back



AURELIO REGINA: UNINDUSTRIA, IL FUTURO DI ROMA E' IL FUTURO DELLE IMPRESE ITALIANE

a cura di
STEFANO SALETTI

Aurelio Regina, presidente
di Unindustria e presidente
di Manifatture Sigaro Toscano


Nata a Capodanno a Roma
per iniziativa di un gruppo
di imprenditori aderenti
alla Confindustria Lazio,
l'Unindustria ha fissato
per il 15 marzo l
a prima assemblea nel Parco Rainbow di Valmontone,
manifestando la volontà unitaria
di affrontare concretamente
i problemi del settore

o sviluppo di Roma passa anche attraverso le idee di un manager, Aurelio Regina, da gennaio 2011 presidente della neonata Unindustria, articolazione pluriprovinciale della Confindustria nel Lazio che unisce Roma, Frosinone, Rieti e Viterbo. Un crocevia per capire dove sta andando la Capitale, quali sono le priorità nei prossimi anni, su quali infrastrutture investire e perché occorre cambiare mentalità. A capo delle Manifatture Sigaro Toscano, società che produce il sigaro italiano più famoso nel mondo, Regina è anche presidente della Fondazione Roma 2020, che sostiene la candidatura della capitale a ospitare le Olimpiadi di quell'anno ed è stato nominato presidente della Fondazione Musica per Roma, che ha nell'Auditorium Parco della Musica una delle strutture culturali più autorevoli in campo internazionale. «Dobbiamo tenere conto del fatto che viviamo in una grande area metropolitana e che vi sono Province che devono cominciare a ragionare in maniera strategica tutte insieme, come ha fatto l'Île-de-France a Parigi, che raggruppa circa 400 Comuni in un territorio che corrisponde più o meno al Lazio», spiega Regina. Basta con i particolarismi, quindi, in una visione unitaria dello sviluppo di Roma e del Lazio.
Domanda. L'Unindustria come può favorire la crescita delle imprese laziali?
Risposta. Innanzitutto dando una risposta concreta alle esigenze delle imprese che ci chiedono di ridurre i costi e di aumentare l'efficienza. Ma anche fornendo una risposta basata su politiche di sviluppo comuni. Attraverso l'Unindustria si crea un interlocutore valido per la Regione e per l'Unione Europea, un soggetto più snello, organizzato in maniera efficiente, che raggruppa 4 mila imprese con circa 250 mila dipendenti, rappresentanti oltre il 90 per cento di quelle laziali. Nelle grandi aree metropolitane allargate tutto è funzionale e connesso. È impossibile parlare dello sviluppo romano senza parlare di quello di Fiumicino, del secondo aeroporto di Viterbo, del porto di Civitavecchia, del polo logistico e industriale di Frosinone: è necessario abbandonare tanti localismi, guardare al progetto di sviluppo con una dimensione allargata. Costituendo un'associazione che raggruppa dal punto le quattro associazioni più significative gravitanti intorno all'area metropolitana, abbiamo voluto dare un segnale preciso.
D. Il tessuto produttivo del Lazio è caratterizzato dalla presenza di microimprese che spesso incontrano difficoltà nel mercato internazionale. Il nuovo soggetto può aiutarle a crescere?
R. L'Unindustria offre molti vantaggi, innanzitutto collegando meglio il mondo della manifattura con quello dei servizi. Roma è una città molto terziarizzata, le nostre province sono più manifatturiere e quindi essere un'unica Associazione migliora il rapporto tra il mondo industriale e quello dei servizi. Accanto alle grandi, le medie, le piccole imprese e le multinazionali possono trovare stimoli alla crescita in campo sia interno sia esterno. Una delle cause della mancata crescita è proprio legata all'incapacità delle piccole e medie imprese di muoversi sui mercati internazionali, azione che le grandi sono riuscite a compiere meglio. Mi auguro che, avvicinando questi due mondi, si possa sviluppare anche una cultura dell'internazionalizzazione più adeguata. Si registrano segnali positivi, la crescita dell'export quest'anno è significativa, ma questi segnali vanno sostenuti con la qualità e anche con attività mirate di qualificazione delle risorse. Occorrono persone molto qualificate, e l'Unindustria destinerà le risorse, che risparmierà grazie all'efficienza, alla preparazione dei professionisti dell'Associazione.
D. L'Associazione degli Industriali di Latina entrerà nell'Unindustria?
R. Me lo auguro, le porte sono sempre aperte. Per il momento sono molto fiero del risultato raggiunto, è stato un grande lavoro. In questi 30 anni tutte le province hanno voluto la loro fiera, l'aeroporto, l'università, con il risultato che abbiamo centinaia di università e 40 aeroporti, ma non ne abbiamo uno veramente internazionale, né un'università tra le prime 100 d'Europa. Questa frammentazione alla fine rischia di non creare le specializzazioni di cui il Paese oggi ha bisogno.
D. Torna l'eterna Italia dei campanili?
R. Purtroppo ce la portiamo dietro. Ha costituito un vantaggio fino a un certo momento e ha favorito la nostra crescita perché uscivamo dalla guerra e una forte spinta arrivava dal basso, dalle popolazioni locali. Oggi questa dimensione provinciale non basta più. La capacità di muoversi in contesti più ampi e le complessità e opportunità che il mondo presenta purtroppo ci impongono di compiere delle scelte. E questo è un concetto difficile da far capire a un sindaco, a un presidente di Provincia o di un'associazione provinciale di industriali. Costoro ritengono normale portare avanti la classica filiera: un piccolo museo, un aeroporto, un casinò, una fiera, una università. In mancanza di eccellenze si crea solo ulteriore debolezza, si sottraggono risorse e professionalità ad altri, si creano università di bassa qualità, fiere alle quali non va nessuno, aeroporti in cui raramente atterra un aereo.
D. È un modello esportabile ad altre situazioni regionali?
R. C'è molto interesse verso questo modello originale che da una parte accentra tutti i servizi e dà una visione unica e strategica, dall'altra lascia libere le articolazioni territoriali e quindi il loro radicamento locale. Le nostre strutture ricevono quotidianamente molte richieste di informazioni da altri territori. Esiste l'idea in Toscana di unire alcune province, Siena, Arezzo, Grosseto. Diciamo che sta diventando un caso di interesse nazionale.
D. Cosa occorre per far ripartire il Sistema Italia? Lei ha parlato di uno shock. Cosa dovrebbe provocarlo?
R. Ho parlato di shock perché abbiamo bisogno di azioni nel breve termine, oltre naturalmente ad interventi strutturati che hanno effetti nel medio e lungo periodo. Nel breve termine vi sono poche cose da fare subito: una riforma fiscale, un drastico ampliamento delle liberalizzazioni, una semplificazione della burocrazia. Il movimento economico di un complesso industriale è determinato dalle aspettative e dall'entusiasmo di chi fa impresa. Naturalmente l'effetto deve essere nel breve termine, mentre vi sono misure che hanno impatto nel tempo medio-lungo, ad esempio nelle infrastrutture. Abbiamo bisogno velocemente di riavviare il sistema o siamo destinati a una crescita modesta.
D. Quali sono le priorità per lo sviluppo di Roma e del Lazio e cosa devono fare Comuni, Province e Regione per sostenere le imprese?
R. Le istituzioni possono agevolare il mercato soprattutto in un momento in cui le risorse pubbliche sono molto scarse, ad esempio favorendo sempre di più l'intervento privato, semplificando le regole, agevolando le procedure amministrative e cercando di smuovere tutto quello che oggi c'è di positivo nell'industria e nell'economia privata. Cito per tutti il progetto di ampliamento dell'aeroporto di Fiumicino, che vedrebbe raddoppiare la nostra capacità di scalo, un investimento privato di oltre 3 miliardi pronto a partire solo laddove venga approvato il piano tariffario che è fermo da 10 anni. Ci sono progetti che riguardano l'ulteriore ampliamento delle linee metropolitane con forte partecipazione del project financing, così come l'accelerazione dei progetti per la vecchia fiera di Roma, in maniera che possa liberare risorse private e creare occupazione. Sono tanti progetti che, insieme, possono dare una spinta impiegando quasi esclusivamente capitale privato. Certamente occorre fare di più nella programmazione delle scelte infrastrutturali della città: Roma è carente soprattutto nel numero e nella qualità dei servizi.
D. Avete chiesto al sindaco di Roma di rendere permanente il confronto sui temi urbanistici. Può aiutare l'Amministrazione a individuare meglio le priorità?
R. Penso di sì, ogni tre o sei mesi facciamo il punto della situazione: quali sono schematicamente le opere in piedi, cosa manca, quanto può essere fatto dai privati. L'obiettivo è tenere alta l'attenzione sul tema delle infrastrutture. La Nuvola di Fuksas, il parco fluviale, l'aeroporto di Fiumicino, il collegamento Roma-Latina, le metropolitane, la rete elettrica, il lancio del secondo anello del raccordo anulare, la chiusura dell'anello ferroviario sono le priorità per i prossimi anni, ma occorre anche guardare alla manutenzione delle strade e delle infrastrutture esistenti.
D. In questi anni Roma è riuscita a fronteggiare la crisi meglio di altre città italiane. In che modo?
R. Roma ha un'economia fortemente terziarizzata. Il futuro non può risiedere esclusivamente nell'edilizia, serve un'industria che metta al centro le nuove necessità delle persone e i servizi al cittadino; penso alla telemedicina, al controllo a distanza, alle biotecnologie, al settore aerospaziale ad esempio per il controllo del territorio e del traffico. Penso a progetti come il parco a tema di Valmontone, che può portare risorse per 5 milioni di euro l'anno, o all'Auditorium che in pochi anni si è imposto come una delle organizzazioni culturali più produttive d'Europa. Occorre creare nuovi consumi, generare nuove professioni attraverso un nuovo modo di fare impresa e un nuovo modello di sviluppo. Roma parte in vantaggio rispetto a modelli più manifatturieri, serve quindi una nuova economia per nuovi servizi e per riassorbire quelle unità lavorative che invece perdiamo in altri comparti.
D. Serve anche un cambiamento di mentalità delle imprese, ad esempio nella capacità di stare al passo con le nuove tecnologie?
R. Le imprese anche in questi anni difficili hanno fatto la propria parte continuando ad investire, e oggi cominciano ad avere i risultati degli sforzi compiuti. Viaggio molto in Italia, e vedo imprese che sviluppano nuove tecnologie che si impongono anche all'estero. C'è molta voglia di fare impresa e di qualità, dobbiamo anche trovare le condizioni adatte perché il problema non è trattenere la Fiat in Italia, ma fare in modo che tante aziende come la Fiat vengano in Italia. Non possiamo obbligare qualcuno a stare in un posto nel quale non è conveniente stare, come non possiamo obbligare qualcuno a venirvi. Dobbiamo creare le condizioni perché le aziende italiane possano fare impresa ed essere competitive nel mondo. Si tratta quindi di creare le condizioni affinché le nostre aziende rimangano in Italia e le multinazionali estere vengano ad investirvi.
D. Il modello proposto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, «Più flessibilità in cambio di maggiori investimenti», è applicabile a tutto il sistema italiano?
R. Bisogna capire cos'è il metodo Marchionne. Egli ha posto un problema di competitività di un comparto specifico della propria azienda, al quale si sono volute dare varie interpretazioni: una rivoluzione dei metodi sindacali, un restringimento dei diritti storici dei lavoratori. Un problema per un'azienda alle prese con la competitività internazionale in misura maggiore di altre. In questo contesto va rispettata la posizione di chi chiede maggiore flessibilità. Inoltre l'assetto contrattuale è un argomento che rientra nel mercato del lavoro, ma non è l'unico quando si parla di competitività. In questo senso siamo vicini alla Fiat e a qualsiasi azienda che versi nella stessa situazione. Altro è stravolgere gli assetti delle relazioni tra lavoratori e imprese o intaccare i diritti. Il metodo Marchionne impone tempi molto stretti che in Italia difficilmente possono rispettarsi.
D. Roma potrà ottenere la candidatura ad ospitare le Olimpiadi del 2020?
R. Quando fu presentata la sua candidatura per le Olimpiadi del 2004 il progetto fu scartato perché considerato futuristico, basato su infrastrutture che difficilmente si sarebbero realizzate nei tempi stabiliti. Nel dossier che abbiamo presentato figurano infrastrutture in via di realizzazione, come le metropolitane B1 e C che porteranno in pochi anni la rete da 36 a 70 chilometri, o il raddoppio dell'aeroporto di Fiumicino. Lo scalo romano attualmente è saturo, registra una crescita annua del 10 per cento e con la sua espansione verso nord può crescere fino a 55 milioni di passeggeri all'anno. Il nostro obiettivo è approfittare delle Olimpiadi per sviluppare la città, e anche se la candidatura non avrà successo, avremo avviato un motore che doterà il territorio di opere necessarie.
D. Un vantaggio per la grande impresa o anche per la media e piccola?
R. Per tutte le strutture economiche. Le piccole e medie imprese avranno un ruolo determinante perché il progetto di candidatura prevede più livelli di intervento. Il primo riguarda la realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali da parte delle grandi imprese, un secondo livello prevede il coinvolgimento delle piccole imprese in varie iniziative sulle quali la Fondazione sta già lavorando. Il nostro compito è porre in una nuova luce la capacità imprenditoriale di questa città. Spesso i grandi appuntamenti sono anche occasioni di crescita per le imprese, per l'area ed anche per le istituzioni. Ad esempio, da Italia 90 partì lo sviluppo della telefonia mobile, determinando l'incremento di uno dei mercati più consistenti.
D. Quali possono essere i risultati economici dell'Olimpiade per la città?
R. Le Olimpiadi producono effetti diretti, indiretti e indotti da non sottovalutare sull'economia locale e nazionale. È stato valutato, ad esempio, che per le Olimpiadi invernali di Torino del 2006 l'effetto economico sul prodotto interno sia stato del 10 per cento su base regionale e dell'1 per cento su base nazionale, con un incremento del turismo del 14 per cento. Nel caso di Roma 2020, una nostra prima stima indica 12,7 miliardi di investimenti, con un fatturato locale di 24 miliardi di euro e un aumento dell'occupazione di 109 mila unità lavorative. Su 15 miliardi di euro investiti ne tornano indietro ben 33 con un aumento del 3 per cento del prodotto interno nazionale. Le Olimpiadi del 1960 furono il motore di una rinascita urbanistica ed economica di Roma. I tempi sono diversi, allora uscivamo da una guerra mondiale, il Paese era in crescita e liberava nuove energie, ma oggi qualunque evento in grado di resuscitare la voglia di cambiamento e di crescita va sostenuto e incoraggiato con entusiasmo.
D. Anche a Roma i tagli del bilancio comunale colpiscono il settore della cultura, che era stato trainante negli anni precedenti. Condivide queste scelte?
R. Può esservi una contrazione della spesa pubblica dovuta alla mancanza di risorse finanziarie, ma in questi anni da tutto il mondo privato e dai cittadini è arrivata una risposta decisa. All'Auditorium si è riusciti ad avere una quota di fondi provenienti dal mondo privato la più alta d'Europa, seconda solamente al Lincoln Center di New York: oggi il 65 per cento del bilancio è fornito dalle sponsorizzazioni, dalla valorizzazione degli spazi, dalla biglietteria e dalla commercializzazione dei prodotti culturali. La cultura chiede oggi di essere competitiva e di avere dei ritorni come prima necessità, e i tagli che subisce sono gli stessi che toccano altri settori, non solo a Roma.
D. La modifica dell'art. 41 della Costituzione proposta dal Governo favorirà maggiormente la libertà d'impresa?
R. Può contribuire a rilanciare l'economia, ma sono più importanti le misure destinate ad effetti nel breve periodo. Una riforma costituzionale ha tempi più lunghi, perlomeno un anno, e la proporrei nell'ambito di un cambiamento culturale, di mentalità, un avvenimento significativo per il medio e lungo periodo. Noi oggi abbiamo bisogno di dare all'economia risposte rapide che altri Paesi hanno dato da tempo, quindi non risposte originali ma richieste da una crisi pesante, che sta diventando strutturale. Dobbiamo fare i conti con un nuovo equilibrio cui l'Italia e l'Europa stanno o dovranno abituarsi, con livelli di crescita più bassi rispetto ad altri Paesi. L'unico modo è cercare di competere in Europa ad armi pari, usando gli shock positivi in campo fiscale e nel campo delle liberalizzazioni.
D. Ha più volte parlato della necessità di un maggiore senso di responsabilità da parte di tutti gli attori della scena economica, produttiva e politica del Paese. Questi appelli vengono ascoltati?
R. Nella competizione globale, con l'ingresso sulla scena internazionale di Paesi che fino a un decennio fa erano considerati del terzo mondo e che oggi sono all'avanguardia - India, Cina, Brasile -, l'Italia può vincere la propria battaglia solo se punta sulla qualità dei servizi e sul made in Italy. Tre fattori rivoluzioneranno il nostro modo di essere: alta velocità, banda larga, federalismo fiscale. Dovremo essere pronti ad affrontare questi impegni. Le grandi aree metropolitane avranno bisogno di nuove infrastrutture, il nuovo imprenditore avrà bisogno di personale sempre più specializzato, ed ecco perché occorreranno sempre più università di qualità capaci di formare professionisti di livello internazionale. Il federalismo fiscale obbligherà le Amministrazioni locali ad essere virtuose e a offrire servizi qualitativamente migliori senza una maggiore imposizione fiscale. È una prospettiva che riguarda tutti, e per questo parlo di senso di responsabilità.

back