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I GUAI DI UN CERTO SINDACALISMO ALL' ITALIANA
di Delfo Galileo Faroni 

 

 

on bisogna stupirsi se torniamo a parlare di sindacalismo all’italiana dal momento che alcuni esponenti di organizzazioni sindacali, anche a sentirli solo parlare, suscitano un sentimento di ribellione. Avendo costoro superato il limite della tollerabilità e avendo noi ormai da tempo esaurito ogni disposizione d’animo per la clemenza, sentiamo il dovere di sciorinare, senza peli sulla lingua e con dati di fatto inconfutabili, il nostro pensiero su questi maestri del doppio gioco che, privi della capacità di ragionare, ignorano le vie della saggezza e si tengono in ogni occasione alla larga dai più importanti temi sociali.
La nostra disistima è la stessa che nutre nel proprio intimo la maggior parte della gente, ed è dovuta al loro illecito modo di comportarsi. Ogni azione sindacale nei confronti di qualunque tipo di impresa nasconde, da parte di tali sindacalisti, un interesse esclusivamente personale. È triste raccontare certe storie ripugnanti ma, per esperienza personale, possiamo assicurare che si tratta di sacrosanta verità.
Quando cominciano i contatti con l’azienda da loro presa di mira, della quale peraltro già conoscono la solidità finanziaria e la sicurezza per l’avvenire, la prima richiesta che avanzano riguarda di solito un posto di lavoro per un familiare o per un amico. Se questa richiesta non viene soddisfatta, o se l’azienda si rifiuta di esaudire successivamente le altre pesanti richieste che invariabilmente seguono la prima, cominciano le sue disavventure.
Quale rappresentante sindacale interno viene subito nominato il peggiore scansafatiche, delatore dei dipendenti, il quale, forte dell’incarico ricevuto, assume atteggiamenti sprezzanti e ingiuriosi verso la dirigenza dell’azienda, inventando fatti che si risolvono in un affronto per l’imprenditore. Costui vorrebbe respingere energicamente le accuse infondate ma, per quieto vivere e soprattutto per l’interesse dell’azienda, è costretto a fare buon viso a cattivo gioco e a ricorrere ad accomodamenti, il più delle volte non troppo ortodossi.
Ma nelle sue azioni e decisioni il sindacalista aziendale non sempre si sente subordinato ai reggicoda provinciali del mammasantissima regionale; e poiché molti di loro sono fatti della stessa pasta, la gerarchia non viene rispettata e si crea un ampio spazio per arbitrarie e provocatorie decisioni personali. Da un punto di vista psicologico e biotipologico, molti sindacalisti, privi di qualsiasi consistenza culturale, appaiono affetti da una sciocca forma di presunzione, difficile da diagnosticare e decifrare.
Chi non è a conoscenza dei loro comportamenti, chi ignora che essi fanno del tutto per mortificare e uccidere il talento imprenditoriale, si pone una serie di domande: ma che studi hanno fatto questi inesperti tutori dei diritti dei lavoratori? Quali titoli di studio hanno? Da quale Università provengono? Come sono stati scelti e selezionati, e da parte di chi? Cosa deve prevalere, nella loro scelta, l’intelligenza, la dialettica o i requisiti oggi più importanti, cioè il doppiogiochismo e l’abilità di fare proseliti?
In proposito, se si indaga sul sistema del tesseramento sindacale, emerge un aspetto desolatamente penoso, una specie di farsa grottesca. Dietro gli apparenti minuetti tra i diversi sindacati, si nasconde un’odiosa e riprovevole gara a rubarsi gli iscritti con raffinati trucchi e trappole ben escogitate. Svantaggiato dalla lotta per l’accaparramento dei voti e accertato che dal loro numero si misura la forza del sindacato, è proprio il lavoratore che viene danneggiato diventando uno zimbello nelle loro mani.
A differenza della maggior parte dei Paesi democratici, ad esempio degli Stati Uniti, in Italia non si riesce ad estirpare o quanto meno ad attutire i danni di questo sindacalismo. Si tratta di qualcosa che trascende la comprensione. Toccare una legge sindacale che logora e strozza l’imprenditoria è come toccare fili elettrici ad alta tensione. L’attuale Governo di centro-destra ci sta provando, ma governare con l’odiosa minaccia di scioperi e di dannose manifestazioni collettive non è facile. Anche i governanti di oggi sembrano portati ad alzare le mani e ad accantonare, al solito, il problema.
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