LE RIFLESSIONI DI UN MANAGER
 
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Partiti.
La lontana origine
della politica attuale
di Paolo di Damasco



Massimo D’Alema.
Fino a quandosi contenterà
di svolgere il ruolo
di burattinaio?

a strage di Nassirya ha purtroppo fornito un’ulteriore testimonianza delle profonde divisioni che sussistono, nella politica e nella società italiana, sui valori e sulle valutazioni di fatti importanti per la nostra vita civile. Al di là di alcuni atti di vero e proprio sciacallaggio compiuti da esponenti estremisti della politica e anche dalla carta stampata, divisioni profonde si sono tuttavia manifestate, nell’ambito del centro-sinistra, tra la Margherita e l’ala moderata dei Ds da un lato, e i comunisti e la sinistra dei Ds dall’altro. Non è una novità, e neppure può stupire più di tanto. Ma che fine ha fatto quella «patria» che secondo alcuni (tra cui anche il presidente Ciampi), sarebbe rinata dopo l’8 settembre del 1943? Da allora sembra che non siamo riusciti a costruire in Italia una comune cultura e dei valori condivisi.
Questo probabilmente perché in quella infausta data di sessant’anni fa la patria non è risorta ma purtroppo definitivamente morta. Allora il popolo e i soldati in guerra dovettero prendere atto non solo che il crollo del fascismo del luglio 1943 aveva rappresentato il fallimento totale di una classe dirigente al potere per oltre vent’anni, ma anche che la nuova classe dirigente, appena succedutale sotto la guida di Casa Savoia e del Maresciallo Pietro Badoglio, si era manifestata altrettanto incapace e inefficiente. L’avere abbandonato il Paese e i militari combattenti alla furia vendicativa degli ex alleati tedeschi, senza ordini e senza comandante, significò per gli uomini di quel tempo di dover scegliere, senza il conforto di un orientamento istituzionale, tra un Governo badogliano in fuga verso il Sud e un nuovo Governo fascista succube dei tedeschi. Molti uomini allora decisero di scegliere secondo la propria coscienza; molti altri uomini, invece, furono costretti a scegliere tenendo conto soprattutto dei condizionamenti di fatto che subivano all’epoca. Si combatté così in Italia una vera e propria guerra civile, cui partecipò un numero molto grande di persone, non solo quelle che avevano fatto una libera scelta di campo ma anche quelle che si erano ritrovate a combattere in uno schieramento per motivi di forza maggiore.
Le divisioni che tuttora sussistono in Italia e che periodicamente riemergono in occasione delle grandi scelte, hanno le loro radici proprio in quella guerra civile, i cui effetti si sono finora solo in parte riassorbiti anche perché un’ulteriore spinta alle divisioni è stata data per molti lustri dalla divisione del mondo in due blocchi. Come spiegarsi altrimenti la vitalità delle Brigate Rosse e del terrorismo in genere nel nostro Paese? Un Paese che tuttora manifesta legami molto tenui tra i propri componenti, tanto da essere un naturale brodo di coltura per il terrorismo armato ed anche per movimenti secessionisti non di tipo etnico-culturale (cioè per movimenti ben più laceranti di quelli già esistiti in Italia con gli altoatesini o in altri Paesi europei con i baschi, i valloni o i nord-irlandesi), ma di tipo ideologico, se si può parlare di ideologia quando ci si riferisce ad alcune bizzarre esternazioni che fanno capo alla Lega Nord di Umberto Bossi.
In merito ai dolorosi fatti di Nassirya, è emblematica una dichiarazione di Romano Prodi riportata dal Corriere della Sera del 13 marzo 2003, che lascia estremamente perplessi per ambiguità ed anche per opportunismo politico. A Prodi, che si trovava in visita ufficiale nel Senegal, era stato domandato da un giornalista se fosse favorevole ad un ritiro del contingente italiano. La risposta testuale riportata dalla stampa è questa: «Non è il momento per una riflessione di questo tipo. Io avevo sempre ringraziato il Cielo che non fosse toccato all’Italia. Purtroppo i nostri timori erano fondati, ed ora è toccato a noi». È una dichiarazione che si commenta da sola, e che può essere capita solo se si considera che la vera preoccupazione di Romano Prodi, oltre a manifestare il naturale cordoglio, non sia stata ispirata da amore di Patria ma solo dal desiderio di non scontentare alcune componenti del centro-sinistra. Prodi intende, infatti, candidarsi di nuovo come leader del centro-sinistra, una volta terminato il proprio incarico in Europa.
Per alcune componenti di questo raggruppamento elettorale non è facile, però, perdonargli alcuni fatti passati. Innanzitutto la sua pretesa di voler apparire come un «homo novus» della seconda repubblica, nonostante riemergano con sempre maggiore frequenza episodi che lo inchiodano nel ruolo da lui ricoperto nella prima come ministro del Governo Andreotti e come presidente dell’Iri. Dal tentativo di vendita della Sme a Carlo De Benedetti alla vendita della Cirio, dalle vicende della Telecom Serbia alla privatizzazione della Stet e delle banche. Questo bagaglio di passato tende ora a farsi sempre più pesante e rende difficile a Rifondazione Comunista, nonché ad altre componenti della sinistra, accettare la leadership di Prodi. Non sono neppure apprezzate, da questa componente della sinistra, le proposte di Prodi di formare una lista unica per le elezioni europee, oppure quella di collocare i futuri eurodeputati dell’Ulivo in un gruppo parlamentare unico europeista.
Enrique Baròn Crespo, capogruppo europeo del Pse, ha commentato in modo tagliente quest’ultima proposta: «Vorrei amabilmente ricordare a Prodi che il Parlamento europeo lo ha eletto presidente della Commissione con i voti del gruppo Pse. Mi sembra poco difendibile, ed anzi pericolosa, la sua idea di costituire una formazione parlamentare comprendente forze politiche di segno diverso, o addirittura in contraddizione con la tradizionale linea divisoria sinistra-destra». Questa dichiarazione non è solo una censura per Prodi per la sua ambiguità nell’ambito del contesto politico europeo, ma anche una denuncia dell’anomalia della politica italiana che tende a ricomprendere nello stesso raggruppamento politico forze tra loro molto diverse, come i centristi moderati cattolici e i marxisti massimalisti.
Nel centro-sinistra, comunque, la lotta per la leadership è tuttora molto aperta. Le elezioni europee non sono lontane ma neppure così vicine da rendere ancora la battaglia rovente. Romano Prodi, se pensasse ad un successo elettorale del centro-sinistra, sarebbe disposto a fare carte false per guidare la coalizione verso la vittoria ed assicurarsi poi la leadership delle elezioni politiche del 2006. Dovrebbe comunque fare i conti con Piero Fassino, che si è personalmente molto impegnato per ottenere la formazione di una lista unica almeno tra democratici di sinistra, democratici socialisti e repubblicani. Un successo di tale lista non potrebbe non essere un suo successo personale, che legittimerebbe un’eventuale ambizione di assumere la leadership dell’intera coalizione, considerato anche che troverebbe, rispetto a Prodi, molto maggiore consenso in quella parte della sinistra che tuttora rifiuta i principi della socialdemocrazia.
Ma che dire di Valter Veltroni che dal Campidoglio non ha interrotto gli studi per riemergere come il moderno leader dei riformisti di sinistra e di centro? Certo è che, se le elezioni europee non dovessero andare troppo bene per il centro-sinistra, Valter Veltroni potrebbe essere l’uomo di riserva da spendere nelle future sfide politiche. Ma Massimo D’Alema per quanto tempo si contenterà di svolgere il ruolo di burattinaio, fuori dalle luci del palcoscenico? Se ne avesse l’occasione (con il fallimento della linea Prodi), non si farebbe pregare due volte per assumere maggiori responsabilità, semmai con l’aiuto del sempre disponibile Giuliano Amato. La partita, comunque, sembra tutta da giocare e sembra, in particolare, che possano essere decisivi i risultati elettorali delle prossime elezioni europee.
Quello che sicuramente non è stato ritenuto decisivo per la scelta del leader è il programma. Ancora non si è ben capito quello che unisce nell’ambito del centro-sinistra, oltre al comune odio per il nemico politico Silvio Berlusconi. Al di là di questo denominatore comune, tutto sembra invece dividere le varie forze politiche che compongono il centro-sinistra, in particolare la politica estera e quella economica. Al fine di non porre in evidenza le innumerevoli diversità, si è preferito quindi trascurare per ora il contenuto del programma (con buona pace di Sergio Cofferati, ora scomparso dalla scena politica, che solo alcune settimane fa l’aveva indicato, con il consenso di tutti, come tema prioritario), per limitarsi a metterne a fuoco solo gli aspetti di mera immagine.
Al contrario del centro-sinistra, nell’ambito del centro-destra non vi è una lotta per la leadership. Questa è riconosciuta da tutti a favore di Silvio Berlusconi, senza ombra di discussione. Se lotta può esserci sotto le ceneri, è quella per la futura successione. È comunque prematura perché Berlusconi non sembra abbia alcuna voglia di lasciare il campo. Non è neppure previsto che si profili l’opportunità di nominare un delfino. D’altronde i potenziali aspiranti - Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini - sembra che per ora vadano d’amore e d’accordo. Questo non significa che, quando verrà il momento, la lotta non possa essere tra loro anche molto aspra; significa però che le forze politiche del centro-destra non ritengono che i tempi per la successione siano ancora maturi, e che quindi sarebbe una perdita di tempo interessarsi ora del problema. Queste forze politiche, però, hanno un problema forse anche più grave delle leadership, quello di trovare una linea politica condivisa, come ai tempi delle elezioni politiche del 2001.
Silvio Berlusconi preferisce per ora minimizzare il problema e continuare a galleggiare sul mare della politica, come se tutto all’interno della coalizione procedesse nel migliore dei modi. Berlusconi probabilmente sbaglia, perché sta sottovalutando un problema che sta diventando sempre più acuto. I segnali di malessere nel centro-destra, infatti, si vanno facendo sempre più frequenti e non causati, nella maggior parte dei casi, dalle bizzarre esternazioni di Umberto Bossi. La parola «esternazione» è forse la più indicata per esprimere un fenomeno che si manifesta inizialmente soprattutto con scontri verbali piuttosto che con diverse scelte di fondo o diversi criteri di distribuzione del potere, ma che poi non si limita ad una dialettica, sia pure violenta, tra alleati, perché produce risentimenti che si traducono in comportamenti e fatti ostili.
Poiché Umberto Bossi si diverta di tanto in tanto a dare fuoco alle polveri, è in parte un mistero. Si potrebbe pensare che, da istintivo animale politico qual è, si riprometta di tenere unito il proprio partito, la Lega, attraverso stravaganti attacchi ai poteri istituzionali (non escluso il Santo Padre) e ai propri alleati che vantano origini democristiane, o che stanno tentando di scrollarsi definitivamente di dosso le nostalgie di tipo fascista. È una spiegazione che convince solo in parte, se non integrata dal sospetto che Bossi sia attanagliato dal terrore di gestire un lento e terminale logoramento della Lega. Forse l’istinto politico di Bossi diviene, in questo caso, un vero e proprio limite per la sua azione politica, impedendogli di intravedere le possibilità di sviluppo evolutivo che la Lega stessa potrebbe avere nella Casa delle Libertà, insieme a tutti gli altri alleati della coalizione.
Qualunque sia la spiegazione di tale anomalo comportamento, è certo che Berlusconi si trova nella necessità di risolvere un problema che diviene sempre più scottante a mano a mano che passa il tempo. La soluzione del problema non può che essere quella di trasformare la Casa delle Libertà da un mero cartello elettorale in un progetto politico stabile e capace anche di trasformarsi nel tempo in un nuovo soggetto politico. È questo un percorso che si presenta così difficile da potersi anche definire impossibile. Ma è anche un percorso obbligato che potrebbe persino sfociare in una soluzione binomia: in un nuovo soggetto politico per i partiti della coalizione interessati al progetto, in un semplice cartello elettorale per i partiti che invece privilegiano la scelta di conservare integra la propria identità.
Nel nuovo anno Silvio Berlusconi non potrà non affrontare il problema. Rischierebbe molto se pensasse di poter supplire alla necessità di una scelta adeguata rinforzando il proprio ruolo personale di grande comunicatore e di figura politica carismatica. Il rischio è quello di registrare un insuccesso, alle elezioni europee, di natura e di modalità tali da costituire la premessa per un declino nel Paese della Casa delle Libertà.
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