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inanzi agli avvenimenti politici cui abbiamo assistito in quest'ultimo ventennio, e in special modo in questi ultimi cinque anni, ritengo che tutti gli italiani abbiano ormai ben compreso e si siano profondamente convinti che il tentativo di instaurare in Italia il bipartitismo è clamorosamente fallito, nonostante quanto interessatamente qualcuno pretende di far credere. Non solo il bipartitismo «perfetto», obiettivo tra l'altro più difficile da conseguire, ma anche quello «imperfetto», casareccio, superficiale, illusorio, che è stato realizzato e al quale si è fatto finta di credere.
In realtà non tutti vi hanno creduto. Anzi nessuno o pochissimi degli addetti ai lavori, ossia dei politici, dovrebbero avervi creduto pur dichiarando di esserne convinti assertori, per il semplice motivo che sono stati i primi a non volerlo, a rinnegarlo di fatto, a boicottarlo. Gli avvenimenti degli ultimi mesi non lasciano dubbi. Al di là delle loro solenni enunciazioni di principio, il vecchio pluripartitismo, che lascia più spazi di autonomia e di sopravvivenza politica, era ed è più conveniente anche per coloro che, nella seconda metà del secolo scorso, avevano sognato e sperato nel bipartitismo, ritenendolo l'unico infallibile rimedio contro l'instabilità politica, le frequenti crisi governative, il correntismo e tutti gli altri malanni lamentati nella prima Repubblica.
Infatti nel pluripartitismo non esistono solo i due spazi della maggioranza e della minoranza in cui militare, ma quantomeno anche una posizione alternativa di centro, destinata spesso a diventare determinante per l'uno o per l'altro schieramento. Non solo. All'interno dello stesso partito, di maggioranza o di minoranza, il vecchio sistema lasciava comunque due possibilità, due posizioni, anche queste appunto di maggioranza e di minoranza. Ma gli spazi politici da ritagliarsi potevano essere molti di più: la Democrazia Cristiana per esempio, finché è esistita ha avuto nel proprio interno almeno cinque correnti, cinque linee, cinque programmi, cinque organizzazioni interne, cinque staff dirigenti.
Non è esagerato dire che anche dentro ogni singola corrente si distinguevano almeno un paio di linee politiche, di programmi e posizioni diverse. Perfino il partito più piccolo della coalizione di maggioranza, formata solitamente da 4 o da 5 partiti, ossia il Partito repubblicano, aveva nel proprio interno due posizioni, una di maggioranza e una di minoranza, quindi quantomeno un leader e un aspirante tale, ossia un antagonista.
Questo schema rendeva più complicata la definizione della linea politica, del programma e della leadership di ogni singolo partito: per giungere a una sintesi occorreva un complicato meccanismo consistente nello svolgimento di congressi sezionali, provinciali, regionali e nazionali, con relative votazioni ed elezioni dei rappresentanti politici; una volta costituiti in tal modo gli organi dei vari livelli, quelli nazionali adottavano le decisioni poi passavano al confronto, alle alleanze e alle intese con altri partiti.
Di fronte agli svantaggi della moltitudine di posizioni e delle complicazioni procedurali, il sistema aveva un grande vantaggio: le correnti interne potevano discutere e litigare quanto volevano, ma tutte dovevano poi rispettare, attuare e sostenere esternamente le decisioni degli organi nazionali statutariamente deliberanti. Certamente non c'era un'assoluta stabilità politica, anzi i Governi duravano poco e cadevano frequentemente, e proprio per questo gli ingenui cominciarono a sognare il passaggio al bipartitismo, basato su due soli partiti monolitici, e se non in quello «perfetto» almeno in quello «imperfetto».
Vent'anni fa l'inchiesta giudiziaria cosiddetta «Mani Pulite» su tangentopoli ha fornito l'occasione per realizzare tale passaggio e si è inneggiato all'instaurazione del nuovo sistema che negli anni successivi si è rivelato, invece, un rimedio peggiore del male che doveva curare. Ha scatenato una moltiplicazione sfrenata di posizioni politiche avulse da qualsiasi ideologia, linea politica, programma, organizzazione: cespugli, gruppuscoli, movimenti autonomi formati e animati da singoli esponenti politici. I quali, grazie a due successive riforme elettorali da considerare piuttosto «golpe» ispirati e favoriti da poteri economico-finanziari e da forze occulte con il sostegno della grande stampa nel frattempo da loro acquisita, hanno tolto all'elettorato il potere di scegliere i propri diretti rappresentanti e quindi la classe politica.
Ma gli ingenui idealisti sostenitori del bipartitismo nordico e gli scaltri interessati realizzatori del bipartitismo casareccio nostrano non solo non sono stati capaci di fare di più: il loro maggiore errore è stata la mancata conoscenza o quanto meno la sottovalutazione del vero, reale carattere della popolazione italiana nel complesso, e dell'indole del singolo italiano. Il quale non è né può paragonarsi antropologicamente ad altri popoli, soprattutto nord-europei. Nei dibattiti e nei talk show spessissimo i politici nostrani portano come esempio da imitare e da importare in Italia sistemi politici e istituzionali vigenti in altri Paesi, dimenticando proprio i caratteri peculiari dei propri connazionali.
Soprattutto l'individualismo spiccato, la creatività, lo spirito di indipendenza e autonomia, il desiderio di distinzione e, in politica ma anche altrove, l'osservanza metodica e rigorosa di un paio di leggi: quella dell'antagonismo ineluttabile e la cosiddetta «legge dell'occupazione degli spazi vuoti». La prima comporta che dal più piccolo condominio alla più grande organizzazione, partitica in particolare, alla linea programmatica indicata e approvata da tutti se ne affianca subito un'altra diversa, se non opposta.
La seconda, conseguente legge è mutuata dalla fisica e dalla filosofia antica: non può esistere uno spazio vuoto, Aristotele diceva che la natura ha orrore del vuoto, «horror vacui». Gli italiani, e a maggior ragione i loro politici, hanno questo principio nel sangue. Non concepiscono uno spazio vuoto. L'occupano immediatamente, anche in minoranza, anche in posizioni secondarie e subordinate. Sanno che condizionano comunque in qualche modo la maggioranza e che, prima o poi, potranno diventare loro maggioranza. Basta aspettare. Oggi neppure più serve aspettare, vincere le elezioni. Si è addirittura cercati, invitati, blanditi, festeggiati.

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