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DOSSIER ENERGIA.
I GIORNI DEL BLACKOUT


 

 

ul teleschermo scuro appare un numero: 03,01. Sul tratto Mettlen-Lavorgo della linea di interconnessione internazionale di Lucomagno si abbatte un albero. Nella terna di cavi passa corrente elettrica da 380 mila volt. Alla consolle per 10 minuti i tecnici tentano di azionare il meccanismo automatico che ripristina il transito di energia. La linea rimane bloccata. Si tenta allora col sistema manuale. Ci sono solo 15 minuti per rimettere tutto a posto, prima che le interruzioni diventino più gravi. Appare un secondo numero: 03,11.
Nel bunker della centrale italiana del GRTN, Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale, squilla un telefono. Una voce chiede: «Staccate un carico da 300 megawatt». È la centrale della società svizzera Etrans che segnala l’incidente. In dieci minuti, i sei tecnici italiani del Gestore alleggeriscono il carico di consumo. Ma non basta: sarebbe stato necessario distaccare 3.500 megawatt, oltre 10 volte di più. Sul teleschermo appare un terzo numero: 03,25. In Svizzera è interrotta anche la linea Sills-Soazza, gestita dalla società Egl. I cavi surriscaldati per il troppo carico si sono allungati fino a toccare un albero. 03,26: in Francia si interrompe la doppia linea Albertville-Rondissone da 1.500 megawatt, in Austria l’elettrodotto Lienz-Soverzene.
Un quarto numero appare sul teleschermo: 03,28. Tutte le linee di interconnessione dei Paesi di confine con l’Italia si bloccano. Il sovraccarico è eccessivo, impossibile ridistribuirlo: l’energia elettrica non si può immagazzinare né disperdere, deve andare in distribuzione con l’immediato consumo, minimo a quell’ora del mattino, giorno festivo, con molte fabbriche ferme. Per soddisfare la richiesta occorre l’energia che arriva dall’estero. Quindi è il blocco del sistema. Da quel momento le interruzioni si susseguono come in un domino drammatico, dal nord al sud.
Nei locali pubblici ancora aperti, negli uffici in servizio, nelle case squillano i telefoni di parenti, amici, colleghi. Si fruga nei cassetti alla ricerca di torce e candele, poche notizie vengono dalle radio a batteria. Parlano di disservizio, poi di interruzione, di guasto, infine di black-out generale. La Penisola è isolata, città e paesi al buio, luci spente, macchinari, impianti produttivi, elettrodomestici, computer, televisori, radio in rete, frigoriferi, condizionatori spenti.
Il satellite invia l’immagine della vita nelle capitali e nelle grandi città europee illuminate: Parigi in un lago di luce come Londra, Birmingham, Liverpool e Glasgow, l’intera Costa Azzurra da Nizza a Barcellona e poi Malaga, Gibilterra e Cadice, Madrid, Amsterdam, Bruxelles, Oslo, Berlino, Atene, nel Nordafrica Tunisi, Malta e Bastia in Corsica nel Mediterraneo. La nostra penisola è una macchia nera, inerte. Solo la Sardegna è accesa, ha produzione autonoma.
Può sembrare la sceneggiatura di una «fiction noir», quanto accaduto in 27 minuti di tempo nella notte tra sabato 27 e domenica 28 settembre. Le prime luci rosse di stand by degli impianti alimentati a corrente elettrica si accendono alle 4,30 a Trieste, alle 8 a Milano. Lombardia e Triveneto serviti dalle centrali idroelettriche, si staccano dalla rete nazionale. Alle 9,45 parte il primo Eurostar 4490 sulla linea Trieste-Torino. In Val d’Aosta l’interruzione viene presa per una esercitazione di protezione civile, tutti sono tranquilli, in attesa che finisca.
Al Ministero dell’Interno si pensa a un atto terroristico. Polizia e Carabinieri sono in allarme. Gli ospedali vanno avanti con i gruppi elettrogeni. Su treni, metro, ascensori c’è gente immobilizzata. A Roma si festeggia sotto la pioggia la «notte bianca» voluta dal sindaco. Le strade sono illuminate dagli abbaglianti delle auto in corsa. A mezzogiorno si bivacca ancora sui binari della Stazione Termini, nella cavea dell’Auditorium, in Piazza Venezia. Nel Sud ci vorrà pazienza fino alle 22,26. L’ultima a riavere la fornitura regolare di corrente è la Sicilia.
Nei giorni successivi si devono sostituire migliaia di contatori bruciati dal ritorno della corrente, elettrodomestici, lampade, televisori negli uffici, nei negozi, nelle case. Stefano Parisi, direttore generale della Confindustria, ha calcolato un danno di cento milioni di euro per mancata produzione delle industrie, danni agli altiforni, agli impianti di imprese chimiche e siderurgiche che lavorano a ciclo continuo, alle produzioni di vetro, acciaio, alluminio. Le cifre della Confcommercio sono più alte: guadagni perduti di bar, supermercati, negozi aperti di notte, e danni per alimenti andati a male nei congelatori spenti.
Nel buio è emersa in tutta chiarezza la vulnerabilità del sistema elettrico nazionale. Potrebbe sorridere soddisfatto il matematico francese René Thom: quella notte la sua «Teoria delle catastrofi» ha trovato un esempio migliore di quello escogitato dai divulgatori del suo modello matematico che analizza gli effetti della discontinuità di parametri nella trattazione dei fenomeni. Non gli servirà più affermare che il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un uragano in Cina: potrà citare il caso dell’albero abbattuto in Svizzera da un temporale, che ha mandato in tilt l’Italia provocando un diluvio di dichiarazioni, analisi, critiche, polemiche, proteste, proposte, richieste, provvedimenti, progetti.
Dopo l’interessamento della stampa causato dai black-out dell’estate, l’argomento energia sembra, a qualche mese di distanza, aver perduto importanza. Conserva invece tutta la propria gravità. Sono urgenti decisioni importanti per evitare che nel 2004, come previsto dal ministro delle Attività produttive e dal Gestore della Rete, si verifichino altre pesanti interruzioni a causa del continuo aumento di consumi, calcolato nei prossimi 7 anni tra il 12 e il 22 per cento, per soddisfare bisogni non sempre necessari, spesso dissennati, quasi sempre fronteggiati con l’emergenza.
È un fenomeno mondiale, non limitato alla nostra imprevidenza. Nelle estati del 2000 e del 2001 in California; a metà agosto del 2003 sulla East Coast americana da New York a Detroit, da Cleveland a Toronto; 14 giorni più tardi a Londra; il 23 settembre in Danimarca, c’è stato il grande buio, più lungo e altrettanto imprevisto di quello italiano, con le sequenze di centrali bloccate, reti di distribuzione saltate, fenomeni e conseguenze analoghe. Le enormi dimensioni mondiali della domanda nel 2001 hanno spinto gli esperti del North American Electric Council a diffondere un preoccupante avvertimento: La questione non è «se», ma «quando» il prossimo grande collasso elettrico colpirà. Il «quando» è diventato uno qualsiasi di questi giorni, forse domani, oggi stesso.

LA DISCUTIBILE STORIA ITALIANA


Nell’800, ma l’Italia era un Paese agricolo con debole vocazione industriale, la fonte di energia era il carbone. Il vapore azionava i treni, alimentava le prime reti elettriche e ferriere; le filande si installavano lungo l’Olona. Qualcuno cominciava a usare l’energia idroelettrica: alla fine del secolo le cascate furono chiamate il «carbone bianco», una fonte preziosa per l’industria; la Edison cominciava a portare l’elettricità a distanza per illuminare le città.
Nel 1814, vigilia della prima guerra mondiale, l’Italia era il quinto Paese per numero di impianti elettrici, dopo Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Francia, ma il primo per capacità idroelettrica: il carbone del Belgio, della Germania, della Gran Bretagna costava troppo caro. Negli anni 20, con le sovvenzioni post-belliche, nascono i grandi gruppi, le «baronie elettriche». Nel Nord la maggiore è la Edison con la prima centrale europea a Milano; la Sade opera nel Veneto e in parte dell’Emilia, la Sip in Piemonte, la Centrale in Toscana, Lazio e Sardegna, la Sme nelle regioni del Sud.
Centri di progresso e di potere, creano bacini, dighe, condotte forzate come quella di Grosotto con l’edificio in stile Liberty costruita in due anni nel 1932 con un investimento di 13 milioni di lire; in Val d’Ossola la centrale di Crego disegnata dall’architetto Piero Portalupi; in provincia di Sondrio la diga di Venina, terminata nel 1926. Opere che figurano nei testi di architettura industriale. Aziende che hanno dato impulso all’economia nazionale in molte produzioni: la Riva ha fornito le turbine per la centrale delle cascate del Niagara, la Tubi Togni le condotte blindate per le alte cadute, la Pirelli i cavi, la Richard-Ginori gli isolatori di porcellana per le alte tensioni, l’Italcementi il calcestruzzo per le dighe.
Erano in complesso 1.250 le aziende di varia grandezza e potenza che producevano elettricità nel 1962 quando il primo Governo di centro-sinistra, presieduto da Amintore Fanfani e con l’appoggio esterno del Psi, decide di fonderle in un’unica azienda, l’Enel, e di nazionalizzare la produzione elettrica. Indennizzi altissimi per gli azionisti delle grandi società, titoli a picco in Borsa per i piccoli e nascita del monopolio elettrico in un Paese che consumava il 40 per cento meno della Francia, un terzo della Svizzera e della Gran Bretagna.
La nazionalizzazione porta l’elettricità negli sperduti casolari, in cima alle montagne, nelle aree depresse; fa perdere peso alla produzione idroelettrica che scende al 50 per cento e lascia via libera agli idrocarburi. Con il Piano energetico del 1975 nascono le prime centrali nucleari ma incontrano difficoltà finanziarie finché vengono cancellate dal referendum antinucleare del 1987. Dagli anni 80 il problema energetico viene trascurato da politici, imprese, esperti, studiosi, cittadini.
Molti hanno avanzato critiche e proposto ricette risolutive ma tutte prive di affidabilità per l’abitudine di denunciare, gridare proclami badando all’efficacia comunicativa immediata, all’effetto su mass media e persone, senza badare alla concretezza tecnica e scientifica delle soluzioni sostenute, alle paure suscitate, all’angoscia disseminata. Qualsiasi intervento venga deciso oggi, non potrebbe avere effetti immediati, non garantirebbe l’erogazione dell’elettricità, ormai indispensabile come l’acqua, l’aria, forse più del petrolio e del gas.
In altri Paesi il problema della produzione è stato affrontato e risolto. La Francia è ricorsa all’energia nucleare in cui è prima in Europa, con 59 centrali che forniscono 115.800 megawatt, pari al 78 per cento della sua produzione totale, e consentono guadagni con l’esportazione. La Gran Bretagna ha 27 centrali nucleari e ha attuato una liberalizzazione che ha smembrato la nazionale British Power in 4 operatori privati sotto il controllo dell’Ofgen, l’Autorità per l’energia; la produzione nucleare, è la raccomandazione governativa, non dovrà scendere sotto il 20 per cento del totale. A parte i black-out del 14 agosto e del 5 settembre per l’impennata della domanda, nel sistema inglese il deficit di produzione del 3 per cento è considerato fisiologico in un mercato indicato da più parti come modello ideale.
La Germania, con i Verdi al Governo, ha 19 centrali nucleari che le danno il 30 per cento della produzione, in gran parte derivata dal carbone di produzione nazionale, sostenuto da sussidi comunitari, governato da un astuto sistema impermeabile ad operatori stranieri, ma in regola con le direttive europee. All’energia idroelettrica l’ecologica Svezia affianca quella derivante da 11 centrali nucleari che le danno il 45 per cento del fabbisogno, quasi quanto le centrali idroelettriche. Il Portogallo mantiene i consumi al minimo, solo 4.347 kwh per abitante.
In Europa oggi le centrali nucleari sono 127: dopo l’animazione suscitata dai Protocolli di Kyoto, gli allarmi per le emissioni di gas-serra e per i rischi del nucleare che hanno generato un clima fortemente emotivo, sull’argomento si è deciso un momento di riflessione. Ma in realtà nessuna centrale è stata chiusa, nessun Paese ha deciso di cambiare rotta. Il clima d’allarme è stato interrotto dalla pragmatica Finlandia che ha dato il via alla quinta centrale nucleare, per integrare il 12 per cento prodotto dall’energia eolica e fotovoltaica e ridurre il 14 per cento di importazione. Reti e impianti obsoleti e tecnologie arretrate - Chernobyl testimonia - non impediscono ai Paesi dell’Est, prossimi partner dell’Unione europea, di essere autosufficienti ed anche esportatori.
Tra import ed export la Repubblica Ceca ha un saldo attivo di 11,4 miliardi di megawatt, l’Ungheria è in deficit del 10 per cento. I 12 Paesi di prossima aggregazione stanno progressivamente aumentando l’attuale quota del 17 per cento di nucleare, mentre si adeguano alle direttive europee. L’Italia, dove un programma nucleare era stato avviato nel 1958, nel 1966 era il terzo produttore mondiale dopo Usa e Gran Bretagna, con 4 centrali nucleari: Corso, Trino Vercellese, Latina e Montalto di Castro. Nel 1987 il programma fu cancellato, dopo gli incidenti di Three Mile Island negli Usa e quello più grave di Chernobyl in Ucraina, con l’immediato smantellamento delle centrali sull’onda di un affrettato referendum che chiedeva un «Sì» o un «No» a domande ambigue, indirette, influenzate dalla paura collettiva, indifferenti sulla complessità dei problemi e sulla realtà scientifica.
Poi c’è stata l’approvazione dei Protocolli di Kyoto, dichiaratamente antinucleari per il diffuso timore di un aumento dell’effetto-serra, malgrado i processi tecnologici che assicurano maggiore sicurezza e minori costi. Quasi tutti i Paesi l’hanno però presa comoda: la Svezia ha deciso con un referendum del 1980 l’abbandono del nucleare per il 2010, scadenza poi annullata da un decreto legge. L’Olanda ha revocato la chiusura dell’unica centrale, il Belgio prevede l’uscita nel 2014, in Spagna non è mai stata stabilita l’abolizione. In Germania se ne riparlerà nel 2025.
Oggi in Europa le centrali nucleari sono 154, tra Zurigo e Ginevra ve ne sono 4 e 7 tra Grenoble e Nizza, a pochi chilometri dai nostri confini: nel mondo sono 439. Solo per l’Italia il settore elettrico nucleare è rimasto un campo tormentato in cui si mescolano demagogia, disinformazione, interessi contrastanti, mancanza di coraggio e di idee chiare, scelte politiche irrazionali con costi giganteschi. Solo per fare e disfare Montalto di Castro si parla di alcune centinaia di migliaia di miliardi di lire.
Insieme alle interferenze presentate come verità assoluta, si è verificata l’assenza di pianificazione razionale: l’ultimo Piano energetico nazionale è del 1988. Verdi, Wwf e Legambiente, le organizzazioni più dinamiche nell’enunciare ricette, negano che l’Italia soffra di carenza di produzione, motivando la loro affermazione con il fatto che il black-out si è verificato di notte, a consumi minimi. Il problema, affermano, è di razionalizzazione del sistema, di efficienza degli impianti ma soprattutto di minori consumi, quasi un «più torce e meno centrali», come se fosse possibile espellere gli elettrodomestici dalla vita quotidiana e mandare avanti le fabbriche con l’eolico o il solare.
Con il tempo si è attuata di fatto una moltiplicazione burocratica di competenze, spesso in contraddizione o in competizione tra loro: Ministero delle Attività produttive, Autorità per l’energia, Organismi europei, Enel, operatori privati, brokers, distributori locali, Gestore della Rete, Acquirente unico, Governi regionali, enti locali, Protezione civile, Vigili urbani, ciascuno con un potere di veto specifico. Come si potrà fare fronte alla richiesta crescente di energia? Come potranno sperare consumatori, società, imprese, privati, di vedere ridurre le bollette, tra le più alte d’Europa?
La capacità di produzione nazionale è di 76.950 megawatt, ne è realmente disponibile il 64 per cento, 48.950 megawatt costosi e insufficienti per una richiesta di 52.590 megawatt. Dobbiamo comprare dall’estero il 17 per cento del fabbisogno che non riusciamo a produrre. L’Energie de France, monopolista pubblico, è il motore energetico d’Europa. Ci manda ogni notte, insieme a Svizzera, Slovenia, Austria e Grecia, 6.300 megawatt a un prezzo più che conveniente, che coprono il ridotto fabbisogno delle poche industrie e dei servizi funzionanti delle ore notturne, consentendo alle nostre centrali sovraccariche di respirare un po’ e di alleggerire le nostre bollette.
L’elettricità di nostra produzione proviene da 2.927 impianti, di cui 1.933 idroelettrici che coprono interamente la capacità di bacini naturali o artificiali e cascate. Il 71 per cento della produzione è fornito da 902 centrali termoelettriche, molte obsolete, altre antieconomiche perciò sottoutilizzate come quella di Montalto di Castro in funzione per 3 mila ore l’anno invece delle 7 mila potenziali, alimentate in gran parte dal gas naturale, dal petrolio per il 34 per cento e dal carbone per il 14 per cento.
Dopo il buio di fine settembre, il Parlamento ha approvato il decreto definito «antiblack-out» che ha l’obiettivo prioritario di agevolare la creazione di nuove centrali. Ha fatto scalpore la storia dei 7 chilometri mancanti per il completamento dell’elettrodotto Matera - Santa Sofia di 200 chilometri, importante per il collegamento tra Nord e Sud, fermo dal 1991 per l’opposizione di tre Comuni della Basilicata all’installazione dei tralicci, con il risultato che la Puglia ha un eccesso di produzione rispetto ai consumi ma non riesce a fornire energia alla Campania, che ha un consumo uguale alla Puglia ma produce 5 volte di meno. Una situazione che si è ripetuta di frequente negli anni dovunque sia stato necessario ampliare la rete, che è ferma dal 1998.
Ma, superato l’ostacolo rappresentato dall’opposizione degli enti locali, rimane l’inerzia dei produttori privati, stretti tra i finanziamenti richiesti per costruire nuove centrali ma non concessi dalle banche per l’incertezza del quadro generale del settore che non garantisce utili certi. «Non c’è tempo da perdere–afferma Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency–, né spazio per oziose discussioni ideologiche. Lo Stato non deve tornare ad investire in energia, ma fare leggi che tengano conto degli interessi di tutti: consumatori, aziende, investitori. Gli ambientalisti sollevano questioni giuste ma dimenticano che le centrali nucleari hanno basse emissioni di carbonio, quindi non contribuiscono all’effetto-serra. Per il futuro dell’energia non hanno senso estremismi né politici né ideologici. Vedo che nel vostro Paese succede questo, e il risultato è che si varano misure di emergenza, non si pensa al medio e lungo termine».
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