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Domanda. Come influisce il rapporto tra domanda e offerta di energia elettrica nella situazione italiana? Risposta. Tutti si accorgono quando le luci si spengono e l’offerta non è sufficiente. Ma l’effetto meno evidente seppure importantissimo, è che, avendo molta domanda e poca offerta, dobbiamo tenere in esercizio impianti vecchi che producono a costi elevati. Il problema quindi non è solo il black-out, ma il fatto che i kilowattora costano cari perché prodotti da impianti poco efficienti, che usano combustibili derivati dal petrolio, quindi costosi. Inoltre l’imposizione fiscale e para-fiscale è alta. Per produrre un kilowattora si paga un’imposta tra il 5 e l’8 per cento, per consumarlo una famiglia paga il 29 per cento, un’industria medio-piccola il 40 per cento. Questi e altri fattori fanno sì che i prezzi all’ingrosso siano doppi di quelli vigenti in Francia, Gran Bretagna, Germania. D. Quanto influiscono le condizioni della rete? R. La rete di trasmissione non è adeguata, e ciò aumenta la fragilità del sistema. Dal 1998 non è stato costruito un metro di linea a 380 mila volt, e questo rende meno sicure le forniture. Siamo rimasti a 9.800 chilometri, mentre la domanda aumenta ogni anno. Nell’elettricità l’equilibrio tra domanda e offerta non deve esservi solo in campo nazionale, ma anche locale. Se mancano le linee, si creano problemi per alcune zone periferiche. Poiché importiamo grandi quantitativi dal Nord e il Sud è lontano dalle Alpi, il sistema è più fragile nel Meridione. È difficile che si verifichino interruzioni di fornitura nel Nord, è molto più probabile che avvengano nel Sud, che ha centrali e linee di trasmissione insufficienti. D. Le linee sono vecchie e insufficienti o prive di adeguata manutenzione? R. La rete nel complesso è buona, ma dove passa un elettrodotto a 120 mila volt potrebbe passarne uno a 220 o 380 mila. Con gli stessi impianti, debitamente potenziati, si potrebbe trasmettere una potenza molto superiore. Il potenziamento dei vecchi elettrodotti e la costruzione di nuovi sono andati a rilento, secondo me a causa della separazione tra proprietà e gestione. D. La separazione non dovrebbe essere risolta in tempi brevi? R. Una norma del decreto antiblack-out concede 60 giorni ai ministri dell’Economia e delle Attività produttive per varare il decreto attuativo. Non prevedo che avvenga prima della metà del 2004. Bisognerà unificare le società Terna e GRTN, e decidere cosa fare degli altri pezzi di rete di proprietà di altre aziende. D. L’unificazione darà al Gestore maggior forza per intervenire? R. Per intervenire soprattutto nello sviluppo delle reti. Questo è il punto fondamentale. Se la rete elettrica fosse stata di dimensione sufficiente, tenere separate proprietà e gestione avrebbe potuto procurare solo inconvenienti non gravi. Ma se la rete ha un grande bisogno di essere ampliata, occorre unificare le competenze e non frammentarle, anche perché per installare un traliccio si incontrano resistenze locali e ricorsi che allungano i tempi, ostacoli che dovrebbero essere contrastati con decisione. Con la separazione sono state diluite le responsabilità che avrebbero dovuto essere concentrate. D. Veti e controveti ostacolano le iniziative dei produttori privati? R. I prezzi dell’energia sono alti, sarebbe una buona occasione entrare nel settore, costruire centrali, realizzare profitti. Poiché nuove centrali prima o poi si faranno e vi sarà maggiore offerta, i prezzi scenderanno: in questo quadro la redditività dell’investimento dipende dai tempi in cui si riuscirà ad avviare la produzione. Se occorrono 24 mesi per ottenere l’autorizzazione, un anno per costruire la centrale, altro tempo per collegarla alla rete, il rischio aumenta e diminuisce la probabilità che l’investimento venga effettuato. Quando si parla di costruire nuove centrali, si dovrebbe pensare anche al loro allacciamento; anche questo comporta autorizzazioni, collocazione di linee e impianti, superamento di resistenze locali. Per mettere a disposizione dei consumatori energia non bastano nuove centrali, occorrono nuove linee. Tutto richiede programmazione e decisione. D. In che consiste la sua proposta per superare i veti dei poteri locali? R. Credo che vi siano due soluzioni possibili, tra loro agli antipodi. La prima è decretare che centrali ed elettrodotti sono di pubblico interesse e devono avere la stessa corsia preferenziale che permette al Governo di localizzare un carcere in qualunque area, senza che nessuno possa opporsi. Dato che, se non si fanno nuove centrali e linee, si spegneranno le luci, c’è un forte interesse nazionale da difendere, e ciò potrebbe giustificare una decisione drastica. In alternativa, se gli abitanti di una regione la cui produzione non copre la domanda non vogliono nuove centrali, si potrebbe imporre loro una sovrattassa sui consumi elettrici; i proventi andrebbero a ridurre la bolletta nelle regioni che producono più energia di quanta ne consumino. Se si prospetta tale sovrattassa, i cittadini dovranno accettare nuove centrali o pagare di più l’energia. Credo che diverrebbero favorevoli alle centrali. D. Determinando la presenza di più operatori, la liberalizzazione del comparto non ha ridotto il potere di contrattazione con gli enti locali? R. Credo che l’errore sia stato stato attuare una liberalizzazione lenta, di cui subiamo i costi ma fatichiamo a vedere i benefici, perché l’incertezza sui modi e sui tempi ha rallentato gli investimenti. Nel 1992, quando si è cominciato a discutere la prima bozza della direttiva sull’elettricità, l’Enel investiva un importo equivalente a circa 3 miliardi di euro all’anno nella generazione; otto anni dopo, nel 2000, investiva 500 milioni di euro, un sesto: buona parte di questa riduzione è da attribuire all’incertezza. Poi, mentre l’Enel riduceva gli investimenti, i privati non li rimpiazzavano adeguatamente. Si è stabilito che il monopolista non doveva essere più tale, che doveva confrontarsi con il mercato, ma non si è promossa una rapida entrata di privati nel settore. D. È giusto il limite imposto all’Enel di produrre non oltre il 50 per cento dell’energia occorrente? R. Credo che il tetto sia stato un errore che ci svantaggi in Europa, perché nulla di simile è stato imposto ai principali operatori europei. Poiché la produzione degli altri operatori è ancora scarsa, il Ministero delle Attività produttive è stato costretto ad innalzare il tetto. Il piano di liberalizzazione era illuministico, ma non ha avuto successo perché il quadro di regole è stato modificato troppo lentamente. D. Quali reazioni ha provocato la sua proposta di tassare le regioni che respingono centrali e tralicci? R. Non l’ho mai avanzata ufficialmente; ufficiosamente mi è stato osservato che era un po’ utopistica. È più facile rilasciare accorate interviste alla stampa sul black-out che rischiare di far arrabbiare gli elettori. Ma alla fine bisogna decidere. D. Come valuta le fonti alternative? R. Innanzitutto dovremmo chiamarle fonti complementari, altrimenti si alimenta l’idea che si possano spegnere le centrali a gas e ad olio e azionare quelle eoliche. E non è vero. La principale fonte rinnovabile è l’acqua, completamente utilizzata in Italia dalle centrali idroelettriche. Le altre fonti sono importanti sotto il profilo ambientale, ma pressoché insignificanti sotto quello quantitativo. Si parla di uno, tre, cinque megawatt di fronte ai mille di una centrale moderna e a un consumo annuo italiano di 310,4 miliardi di kwh, con un aumento annuo della domanda di oltre il 3 per cento. Per un Paese mediterraneo il sole è un’importante fonte complementare, ma utilizzabile solo per piccoli complessi edilizi. L’Italia è poco ventosa e la generazione eolica non è in grado di fornire grandi quantitativi; i generatori sono grandi, hanno pale di 20 metri a 40 metri di altezza, ingombranti e rumorose; funzionando solo quando c’è vento, vanno affiancati da una centrale termica per garantire una produzione continua. Le biomasse sono poco rilevanti per la soddisfazione della domanda; usarle può risolvere il problema ambientale del loro smaltimento, non quello della produzione energetica. Non esiste un sistema di generare elettricità privo di impatto ambientale. Per usare l’acqua occorrono le dighe, per il sole i pannelli, per il vento i generatori eolici, infrastrutture grandi e ingombranti. Per il futuro sono allo studio progetti interessanti, come l’impiego dell’idrogeno o le celle a combustibile, ma occorrono anni per avere risultati economicamente convenienti. Produrre l’idrogeno costa poco ma c’è il problema del trasporto: è altamente esplosivo, volatile, con molecole molto piccole. Si può trasportarlo liquefatto, ma il processo ha un costo. Secondo studi recenti, con le tecnologie esistenti la trasformazione dell’idrogeno in energia non è economica. Dobbiamo incentivare il ricorso a fonti addizionali, ma soprattutto accelerare la costruzione di impianti che usino fonti tradizionali poco inquinanti. La strada maestra è bruciare gas e carbone resi compatibili con l’ambiente. Per una produzione sufficiente a soddisfare la domanda, la soluzione sono nuove centrali di tipo tradizionale. D. Lei esclude il nucleare? R. Ritengo sia stato una grave errore bandirlo. Avevamo 4 piccole centrali ed era a buon punto la costruzione di un’altra. Anziché importare energia di origine nucleare da Francia e Svizzera, avremmo potuto produrre qualche migliaio di megawatt. Tra centrali in Italia e centrali a 60 chilometri dal confine, è da preferire la prima soluzione, che darebbe lavoro agli italiani facendoli risparmiare ogni anno migliaia di miliardi per l’acquisto di energia. Questo esborso non può che aumentare, perché i contratti di fornitura sono stati stipulati dall’Enel molti anni fa, quando i prezzi dell’energia elettrica erano bassi; quando scadranno e dovremo rinnovarli, i prezzi dell’energia importata aumenteranno molto. Il nucleare deve essere visto in un’ottica di sicurezza nazionale, e non come una soluzione per i problemi urgenti: anche se decidessimo immediatamente di riavviare un programma nucleare, occorrerebbero circa 15 anni per la prima fornitura. L’energia nucleare non rappresenta la soluzione dei problemi per i prossimi 5 anni, che è da ricercare invece nella produzione di elettricità a minor costo, ottenibile solo con gli impianti a ciclo combinato o a carbone. |
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