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Di fronte a questa situazione che avrebbe richiesto una grande attenzione verso la realtà economica e sociale del momento, e quindi moderazione e senso di responsabilità, si è scatenata con miope cinismo la campagna degli speculatori. Così, nel migliore dei casi, il valore di un euro - per la stessa ammissione del presidente dell’Istat - è stato arrotondato alle 2 mila lire con una perdita secca per i consumatori del 3,2 per cento. A ciò si è aggiunto quello che può definirsi l’effetto moltiplicatore dell’euro contrabbandato dai rapaci venditori per le vecchie mille lire. Questa «intelligente» operazione di speculazione commerciale ha ora sortito i propri logici effetti. I consumatori, specialmente quelli a reddito medio-basso, sono tutti più poveri. Per far quadrare i conti di un ménage familiare sempre più complicato per non dire avventuroso, sono costretti a ridurre drasticamente i già modesti consumi e a guardarsi intorno con attenzione per individuare soluzioni alternative più convenienti. Così si moltiplicano e prosperano hard-discount, ipermercati e grandi magazzini che registrano un incremento delle vendite pari al 2,9 per cento. Per i piccoli esercizi, invece, sembra giunto il redde rationem: flessione delle vendite del 4,2 per cento dove operano da tre a cinque addetti e incremento dell’1,8 per cento in quelli con un numero di addetti superiore (ma, in quest’ultimo caso, si è già in presenza di esercizi commerciali di un certo rilievo, in grado di effettuare gli acquisti a condizioni migliori e di realizzare economie di scala. Una vera e propria débacle che dal gennaio al giugno scorso ha visto chiudere i battenti ben 29.193 esercizi rispetto ai 27.757 che invece li hanno aperti. Un saldo negativo, dunque, di 1.436 piccole aziende commerciali, operanti in particolare nei settori dell’abbigliamento, pellicceria, calzature, oreficeria e di tutti quei beni non considerati di prima necessità, e i cui acquisti possono essere rinviati in attesa di tempi migliori. E questo perché, se i generi alimentari - sui quali più forte è stata la speculazione - ora assorbono quasi interamente i redditi dei meno abbienti, poco o nulla resta per gli altri consumi. Calano così le vendite, la produzione, l’occupazione, e si crea un infernale circolo vizioso che porta il Paese ad una stagnazione che non ha eguali dal dopoguerra ad oggi, e che apre prepotentemente la strada a una vera e propria recessione economica. Ne è testimonianza tangibile il rilevamento dell’Istat sull’inflazione dello scorso mese di ottobre, scesa al 2,6 per cento proprio per la calma piatta che contraddistingue il momento difficile attraversato dall’economia del Paese. Poche o nulle sono le proposte avanzate da parte di forze politiche e sociali per incentivare almeno i consumi. Alcune di queste si limitano a sollecitare improbabili accordi intercategoriali tra produttori, agricoltori, artigiani e commercianti, oppure a reclamare la detassazione delle tredicesime, ministro Giulio Tremonti permettendo. Si tratta, a nostro avviso, di palliativi puri e semplici perché, indipendentemente dalle difficoltà economiche, il consumatore vive oggi una profonda crisi di sfiducia nei confronti della piccola distribuzione, accusata, spesso a ragione, di aver speculato senza ritegno sull’introduzione dell’euro e quindi di essere la causa determinante dei problemi economici delle famiglie. Si tratta dunque innanzitutto di restituire fiducia ai consumatori tentando, al di là delle sterili e patetiche difese d’ufficio delle associazioni di categoria, di convincere, con misure e atteggiamenti concreti, gli acquirenti dell’estraneità della parte sana del commercio al dettaglio dalla bagarre dei prezzi. In tal senso l’esposizione sui banchi di vendita del doppio prezzo dei prodotti - quello del produttore e quello del rivenditore -, in modo da rendere trasparenti le operazioni commerciali, potrebbe essere già un buon punto di partenza. Tale provvedimento è stato più volte sollecitato dalla Confsal anche in incontri ufficiali con il Governo il quale, tuttavia, non si è mosso in tale direzione forse nel timore di inimicarsi un’ampia platea di elettori, o per non scontentare talune potenti lobbies facenti capo alla grande distribuzione. Ebbene, un provvedimento simile potrebbe ora essere assunto autonomamente dai molti commercianti onesti, che sarebbero così in grado di dimostrare la loro correttezza comportamentale in tutta la vicenda. E chissà che un simile gesto, per l’impatto emotivo e l’indubbio e positivo valore psicologico che comporta, restituendo ai consumatori la perduta fiducia, non avvii una salutare inversione di tendenza nella crisi del commercio al dettaglio, con ripercussioni positive per tutta l’economia italiana. Se ciò non si dovesse verificare, sarebbe almeno tutelata l’immagine e l’onestà professionale di tanti operatori commerciali additati dall’opinione pubblica, con ingiuste e superficiali generalizzazioni, come i novelli «untori». |
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