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COSTUME.
UNA FENICE CHE SI RIGENERA DALLE PROPRIE CENERI

di Romina Ciuffa

 

 

elissa P. è un fenomeno che merita attenzione. Non il libro, ma ciò che rappresenta. Non l’attenzione che già tutti i più grandi censori e recensori le hanno dedicato, ma quella stessa che dovrebbe estendersi a un’intera, dimenticata generazione. Con «Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire» la quattordicenne Melissa P. racconta un presente di perdizione deliberata, luogo nel quale approdare volontariamente col chiaro intento di conoscersi e ancora sperando che ogni giorno sia quello buono per uscire dal giro.
L’io narrante è immediato e crudo quando racconta fatti estremi come si racconta un normale giorno di scuola, gli orari, i professori, le materie, la ginnastica. Il lettore rimane fermo e scosso a guardare la ragazza crescere troppo, pensare da grande, sbagliare da piccola. Con una scrittura che stenta ad emergere e alla quale mancano le parole o annoiano. E - ingrediente segreto ma non troppo -, una grossa dose di autolesionismo che non guasta mai, un po’ per punirsi, un po’ per affrontare la vita a schemi, nei toni leggeri di una quattordicenne e con l’aria di una esperta entreneuse.
Melissa P. altro non è che il simbolo di una generazione confusa, che è altrettanto deliberatamente, quanto ai propri errori, abbandonata a se stessa. Non c’è genitore nell’esperienza di Melissa P., e dal suo diario non traspare la necessità di un intervento dall’alto. Tutto è risolto nello stesso mondo. La soluzione, in pratica, c’è, ma bisogna attendere. Non che Melissa P., o quello che rappresenta, sia un esempio da imitare. No di certo. Ma, senza dubbio, raffigura una realtà che molti non vogliono credere esistente, o ritengono appartenente a bassi ceti.
Come se davvero il rango sociale e le possibilità economiche possano ancora, nel 2003, segnare un confine per le differenze. E Melissa P. è ovunque, come ovunque è chi la sera prima di andare a dormire, o la mattina al risveglio, asseconda particolari riti per pulirsi la coscienza e sentirsi a posto: a sua volta Melissa P. si dà cento colpi di spazzola e crede, così, di aver tolto lo sporco. L’adulto, dal canto suo, interviene senza arte né parte in alcuni momenti della crescita dell’adolescente, disinteressato di quanto possa accadere nella vita reale e bisognoso di controllare la sola vita apparente dei propri figli, quella che viene detta mentendo (per forza di cose). La vita che si dice, contro quella che si scrive - forse -, oppure si tiene dentro. È un classico il figlio che mente perché teme la reazione. Il figlio che mente perché teme il dialogo squilibrato nel quale la ragione sembra pendere dal lato del più grande, per definizione.
Il figlio che mente perché non sa cosa è giusto, ma intende scoprirlo da sé, senza forzature. Che mente perché è figlio, e basta. Forse - e la considerazione può sembrare tautologica - varrebbe ascoltare con più attenzione un adolescente. Ascoltare, solo ascoltare, privandosi del gusto di dare giudizi affrettati, sostenuti da una non ben definita esperienza e, soprattutto, cancellando ogni forma di pregiudizio. Ciò che è impossibile. Impossibile è pareggiare generazioni diverse e pretendere che dall’ascolto reciproco nasca il dialogo: dall’ascolto, altro non può nascere se non la discussione, laddove non vi sia una libera dominanza delle proprie paure. Come può risolversi il conflitto generazionale? Non può, intrinsecamente, risolversi. Può però migliorarsi, ma serve umiltà. L’umiltà di chi sa che si cresce ogni giorno di più, e che non esistono schieramenti politici o pregiudizi che possano insegnare ad un figlio come si vive.
Non si può addebitare ogni responsabilità alla novità, non può credersi alla favola del senso di colpa. Il decadimento delle nuove generazioni altro non è che una nuova crescita: una fenice che, dalle proprie ceneri, rinasce. E non può fare altrimenti, giacché è sempre stata mal nutrita ed ha subìto negativi influssi. Melissa P. non ha colpe: decide di vivere a modo proprio e, sbagliando, impara. Avrebbe, invece, avuto maestri migliori? Da quando in qua i genitori e i tutori non sbagliano? Com’è possibile che, in alcuni, sia riposta la saggezza?
Questo per chi pensava che vi fosse una verità assoluta, incontraddetta, e che qualcuno ne fosse depositario. Solita presunzione e quella mancanza di umiltà che scansa il dialogo a favore di un inarrestabile monologo. A partire dalla sigaretta fumata di nascosto. Quante cose, nella vita, fanno male? E perché, allora, non cessano di esistere? Cosa manca, al figlio di oggi, per essere psicologicamente alla pari col proprio genitore? Probabilmente nulla. O forse, una sola cosa: il sigillo. Il riconoscimento, formale, delle proprie virtù. Il «sono fiero di te» sic et simpliciter. E, soprattutto, la fiducia. Che è totalmente assente.
Come sarà possibile, allora, trasmettere fiducia quando non la si ha? È giusto consigliare la nuova generazione, ma non imporre scelte che derivano da proprie esperienze. È giusto ascoltare, ma non ingenerare il timore della reazione. È giusto anche il rimprovero, ma al momento giusto. Non solo: è importante, anche, lasciarsi consigliare dai propri figli ed imparare un po’ anche da loro, adeguarsi ai tempi che cambiano, incontrarsi a metà strada, là dove una generazione stizzita ritrova l’altra generazione impaurita e, in quel medesimo punto, si contribuisce alla vera crescita di entrambe.
In questo turbamento, mentre i genitori si interrogano sul dove andremo a finire, i figli sono sempre più precocemente grandi e guardano caparbiamente lontano; mentre i genitori prescrivono sul ricettario le raccomandazioni sulla gente e i posti da non frequentare, i figli di quei posti e di quelle persone sono già annoiati; mentre i genitori tentano un vago e goffo contatto, i figli spiazzano con la spontaneità.
Non sia mai che questa nuova generazione, che a soli tredici anni è già in grado di raccontare aneddoti della propria vita con una disincantata consapevolezza che zittisce, riesca ad arrivare dove altri non sono arrivati. Rigenerandosi, appunto, come una fenice dalle proprie ceneri: perché c’è da ricominciare proprio tutto da capo.
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