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MASSIMO D’AIUTO: SIMEST,GESTIRE CAPITALI DI RISCHIO SENZA CORRERE RISCHI



a cura di
FRANCESCO PIPPI

 

Massimo D’Aiuto,
amministratore delegato e direttore generale della Simest spa



La Simest è nata
nel 1990 da una sfida:
quella di portare i capitali
delle aziende italiane sul mercato internazionale.
Ed oggi gestisce oltre
400 partecipazioni
per un valore complessivo
di 433 milioni di euro in
società straniere,
insieme dotate di un capitale
di oltre 3 miliardi di euro
e un fatturato annuo
che supera gli 8,1 miliardi

ncora odoroso di carta e d’inchiostro, il fascicolo contenente il bilancio 2009 della Simest, Società italiana per le imprese all’estero, è appoggiato sulla scrivania dell’ufficio, affacciato sui tetti del centro di Roma a due passi dal Tevere, dell’ing. Massimo D’Aiuto, amministratore delegato e direttore generale nonché firmatario della relazione sulla gestione che introduce il documento finanziario stesso nella cui pagina 13, dopo un dettagliato panorama della crisi che ha colpito l’economia mondiale (italiana inclusa) si legge: «L’Italia, che a differenza di altri Paesi sviluppati, ha mantenuto una significativa presenza nell’industria manifatturiera e impiantistica, è in grado di realizzare una ripresa duratura usando la leva dell’internazionalizzazione verso i Paesi emergenti a più alta dinamicità».
E ancora: «La scelta, rivelatasi vincente, di mantenere un costante orientamento vero la ricerca della qualità e dell’innovazione sia di prodotto sia di processo, che ha caratterizzato negli ultimi anni le imprese italiane più moderne, consente loro di mantenere quote di mercato e di eroderne altre alla concorrenza». Infine, affinché il messaggio arrivi deciso e chiaro: «La presenza diretta all’estero, attraverso la realizzazione di insediamenti produttivi e commerciali, rappresenta oggi, ancor più che negli anni scorsi, un’importante azione per migliorare la competitività e presidiare mercati di crescenti potenzialità di acquisto. Tale azione va sostenuta dallo Stato con interventi di assistenza reale e di supporto finanziario, nell’interesse del Paese».
È legittimo esprimere un moto di sorpresa se si pensa che nello stesso anno il prodotto interno italiano è diminuito del 5 per cento come peraltro quelli di Germania, Gran Bretagna e Giappone, mentre l’area dell’euro ha segnato una flessione del 4,1 per cento; che il commercio mondiale, fondamentale per un Paese trasformatore ed esportatore quale è l’Italia, è crollato del 12,2 per cento; che da almeno un decennio un’infinità di voci denunciano un «declino italiano» citato ben 293 mila volte da Google, e decretano «la fine della competitività nazionale» sopraffatta, a loro dire, da quella delle cosiddette economie emergenti.
Com’è possibile questa doppia velocità, o meglio questa totale divaricazione, in un Paese nel quale convivono, accanto a grandezze macroeconomiche negative - dalla produzione all’occupazione, per non parlare del deficit e del debito pubblico -, i «migliori risultati di sempre» di quella che oggi rappresenta la più grande holding nazionale a partecipazione pubblico-privata nello sviluppo internazionale delle imprese italiane?
«Negli ultimi cinque anni–spiega D’Aiuto–, i ricavi della Simest sono cresciuti di oltre il 20 per cento, per attestarsi nel 2009 ad oltre 44 milioni di euro; il margine operativo lordo è aumentato del 27 per cento, fino a rappresentare l’anno scorso il 44 per cento dei ricavi; l’utile prima delle imposte del 59 e quello netto del 28 per cento, per un valore nel 2009 di 10 milioni e mezzo di euro, pari a un quarto dei ricavi. Anche il Return on equity, indice principale della redditività del capitale, nel periodo 2009 è aumentato del 28 per cento, raggiungendo il 6,4 nel 2009».
Tutto ciò è musica, ovviamente, per le orecchie dei soci della Simest, vale a dire il Ministero dello Sviluppo economico detentore del 76 per cento del pacchetto azionario, e le principali banche italiane - Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi, Bnl, ecc. - che si dividono il resto. Soci che da anni si distribuiscono significativi dividendi i quali, nel caso dell’azionista pubblico, sono in gran parte reinvestiti in programmi d’internazionalizzazione a favore delle imprese italiane.
Gli stessi risultati rappresentano, comprensibilmente, un motivo di soddisfazione anche personale per chi, come D’Aiuto, ha visto nascere la Simest e l’ha aiutata a crescere impegnandovi vent’anni della propria attività professionale. In un recente volume edito dal Gruppo 24 Ore dal titolo «A prova di crisi», di Mauro Castelli, D’Aiuto ha ricordato come la Simest sia nata da un’idea di Renato Ruggiero: «Fu lui–racconta–, ad ipotizzare nel 1990 la creazione di una società finanziaria di capitali rifacendosi ad analoghe iniziative maturate all’estero, tesa a favorire l’internazionalizzazione delle nostre imprese attraverso capitale di rischio, peraltro sostenendole attraverso un’adeguata assistenza tecnica e professionale».
Istituita nel 1991 con quattro dirigenti, un impiegato amministrativo e un ufficio in affitto presso la Gepi nel quartiere romano dell’Eur, accompagnata dalle diffidenze da parte delle aziende che paventavano la riproposizione dell’ennesimo carrozzone o carrozzino pubblico, la Simest crebbe invece presto e bene, contribuendo a portare a termine operazioni significative quali l’acquisizione della compagnia aerea ungherese Malév da parte dell’allora robusta Alitalia, e lo sviluppo della Fiat Auto Poland. Nel 1999, con l’assorbimento delle attività svolte dal Mediocredito Centrale nella gestione dei principali strumenti finanziari pubblici a sostegno delle attività di internazionalizzazione, e nel 2000, con lo spostamento nella sede attuale, la Simest ha acquisito l’attuale fisionomia, almeno in termini di dipendenti, oltre 150 professionisti, senza però smettere di ampliare la propria attività.
«Oggi–spiega D’Aiuto–la Simest gestisce oltre 400 partecipazioni, per un valore complessivo di 433 milioni di euro, in società straniere che dispongono di un capitale complessivo di oltre 3 miliardi di euro e totalizzano un fatturato annuo che supera gli 8,1 miliardi». Più specificamente, la Simest svolge molte attività, non tutte pienamente conosciute.
Può acquisire partecipazioni nelle imprese di Paesi non aderenti all’Unione Europea al 49 per cento del capitale sociale, investendo direttamente o attraverso il Fondo unico di partecipazione di venture capital istituito nel 2004 e gestito dalla stessa Simest per conto del Ministero dello Sviluppo Economico. In Italia e nell’Unione Europea dall’inizio del 2010 la Simest può acquisire a condizioni di mercato, le uniche permesse dalla legislazione comunitaria, partecipazioni minoritarie al capitale sociale di imprese italiane che sviluppino investimenti nella produzione, innovazione e ricerca. Nel campo dei fondi agevolati la Simest gestisce ogni anno importi ingenti, fra i 5 e i 6 miliardi di euro, destinati ad oltre 350 aziende.
Anche in questo settore sono intervenute, negli ultimi mesi, rilevanti innovazioni la principale delle quali, spiega l’amministratore delegato, «consiste nell’introduzione di un nuovo strumento finanziario, chiamato patrimonializzazione, che consente alle aziende italiane esportatrici di rafforzarsi finanziariamente». Ultime, ma non per importanza, le attività di assistenza e di scouting, le missioni imprenditoriali e istituzionali, i contatti con le imprese: nel solo 2009, ad esempio, la Simest ha assistito o contattato per lo scouting circa 2 mila aziende per lo sviluppo in oltre 90 Paesi.
Se, infine, dai numeri si passa ai nomi, si trova come partner della Simest tutta la migliore impresa italiana: Finmeccanica, Fiat, Impregilo, Enel, Astaldi, Ferrero, Piaggio, Parmacotto, Pomellato, Marcegaglia, Trevi e altre centinaia di nomi in genere meno conosciuti, in maggioranza di imprese medio-piccole. Imprese delle quali la Simest oggi si propone come partner a tutto tondo, impegnata a sostenerne non più la semplice apertura all’estero ma anche l’innovazione e il rafforzamento patrimoniale. In una parola la competitività.
E qui tornano le domande di partenza: quanto questa «Italia che funziona» è rappresentativa dell’intera economia nazionale? Quali sono le sue caratteristiche e quanto esse possono «esportarsi» nel resto del sistema produttivo italiano? L’ing. D’Aiuto non si sottrae a queste domande, anzi risponde in maniera insieme partecipe e dettagliata, da persona non solo informata sui fatti ma appassionata al tema.
Domanda. Quante sono le aziende italiane più «moderne», e quali le loro principali caratteristiche?
Risposta. Circa 10 mila, che insieme totalizzano quasi il 70 per cento del prodotto nazionale. Sono aziende che producono o che esportano, capaci di cogliere le opportunità offerte tanto dai Paesi più maturi, più colpiti dalla recente crisi internazionale - Stati Uniti in testa -, quanto dai Paesi emergenti, che hanno meglio resistito alla recessione continuando, in molti casi, a crescere anche se a ritmi più lenti: Cina, India, alcuni Paesi del Golfo Persico, Brasile, certi Paesi africani, Russia, almeno in parte ecc. Sono aziende vivaci, competitive, con un elevato contenuto tecnologico e operanti in tutti i settori, i più importanti dei quali sono il meccanico e l’elettromeccanico. Queste aziende sono, per circa i due terzi, supportate dalla Simest attraverso una o più attività che questa svolge, come partecipazioni di capitale, agevolazioni ed altro.
D. Sono aziende grandi o piccole?
R. Appartengono in prevalenza alla fascia delle piccole e medie. Non bisogna però dimenticare che, salvo rare eccezioni, anche le aziende italiane di maggiori dimensioni risultano, sul mercato internazionale, più piccole dei corrispondenti campioni nazionali degli altri Paesi i quali, per di più, aggiungono robuste politiche di sostegno. Ciò magrado, le aziende italiane non solo hanno tenuto, ma sono cresciute, acquisendo quote di mercato in vari settori, compresi quelli ritenuti più promettenti.
D. A che cosa si riferisce?
R. Ad esempio al settore delle energie rinnovabili, al quale abbiamo destinato nell’ultimo anno 34,5 milioni di euro, pari al 22 per cento di tutti i nostri impegni. Al riguardo ricordo la nostra partecipazione al progetto della Brevini Wind per la produzione di impianti eolici negli Stati Uniti, in particolare nello Stato dell’Indiana, con un investimento complessivo di 62 milioni di dollari. Si tratta di un settore in notevole crescita, sull’onda della politica dell’attuale Presidenza Obama che si è posta l’obiettivo di arrivare, entro il 2030 a produrre il 20 per cento del fabbisogno energetico attraverso le centrali eoliche.
D. Altri esempi dell’impegno Simest in questo settore?
R. Il progetto con l’Enel Green Power, del costo di 185 milioni di dollari, per la realizzazione e la gestione in Guatemala di un impianto idroelettrico «ad acqua fluente» nel Dipartimento di Quiche; il progetto con l’Astaldi in Cile per la costruzione di una grande centrale idroelettrica con un contratto dell’importo di 200 milioni di dollari; infine la collaborazione con la Pettinatura di Verrone in Tunisia: sorta negli anni 60 nel settore della pettinatura e della lavorazione della lana, da cui il nome, quest’azienda, nell’ambito di un interessante progetto di diversificazione nel campo delle energie rinnovabili, ha realizzato un progetto per la spremitura e la raffinazione di olio vegetale derivato dalla pianta della Jatropha per la produzione di biodiesel da impiegarsi negli impianti di cogenerazione.
D. Che cosa occorre affinché le aziende italiane competitive crescano ulteriormente, in numero e in dimensione?
R. Sicuramente, permangono in Italia fattori che limitano lo sviluppo dell’impresa, rendendone difficile il passaggio da micro o piccola ad azienda più grande. Le principali condizioni di crescita risiedono in un mercato interno sufficientemente vivace, in una fiscalità che non penalizzi lo sviluppo, in una politica occupazionale che, da un lato, garantisca a chi lavora la giusta remunerazione ma, dall’altro, lasci all’azienda che cresce la necessaria flessibilità.
D. In materia di politiche del lavoro non è già stato fatto molto, e c’è chi dice troppo, in tal senso?
R. Occorre introdurre in Italia un nuovo sistema di tutele del lavoro che elimini le disparità di condizioni, tuttora esistenti, fra piccole e grandi imprese. Per il piccolo imprenditore la fiscalità e la mobilità del lavoro sono i principali ostacoli alla crescita insieme alle perduranti inefficienze e farraginosità della macchina burocratica.
D. In che modo la flessibilità non si tradurrebbe in un ulteriore aumento del già numeroso esercito di precari?
R. Ciò che si cerca di delineare è il contrario della precarietà: è un meccanismo programmato che, tenendo conto delle aree di eccellenza dell’industria italiana, punti a concentrarne le forze. In tale contesto diventa primaria la maggiore permeabilità fra il mondo delle aziende e quello della ricerca: i migliori talenti che escono dal mondo della scuola e della ricerca non devono emigrare all’estero ma, almeno per la maggior parte, entrare nelle nostre aziende, specie piccole e medie, e garantirne la necessaria innovazione.
D. È una prospettiva realistica? O hanno invece ragione coloro che parlano di «declino irreversibile del nostro sistema Paese», qualunque cosa ciò voglia dire?
R. Anche alla luce della recente crisi economica credo sia più giusto parlare di declino dei Paesi occidentali. Tale declino riguarda in primo luogo i valori che sono alla base dello sviluppo economico, e il principale dei quali è il valore del lavoro.
D. Che cosa intende dire?
R. A un certo punto, dopo aver raggiunto un livello di benessere senza precedenti nella propria storia, l’Occidente ha pensato che questo fosse un risultato acquisito per sempre. Ciò l’ha portato a svalutare progressivamente il valore del lavoro con ciò rendendolo, a lungo andare, sempre più fragile ed esposto alla concorrenza di altri Paesi, assai più dinamici, che reclamano con forza un posto nel consesso internazionale.
D. È possibile tornare a puntare sul valore del lavoro?
R. Dobbiamo farlo. Questo valore è oggi incarnato proprio dalle aziende più dinamiche, spesso piccole e medie: deve tornare a pervadere tutto il sistema. Segni incoraggianti in questa direzione non mancano. Ma occorre far presto.

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