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L'ammiraglio
di Squadra G. Di Paola, Segretario Generale della Difesa |
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Lungo 57 metri, l’U-212A Todaro ha un dislocamento di 1.830 tonnellate, una velocità di 12 nodi in superficie e 20 in immersione, 6 tubi lanciasiluri da 533 millimetri con 12 siluri, 8 mila miglia di autonomia in superficie, 420 in immersione fino a 250 metri e 27 uomini di equipaggio. Ma non sono le sue caratteristiche più significative: non lo muove un sistema di propulsione diesel-elettrico, come i sommergibili convenzionali fortemente legati all’atmosfera per mettere in moto il diesel e ricaricare le batterie. Silenzioso, veloce, ipertecnologico, invisibile al radar e costruito su progetto tedesco, è alimentato, in immersione, da un motore a celle a combustibile di nuova concezione. «Per taluni aspetti, è capace di prestazioni che lo avvicinano a quelle di un sommergibile nucleare, pur impiegando tecnologie diverse da questo– dice l’ammiraglio Di Paola–; rappresenta una vera rottura con il passato perché introduce una tecnologia nuova, molto complessa, che ne cambia soprattutto la maniera di impiego». È prevedibile la costruzione di altre 4 unità nel prossimo decennio, in collaborazione con i cantieri tedeschi Hdw. «È stata una decisione non facile per la tradizione marinara e cantieristica italiana, ma giusta, quella di investire nel progetto tedesco una somma notevole, circa 800 milioni di euro per le prime due unità; ci ha consentito di acquisire la tecnologia delle celle a combustibile, che ci mette alla pari dei tedeschi. Tecnici e maestranze della Fincantieri hanno dimostrato un’alta capacità produttiva. Quando i tecnici tedeschi si sono recati a Muggiano per seguire la realizzazione del progetto, si sono resi conto che, dal punto di vista industriale, il nostro sistema di lavoro era migliore. Abbiamo importato la tecnologia, ma l’abbiamo realizzata con il nostro modo di produrre». Figlio di un ufficiale di Marina, nato a Torre Annunziata da genitori napoletani, iscrittosi a 15 anni alla Scuola navale Morosini per essere indipendente, vissuto a Genova e a Venezia, oggi l’ammiraglio di Squadra Giampaolo Di Paola è Segretario generale della Difesa e Direttore nazionale degli armamenti. Terminato il liceo, gli sembrò naturale entrare nell’Accademia navale di Livorno. Dopo il lungo periodo tra i sommergibili, trascorse tre anni negli Stati Uniti, a Norfolk in Virginia, nel Comando atlantico dove pose le premesse per una carriera che l’ha portato, a 57 anni, ai vertici della Difesa, nell’incarico più alto dopo quello di Capo di Stato Maggiore della Difesa. Parla con semplicità, senza nascondere una forte passione per il proprio lavoro, accompagnata da una moderna visione dei complessi problemi di Forze Armate sempre più basate su tecnologie ad alta sofisticazione. Dopo Norfolk, ebbe il comando di una fregata nuovissima della classe «Maestrale», dedicata alla lotta antisommergibile, che gli richiese una specializzazione opposta a quella, acquisita nei primi 15 anni di Marina, della guerra subacquea contro navi di superficie. Poi il comando dell’ammiraglia della flotta, la portaerei Garibaldi, quindi l’incarico di capo del settore Piani e Programmi della Pianificazione generale e finanziaria dello Stato Maggiore della Marina. Nel 1994 è a capo del reparto Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa, in rapporti diretti con 5 successivi ministri. Nel 1998 è capo di Gabinetto del ministro Carlo Scognamiglio e nel marzo 2001 ottiene l’incarico attuale. Viene spontaneo chiedergli come affronta il problema del bilancio di una Difesa cui sono assegnati fondi pari solo all’1,06 del prodotto interno, mentre la Germania stanzia l’1,12, la Francia l’1,76, la Gran Bretagna il 2,7; e dovendo partecipare ad organismi internazionali come la Nato e l’Agenzia di Difesa europea. «Siamo il più piccolo dei quattro Grandi, con 19,38 miliardi di euro mentre i tedeschi ne spendono 24,39 miliardi, i francesi 27,41 miliardi e gli inglesi l’equivalente di 35,70 miliardi–precisa Di Paola—. E siamo partiti da una situazione di inferiorità, dovendo superare le restrizioni del dopoguerra, aggiornarci sulle continue innovazioni tecnologiche degli armamenti, ridurre la differenza con gli altri Paesi negli organismi internazionali. Il mio compito è acquisire gli armamenti per tutte le Forze Armate e facilitare la presenza nel mondo dell’industria italiana della difesa. Sono responsabile della cooperazione internazionale nei materiali di armamento; nell’ambito delle leggi e delle direttive del ministro, opero per sviluppare la cooperazione con i Paesi dell’Alleanza atlantica e dell’Unione europea, e in generale con tutti i Paesi con cui è legittimo cooperare». Tra qualche settimana l’ammiraglio Di Paola sarà in Vietnam, Paese ritenuto un potenziale cliente per l’industria italiana. Esistono prospettive di cooperazione: rappresentanti vietnamiti sono già venuti in Italia e hanno visitato le nostre industrie. Oltre agli intensi rapporti con gli Stati Uniti e con l’area europea, scambi sono intrecciati con circa 70 Paesi tra cui Russia, Cina, India, Australia, Cile. È un’attività complessa e delicata, poco appariscente, di grande importanza per l’industria della difesa in considerazione dell’apporto finanziario e dell’impulso che imprime alla ricerca, all’innovazione tecnologica, alla sperimentazione di nuove tecnologie e sistemi che poi trovano impiego anche per usi civili. «L’industria della difesa è una delle poche in attivo–osserva l’ammiraglio Di Paola–; investe in tecnologie di alto livello che in buona parte trovano sbocco anche in altri settori; richiede grandi investimenti per acquisire le tecnologie, per sviluppare le capacità dell’industria produttiva, per la ricerca applicata necessaria alla realizzazione di aerei, navi, sistemi terrestri, satelliti. Nel bilancio della Difesa la quota dedicata all’investimento è oggi di circa 3,3 miliardi di euro che, in buona misura, si trasformano in ricerca applicata, grazie all’investimento in nuovi sistemi e capacità. Un importo consistente, che permette all’industria italiana della difesa di essere competitiva, pur tra non poche difficoltà, fuori dai confini nazionali. In passato la nostra industria degli armamenti era caratterizzata dal rapporto esclusivo con il mercato nazionale. Oggi, per la contrazione dei volumi, la trasformazione tecnologica e l’aumento dei costi, essa non può più essere alimentata dal solo mercato nazionale, né da sola potrebbe sostenere gli investimenti che la nuova trasformazione operativa richiede. Deve cercare altri spazi, partecipare a programmi di cooperazione con gli alleati, europei o americani». In effetti tutti i programmi importanti della Difesa sono realizzzati in cooperazione: gli aerei Eurofighter e JSF, le navi, i sommergibili, i satelliti, i sistemi d’arma terrestri, l’armamento del soldato futuro. È in atto una profonda trasformazione tecnologica negli strumenti militari che richiede minore quantità di forze ma ha un rendimento operativo maggiore. Così la illustra l’ammiraglio: «Il soldato del futuro è cibernetico, richiede grandi investimenti e una diversa mentalità per la necessità di mettere tutti gli operatori e tutti i sistemi in rete. Si va affermando il concetto del ‘net-centric warfare’, di operazioni belliche in cui il valore non sta tanto nel singolo mezzo - fante cibernetico, mezzo non pilotato, unità navale, trasporto cingolato, aereo ecc. -, ma nel fatto che tutti siano collegati in rete e ciascuno in grado di avvalersi delle prestazioni dell’altro grazie alle tecnologie informatiche e della comunicazione». Quindi sensori, computer e controllo delle informazioni. È la meta di oggi e ancor più di domani. «Una volta il soldato combatteva in trincea, non vedeva né sapeva; oggi con il sistema di comunicazione di cui è dotato, portatile e leggero, è inserito in rete, riceve le informazioni trasmesse da un aereo a 20 mila piedi, ne può diventare il braccio operativo. O se ha un’informazione, la trasmette all’aereo o al satellite, che può ordinare a un carro di attaccare. Quindi un mondo di informazioni da smistare, processori superveloci, sistemi portatili, satelliti che consentono un collegamento reale di tutti. Il soldato è «cibernetico», spiega Di Paola, non solo per le tecnologie che indossa ma anche per le capacità di individuare, captare, trasmettere e ricercare informazioni. Una capacità esaltata sia da sofisticati sensori individuali che gli consentono di vedere anche di notte a chilometri di distanza, sia da computer palmari con cui può ricevere i dati trasmessi da un aereo che vola a 50 mila piedi, o da un satellite che vede tutto. Le informazioni vengono inviate a un centro di smistamento e da questo al soldato che, grazie al palmare, sa cosa c’è anche a molti chilometri da lui, o al di là di una collina, e di cui non avrebbe alcuna conoscenza. Grazie alla rete, il soldato che prima era un semplice fante è diventato un alfiere o una torre, come nel gioco degli scacchi. In un contesto urbano può vedere se in un edificio è annidato un nemico che sfugge alle rilevazioni di aerei e carri; può trasmettere l’informazione grazie alla quale può essere lanciato un missile di precisione per eliminare l’insidia. «Per le operazioni di oggi e di domani non è tanto importante la singola tecnologia quanto la rete che collega tra loro i comandi e le forze amiche. Per questo è necessario che i sistemi di comunicazione e di armamento siano correlati e compatibili tra loro», afferma l’ammiraglio. Nell’attività di ricerca la Direzione degli armamenti opera in collaborazione con i Ministeri delle Attività produttive e dell’Università e Ricerca, ha propri rappresentanti nel Comitato direttivo del Piano di ricerca nazionale, è in contatto con università, industrie, enti e organismi civili e militari all’estero, e particolarmente con i partner europei e americani. «Sulla testa ho un doppio cappello–esemplifica l’ammiraglio Di Paola–: ho descritto quello di direttore nazionale degli armamenti, ma indosso anche quello di Segretario generale della Difesa, un compito rivolto all’interno dell’Amministrazione. Consiste nella gestione dell’area amministrativa del Ministero, che conta 40 mila civili; e nella gestione amministrativa delle Forze Armate, con 211 mila militari, esclusi gli effettivi dell’Arma dei Carabinieri»: 123 mila dell’Esercito, 38 mila della Marina e 50 mila dell’Aeronautica. Ma con l’abolizione del servizio di leva gli effettivi scenderanno a 190 mila. «Il personale civile svolge prevalentemente due compiti, la gestione giuridico-contabile amministrativa dell’Amministrazione militare, e quella tecnica degli stabilimenti e degli arsenali della Marina e dell’Esercito che costituiscono l’area prettamente tecnico-industriale della Difesa, dedicata soprattutto alla manutenzione dei sistemi d’arma. Il personale civile è formato da operai, tecnici, quadri, dirigenti e da una piccola area tecnico-scientifica, con ingegneri e chimici, che cerchiamo di potenziare». Tradizionalmente il personale civile svolgeva un lavoro di ausilio in favore della componente militare, in prevalenza con mansioni di supporto. Con la riduzione del personale militare è sorta l’esigenza di attribuirgli funzioni più importanti in aree necessarie al sostegno del funzionamento della macchina operativa, richiedendogli maggiore capacità tecnica e tecnologica. Per cui la qualità e la responsabilità dei civili dovrà aumentare, con nuove prospettive di carriera e un migliore status personale e collettivo nell’ambito dell’Amministrazione. «Si tratta di una trasformazione culturale che deve incoraggiare i civili ad essere e a sentirsi parte attiva, importante e dirigente della Difesa–avverte l’ammiraglio–. Non è facile, perché non si tratta solo di cambiare stimoli e mentalità ma anche di offrire incentivi che finora non vi sono stati. Le organizzazioni sindacali che li rappresentano devono collaborare a questa trasformazione, si tratta di ridefinire ruoli organici, percorsi formativi, favorendo l’affermazione di qualificazioni sempre più alte, attraverso corsi formativi e mobilità. Se un dipendente civile può acquisire un ruolo importante, deve accettare una maggiore mobilità». Come tutte le trasformazioni, anche questa presenta difficoltà, per cui ora si chiede a tutti, Amministrazione, personale civile e organismi sindacali, la volontà di realizzarla. «È giusto che i sindacati difendano i diritti dei lavoratori, l’importante è che non lo facciano in un contesto di conservazione. Con il nuovo modello di difesa si deve accettare il cambiamento. Il personale civile della Difesa avrà, in particolare, un ruolo e un’importanza che oggi non ha, le organizzazioni sindacali rappresenteranno una categoria dal peso maggiore. Il mio stesso posto di Segretario generale non è riservato ai militari, con la riforma può essere affidato a un civile. Già oggi vi sono due vicesegretari generali, uno militare e uno civile. E quest’ultimo è una donna di grande valore, Elisa Moretti. Il mondo della Difesa deve puntare a dare crescente importanza ai civili attuando anche politiche incentivanti. Sto lavorando perché questo avvenga». Nel semestre italiano di presidenza europea la struttura dell’ammiraglio Di Paola ha elaborato atti e documenti per la creazione dell’Agenzia europea di Difesa. «Con riguardo all’Agenzia, raccogliendo il consenso dei Paesi europei, abbiamo preferito puntare su una struttura snella, con un ruolo di impulso e di coordinamento di organismi e strutture europee già esistenti che si occupano di capacità operative e di materiali di difesa, con al vertice una personalità politica di alto livello, competente e autorevole. Un’Agenzia che potrà evolversi nel tempo, assumendo altri compiti in base alla politica europea di difesa. Uno strumento da realizzare rapidamente, perché per fare dell’Europa un partner degli Stati Uniti più forte, solido e influente, i Paesi europei non possono procedere in ordine sparso. In un’alleanza tra un gigante e 18 alleati decisamente più piccoli, una forza militare europea di difesa e di sicurezza, con serie capacità operative, diventa condizione necessaria per conseguire un rapporto più forte e bilanciato con il partner americano. Se questo non avvenisse, la stessa Nato andrebbe incontro a serie difficoltà, perché se gli americani ci chiamano a maggiori responsabilità, singolarmente i Paesi europei non sono in grado di rispondere: insieme possono farlo. L’Italia lavora in questa direzione». |
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