizzato lo scorso ottobre un convegno su «Equità intergenerazionale: utopia o realtà?», con la partecipazione di politici, economisti, esperti nel settore previdenziale. L’Enpav metterà a frutto le indicazioni che ne sono scaturite. D. La riforma dell’ordinamento universitario ha inciso sulla professione veterinaria? R. La laurea in Medicina veterinaria prevede un corso di studi di 5 anni completato da un tirocinio obbligatorio di 6 mesi, che può essere compiuto durante l’ultimo anno di iscrizione all’Università. Un problema preoccupante è costituito però dal fatto che in Italia, rispetto al resto dell’Europa, si sta sfornando un numero eccessivo di veterinari. Ultimamente a Catanzaro è stato avviato un altro corso di laurea in Medicina veterinaria, che costituisce la 14esima Facoltà. La nostra è una laurea molto tecnica, richiede una specializzazione anche pratica, sono indispensabili esperienze sul campo nella zootecnia e nella cura degli animali, anche di piccola taglia: in questa ottica le strutture esistenti sono spesso insufficienti. Il corso di laurea istituito a Catanzaro, ad esempio, si svolgerà parte nella Facoltà di Medicina, parte in quella di Agraria. D. Quanti sono i veterinari nei Paesi europei? R. Gli italiani costituiscono da soli circa il 28 per cento di tutti i veterinari laureati in Europa. In Francia sono presenti 3 Facoltà, in Germania 4; l’unico Paese che ci batte è la Spagna, dove il problema occupazionale sta diventando pesante. Peraltro, dei 14 corsi di laurea italiani solo due, quelli di Torino e di Bologna, sono riconosciuti a livello europeo, il che significa che chi si laurea in altre città corre il rischio di non ottenere un più ampio riconoscimento in ambito europeo, e questo perché alcune Facoltà hanno strutture che non consentono una corretta preparazione. D. Quali sono le competenze e soprattutto le responsabilità di un veterinario? R. Bisogna fare una precisazione. Normalmente si pensa che egli si occupi solamente di cani e gatti. Invece all’ispettore veterinario compete il controllo, per legge, di tutti gli alimenti di origine animale: miele, mitili, bovini, polli, e qualunque tipo di alimento di origine animale. Oggi per diventare ispettore degli alimenti occorrono, oltre alla laurea specialistica quinquennale, tre anni di specializzazione e questo costituisce una garanzia inestimabile per la salute del consumatore, che non può essere messa in pericolo da interventi governativi non ponderati. Abbiamo dovuto intervenire quando, con la riforma dell’ordinamento universitario, si è creata ex novo la figura professionale dello zoonomo, cui veniva affidata anche l’ispezione sugli alimenti; con una laurea triennale avrebbe dovuto e potuto garantire la salubrità degli alimenti per bambini, adulti e anziani. Abbiamo fatto ricorso attraverso la Federazione degli Ordini ottenendo che dalle competenze dello zoonomo fosse tolta quella di ispettore degli alimenti. D. L’Ordine si preoccupa anche dei consumatori? R. Lo Stato è tenuto a garantire all’utenza la prestazione del veterinario, del medico, dell’avvocato e, in generale, di tutte le professioni protette; la protezione va intesa a favore dell’utente e non della categoria professionale, e va attuata con meccanismi come l’esame di Stato obbligatorio, il rispetto della deontologia, l’obbligo dell’aggiornamento professionale. Nel momento in cui la riforma universitaria modifica la competenza veterinaria affidandola ai laureati triennali - dei quali peraltro alcuni escono dalle Facoltà di Medicina veterinaria, altri da quelle di Agraria, e tutti, per il decreto presidenziale n. 328 del 2001, confluiscono nell’albo degli agronomi -, viene tolto agli Ordini dei veterinari ogni controllo sulla professionalità e sul rispetto della deontologia. D. Quale rapporto c’è tra costo e qualità della prestazione veterinaria? R. Stiamo assistendo a un aumento incontrollato del numero delle iscrizioni alle nuove lauree triennali. C’è il rischio di far uscire laureati dalla preparazione carente e dall’inserimento professionale estremamente difficoltoso soprattutto in ambito europeo. Se non blocchiamo la proliferazione delle Facoltà e non ne miglioriamo la professionalità e la didattica, il livello qualitativo non può che diminuire e produrre professionisti non all’altezza dei compiti richiesti. Senza considerare che oggi nella Medicina veterinaria utilizziamo i medesimi strumenti tecnici di quella umana, e questo comporta la necessità di ingenti investimenti e di una reale professionalità che consenta di sfruttare nel modo migliore questi mezzi anche per il benessere dell’animale. Non è solo questione di osservare i dettami che la Medicina ci obbliga a rispettare: un intervento chirurgico può avere conseguenze negative per l’animale qualora non siano rispettati i livelli minimi di qualità della prestazione. D. Ritiene giusta l’imposizione di tariffe minime obbligatorie? R. Il tariffario minimo è necessario non per evitare la corsa al ribasso dovuta alla concorrenza, ma per garantire all’utente la presenza effettiva di una struttura e di una tecnica chirurgica impossibili sotto un determinato costo. L’adozione del tariffario minimo per decreto ministeriale vuole garantire che nella tariffa siano compresi i costi di tutti i fattori di un corretto intervento chirurgico. D. Quali sono le prospettive per i neolaureati? R. Il settore zootecnico potrebbe avere ancora spazi di sviluppo per i neolaureati perché, oltre alle possibilità esistenti in Italia e in Europa, aumenta l’assistenza prestata ai Paesi emergenti o sottosviluppati. Sono molte le collaborazioni delle nostre Facoltà con il Ministero degli Esteri. A livello europeo ed extraeuropeo le possibilità di operare nel nostro settore sono ancora abbastanza alte; in più oggi c’è il vantaggio che, attraverso il meccanismo della totalizzazione, i contributi versati nel Paese ospitante non vengono perduti. Questo può favorire gli scambi. D. Come sono ritenuti i veterinari italiani all’estero? R. L’Europa ha molta stima per i nostri professionisti. Sul piano teorico il veterinario italiano è molto preparato, in alcuni casi è di altissimo livello; ma è anche vero che altri colleghi, come gli statunitensi e gli olandesi, vantano strutture importanti, dalle quali il veterinario italiano deve apprendere molto. In Italia la Facoltà di Medicina veterinaria di Torino è di altissimo livello e può fornire agli studenti anche una professionalità pratica sul campo; lo stesso può dirsi per quelle di Bologna e Parma. D. Che posto occupa l’Italia rispetto agli altri Paesi europei? R. La scienza veterinaria ha fatto progressi incredibili negli ultimi anni: le indagini e le cure sono migliori, si usa la risonanza magnetica come in campo umano, si utilizzano le tecniche di chirurgia e cardiochirurgia, si fanno trapianti come quello della cornea. Ma l’Italia non investe nella ricerca come dovrebbe. I finanziamenti alle Università si sono ridotti e non si consente un’accorta preparazione, anche attraverso la presenza di docenti a chiamata. La riforma dell’ordinamento universitario è in continua evoluzione e quella degli Albi temo che sarà strettamente collegata al riconoscimento delle qualifiche professionali in Europa. D. Come sono le leggi italiane? R. Rispetto agli altri Paesi, l’Italia ha una legislazione molto severa e in alcuni casi semplicemente molto diversa: ci sono Stati che non hanno gli Albi, dove la professione si tutela con altri sistemi. Nei Paesi anglosassoni il sistema degli Ordini è sostituito con quello delle Associazioni che provvedono al riconoscimento dei titoli, e l’accesso non avviene in maniera automatica come da noi. D. Il problema dei pitbull è frutto di esagerazioni della stampa o è reale? R. Mi rifiuto di credere che la proposta di imporre un’assicurazione obbligatoria per la detenzione di un animale sia diretta a favorire le compagnie di assicurazione. Oggi sono pochi i proprietari che assicurano il cane, ma sono proprio i più attenti ad evitare che esso danneggi gli altri. Sono persone responsabili, che spesso ci chiedono un parere, che vogliono conoscere il comportamento dell’animale. Il problema dei pitbull e delle altre razze aggressive indicate dal recente decreto ministeriale è sorto per una casuale, maggiore frequenza di fatti di cronaca rispetto alle sporadiche notizie diffuse in altri periodi. Il verificarsi fortuito di più casi in tempi ristretti ha scatenato una reazione incontrollabile. D. Per i bambini non c’è pericolo? R. Il bambino ha con gli animali un rapporto pulito, ingenuo, aperto, perché non ha le nostre sovrastrutture culturali. Ritengo che nelle scuole vada insegnato il rispetto verso le persone e gli animali: il bambino apprende e crescendo tenderà a migliorare il benessere dell’animale e degli uomini. Ma si compie una violenza su alcune razze di cani tenendoli negli appartamenti. Oggi il numero degli animali è quasi uguale a quello delle persone, e se non se ne conosce il comportamento, se non lo si insegna, non si potrà convivere correttamente con essi e garantire il benessere loro e dei proprietari; e soprattutto non potranno essere ridotti gli episodi di aggressione sull’uomo che abbiamo dovuto constatare. |
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