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DOSSIER ENERGIA.
Il pacchetto del Governo
E' IN ARRIVO LA BORSA ELETTRICA


intervista all'on. G. Dell' Elce, sottosegretario al ministero delle Attività Produttive
con delega per l'energia.

 

 

’energia è fondamentale – dice subito l’on. Giovanni Dell’Elce, sottosegretario per l’Energia al Ministero delle Attività produttive – per garantire le normali condizioni di vita. È sufficiente l’interruzione delle forniture elettriche per poco tempo per mettere in ginocchio un intero Paese. La situazione ereditata da questo Governo è per molti aspetti drammatica, anche se sarebbe troppo superficiale attribuire ai recenti predecessori tutte le inadeguatezze del sistema che giorno dopo giorno emergono. Certo Alberto Clò, Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta non hanno risolto i problemi, anzi per certi versi alcune loro decisioni si sono rivelate nel tempo errate, altrimenti non si sarebbe messo mano alla legge di riordino dell’intero sistema energetico; ma le responsabilità hanno un’origine molto più remota, quando si decise l’abbandono del nucleare, quando non si fecero nuove centrali elettriche, non si costruirono nuovi elettrodotti, non si diversificarono le fonti energetiche, e via dicendo».
Da 18 mesi l’on. Giovanni Dell’Elce, un giovane avvocato milanese sottosegretario al Ministero delle Attività produttive, si occupa di energia con delega specifica, e come primo atto ha istituito un tavolo permanente sui complessi problemi del settore, chiamando a farne parte l’Autorità competente, il GRTN, gli enti e le imprese interessate, i rappresentanti degli industriali e dei piccoli consumatori, la Borsa elettrica. Dallo scambio comune di esperienze ed esigenze sono nati provvedimenti importanti. Ultimo dei quali, all’indomani degli incidenti che hanno provocato il buio totale del Paese, il recentissimo decreto antiblack-out nel quale sono stati recepiti anche alcuni articoli della legge che riordina l’intero settore elettrico, per accelerarne i tempi di attuazione.
«Il decreto legge n. 239–spiega il sottosegretario–, convertito in legge nelle settimane scorse, consente in via transitoria l’esercizio ad una potenza superiore di impianti oggi limitati. In tal modo si potranno contenere i distacchi di carico programmati, così come le crisi di sicurezza del sistema. È accaduto poi che, in considerazione dell’iter parlamentare della legge finanziaria 2004 che avrebbe comportato la discussione in Senato verso la fine dell’anno del disegno di legge Marzano già approvato dalla Camera, si è deciso di stralciare e inserire nell’ambito del decreto legislativo una parte delle azioni in esso contenute».
Altri provvedimenti meno noti ma significativi sono stati varati, come quello sugli «stranded cost», che ha fatto scomparire dalla bolletta una voce relativa ai cosiddetti «costi incagliati», riconosciuti all’Enel o alle aziende di distribuzione che in regime di monopolio avevano fatto investimenti consistenti nella previsione di un mercato di monopolio per lunghissimo tempo. L’avvio della privatizzazione ha costretto il monopolista Enel a recuperare in tempi brevi questi ammortamenti ormai impossibili: dopo una trattativa durata mesi, è stato possibile compensare tale credito dell’Enel con l’importo da esso dovuto allo Stato sotto la voce di rendita idroelettrica, operazione andata a vantaggio dei consumatori.
Questa semplificazione dei costi che concorrono a formare la bolletta ha aperto la strada alla Borsa elettrica, annunciata da tempo. Sarà un appuntamento importante per utenti, produttori, distributori, in quanto introduce le regole del mercato nel campo dell’elettricità regolarizzando il cosiddetto dispacciamento. Prima l’Enel era proprietaria di tutte le centrali, produceva l’energia, la inviava sui cavi e la distribuiva ai vari consumatori. Il fatto che, in base alla domanda, entrasse in funzione una centrale o l’altra era ininfluente, perché erano tutte sue.
Con l’avvio della privatizzazione, sono entrati in campo altri soggetti produttori di energia elettrica, i principali dei quali sono la Edison con la francese EDF, la Endesa spagnola, la romana Acea con la belga Electrabel e la Energia che fa capo al gruppo De Benedetti, l’Enichem e l’ex monopolista Enel con il tetto del 50 per cento della produzione. Fino ad oggi l’energia prodotta veniva messa in rete secondo un meccanismo di contratto-compromesso tra il monopolista e i pochi produttori privati. Con la Borsa elettrica tutti hanno la possibilità di vendere la loro produzione, con vantaggio evidente per chi fa il prezzo migliore.
Si attua quindi un criterio di merito economico, oggettivamente più vantaggioso per chi in quel momento può vendere energia al prezzo più conveniente. Il compito di provvedere al funzionamento e alla gestione del nuovo organismo è stato affidato al Gestore del Mercato Elettrico, una società che, controllata dal Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale, regolerà il mercato del settore attraverso l’incontro tra domanda e offerta. «Si parla molto di prezzi in aumento–dice l’on. Dell’Elce–, ma l’energia, che ha un peso nella determinazione dell’inflazione, grazie alla nostra revisione del metodo delle tariffe è l’unica voce che non sia aumentata, anzi diminuisce».
Per risolvere il problema della produzione insufficiente a soddisfare la richiesta, è stato varato il decreto cosiddetto «sbloccacentrali», per rimuovere le tante situazioni di interferenze locali, adempimenti, incombenze che rallentavano i lavori o diminuivano l’interesse dei privati ad investire nel settore. «Tutti vogliono l’energia ma nessuno vuole sul proprio territorio né una centrale né i cavi di trasporto–ricorda l’on. Dell’Elce–, mentre c’è un grande e urgente bisogno di accelerare l’aumento della produzione». Così è stato istituito uno sportello unico al quale convogliare le domande di costruzione, che prima si dovevano presentare con mille documenti a mille sportelli diversi. Adesso l’unico sportello è il Ministero, che si impegna al coordinamento tra tutti gli enti interessati in modo che si risponda alla domanda entro il termine prefissato di 180 giorni.
«Questo non scavalca il potere di Regioni, Comuni e Province il cui parere deve essere sempre recepito, ma li responsabilizza perché il Ministero si fa parte diligente per schiodare gli amministratori degli enti locali che a volte sono un po’ pigri, e dà al richiedente l’impegno di una risposta definitiva e motivata, un ‘sì’ o un ‘no’, al loro impianto». Viene così accelerata la realizzazione dei nuovi impianti di produzione, per i quali sono previste potenze di 400, 800, 1.200 megawatt. Ne sono stati già autorizzati circa 20 per un totale di 12 mila nuovi megawatt, di cui si prevede una graduale entrata in esercizio a partire dalla seconda metà del 2004.
Ci sono poi le autorizzazioni per incrementare la potenza di alcune centrali esistenti, che si aggiungono agli interventi di ambientazione o di trasformazione a ciclo combinato di centrali esistenti. «Per dare un’idea del lavoro svolto, si tenga presente che la nuova potenza autorizzata nel biennio precedente, cioè negli anni 2000-2001, ammonta a poco più di 1.500 megawatt, di cui oltre 900 dovuti ad impianti di piccole dimensioni, prevalentemente a fonte rinnovabile, e il resto ad interventi su impianti esistenti.
Tuttavia, perché l’attuazione delle nuove disposizioni sia realmente efficace, è necessaria la collaborazione di tutti i soggetti, in primo luogo delle Amministrazioni locali e regionali interessate dai nuovi insediamenti. Ciò non sempre si è verificato, con conseguenti allungamenti dei processi decisionali. Questo fatto ha spesso creato situazioni di conflittualità difficilmente superabili, anche in contesti territoriali caratterizzati da elevati deficit di potenza e da consumi particolarmente elevati. Un esempio positivo è rappresentato dall’importante accordo siglato lo scorso giugno con le comunità locali e territoriali per la realizzazione del nuovo elettrodotto San Fiorano-Robbia, tra l’Italia e la Svizzera. È lungo oltre 50 chilometri ed entrerà in servizio entro il 2004, consentendo di aumentare di 1.500 megawatt, pari al 25 per cento di quella attuale, la capacità di importazione dalla Svizzera.
«Per un Paese come il nostro, unico in Europa a dipendere strutturalmente dalle importazioni, non è cosa di poco conto, specie se si considera che, nel quadro della creazione di un mercato europeo dell’energia, è essenziale disporre delle linee di interconnessione necessarie a consentire all’energia di importazione di concorrere alla formazione dell’offerta. La realizzazione di questo elettrodotto era entrata in un corto circuito di veti e controveti che durava da 9 anni. Il Governo l’ha risolto in 6 mesi».
Il costo dei nuovi impianti è equivalente a circa 1 miliardo di lire per megawatt. Il finanziamento è un’altra difficoltà per la loro realizzazione, perché le banche, in passato molto generose, ora sono meno disponibili verso un’attività dai redditi poco quantificabili. «Un impianto da 800 megawatt costa l’equivalente di circa 800 miliardi di lire ed è difficile che diventi un’attività così lucrosa da far recuperare l’investimento con buoni margini di utile e in tempi brevi, anche in un settore come l’energia considerato l’affare del futuro, e con una richiesta in costante aumento del 3 per cento l’anno dovuta al miglioramento delle generali condizioni di vita».
È forse la freddezza delle banche di fronte al nuovo campo, promettente ma dal guadagno incerto, che ha fatto scendere le prime richieste di centrali per 94 mila megawatt a 41 mila, fino agli attuali 12 mila autorizzati, sufficienti per i consumi odierni ma non per una prospettiva di medio termine: basta entrare in una qualsiasi cucina per trovare elettrodomestici che pochi anni fa non c’erano, forno a microonde, tostapane, frullatore, accanto al frigorifero, alla lavastoviglie. Più di un televisore, con videoregistratori e modem, più di un computer, caricabatterie per i telefonini: sono piccoli consumi che nell’insieme diventano consistenti e richiedono una grande quantità di energia. Dall’estate scorsa si aggiungono i condizionatori di aria.
La prima avvisaglia si è avuta in giugno, con un’improvvisa richiesta per climatizzare uffici e negozi, che presto si è allargata alle abitazioni, resa necessaria dal forte aumento della temperatura. «Noi non siamo ancora pronti e maturi per adottare di nuovo la fonte nucleare, malgrado una diffusa voglia dopo 20 anni di abbandono–spiega Dell’Elce–. Nel riordinamento del sistema però prevediamo che le aziende italiane possano partecipare all’estero alla produzione di elettricità con impianti nucleari».
Alcune riunioni del tavolo per l’energia sono state dedicate allo sviluppo delle fonti rinnovabili, con il programma di aumentarle del 7-8 per cento complessivamente, compresi gli impianti idroelettrici già utilizzati al massimo della disponibilità. «Attualmente il decreto Bersani stabilisce il 2 per cento minimo per le nuove centrali. Noi abbiamo portato questa percentuale al 3, senza indicazioni specifiche della tipologia, se solare, eolica ecc. Non possiamo pensare di far funzionare la Fiat con l’energia solare, però questa può servire piccole aziende, laboratori, condomini, scuole, strutture limitate. I pannelli solari richiedono una frequente e costosa manutenzione, con un rendimento limitato». Nell’insieme tuttavia possono fornire un’utile integrazione, interessante se applicata su larga scala.
«Così per l’energia eolica, perché non abbiamo venti sufficienti a garantire una continuità di rendimento adeguato a coprire i costi. Ed è un sistema che provoca polemiche per l’inquinamento visivo di estesi campi di pale. Spesso si rincorre il nucleare, ma ha costi notevoli di costruzione e dieci anni di tempo per entrare in funzione. Noi abbiamo bisogno di risolvere il problema con celerità, abbiamo bisogno di più centrali. Prendiamo in considerazione anche l’energia prodotta da biomasse, speriamo di farla crescere in maniera consistente, ma dovrebbe esservi una raccolta di rifiuti veramente differenziata e con quantitativi utili per compensare le perdite di rete. Non si può alimentare un’industria, un’acciaieria con le biomasse. È una fonte che sprigiona calore come la legna, un chilo di petrolio è 3 volte superiore, un metro cubo di metano due volte. E non si può pensare di bruciare boschi per produrre energia elettrica».
Per risolvere i problemi dell’approvvigionamento energetico non sembra che bastino le leggi, ma che occorrano una nuova cultura e un lungo lavoro di educazione per modificare comportamenti largamente diffusi di sprechi e di scarso rispetto delle normative. «Il livello culturale–sostiene Dell’Elce–ha un’importanza primaria perché, se non si riesce a togliere la materia energetica dal ricatto strumentale dei politicanti di piazza, nessun Governo, di sinistra o di destra che sia, potrà costruire nulla. L’energia è amica, ti dà una mano, serve per il bene comune, questo è il messaggio che si deve responsabilmente diffondere tra la gente. La tecnologia è in grado di costruire nuove infrastrutture nel rispetto dei vincoli ambientali che stanno a cuore a tutti, e forse più a coloro che tentano di aumentare la civiltà del nostro Paese con uno sviluppo compatibile, che a quanti contestano il carbone e l’eolico, la centrale elettrica e l’elettrodotto, i terminali per il metano liquefatto e i metanodotti, e che in sostanza dicono sempre e solo no, fomentando irresponsabilmente le piazze. In sintesi, quindi, è necessaria un’opera di educazione collettiva per recuperare l’idea della positività dell’energia e la fiducia sulla capacità di controllo da parte delle istituzioni».
L’entrata in funzione della Borsa elettrica potrà nel tempo influire positivamente sui prezzi, anche se non manca chi prevede che una riduzione dei margini di utile per gli operatori possa far diminuire l’interesse dei produttori privati verso un’attività dai margini esigui e insicuri, legati all’andamento del mercato. Un primo dubbio riguarda la data d’inizio dell’attività della Borsa. L’on. Dell’Elce non ha esitazioni. «È un’altra priorità che sta perseguendo il Governo–afferma–. L’entrata in funzione è prevista per gennaio 2004 e dovrebbe ovviare, almeno in parte, alle difficoltà dell’attuale sistema dei prezzi, non in grado di assicurare adeguatamente l’efficienza nella produzione e nel consumo, né di garantire la trasparenza delle condizioni di offerta nel libero mercato, rendendo difficile alle autorità di controllare il comportamento delle imprese produttrici».
L’avvio della Borsa elettrica, ovvero di un ambito in cui si scambiano all’ingrosso tutte le quantità di energia elettrica prodotta per ogni ora di prelievo, dovrebbe consentire di eliminare molti problemi legati all’attuale regime. «Fra i principali vantaggi che la Borsa comporterà si può citare l’esistenza di un unico prezzo di riferimento per tutti i consumatori, facendo cadere la discriminazione fra mercato libero e mercato vincolato, con una maggiore trasparenza nella fissazione dei prezzi da parte dei produttori».
In conclusione, i principali temi regolamentati da questo Governo sono: la semplificazione delle procedure per consentire la costruzione di impianti e linee attraverso l’introduzione di un procedimento e di un’autorizzazione unici; l’introduzione di un meccanismo di remunerazione che stimoli le imprese ad investire in capacità produttiva in modo da ridurre le oscillazioni di prezzo e da contribuire alla sicurezza del sistema elettrico anche nel lungo periodo; l’unificazione della proprietà e della gestione della rete di trasmissione nazionale; la promozione della realizzazione, da parte di soggetti diversi dal Gestore della Rete, di nuove infrastrutture di interconnessione con l’estero; un nuovo assetto regolatorio e proprietario delle reti di trasporto dell’energia elettrica e del gas; l’introduzione di un limite al possesso delle reti stesse da parte di società operanti nel settore della produzione o della vendita di energia e comunque di società a controllo pubblico; il progressivo abbassamento delle soglie di consumo per poter assumere la qualifica di cliente idoneo, fino ad arrivare, al 1 luglio 2004, all’idoneità di ogni utente finale non domestico; la promozione dell’uso delle fonti rinnovabili, rivalutando il loro valore strategico e quantificando le risorse che potranno essere destinate a tale finalità.
«Il fattore comune di tutti gli interventi di cui sopra è la creazione di un mercato dell’energia realmente aperto, sempre più sopranazionale, fatto di infrastrutture comuni, nel quale gli operatori possano reciprocamente far transitare la loro energia. Un vero mercato insomma, in cui siano superati i grandi e i piccoli monopoli anche locali, e siano garantite la concorrenza e la competitività reale fra gli operatori a tutto vantaggio degli utenti», conclude l’on. Dell’Elce.
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