Manovra finanziaria
Tasse occulte
ed effetti rovinosi
per i percettori
di reddito fisso
di GIORGIO BENVENUTO
presidente della
fondazione
Bruno Buozzi
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a crisi finanziaria che ha investito l’Europa con particolare riferimento alle economie dei Paesi contrassegnati con l’acronimo PIGS - Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna-, ha finalmente convinto la Commissione europea a individuare nuove regole, nuove procedure, nuovi sistemi di controllo per evitare di compromettere il sistema economico e sociale alla base dell’euro. Il 30 giugno scorso è stato varato un documento («Rafforzare il coordinamento delle politiche economiche per la stabilità, la crescita e i posti di lavoro. Strumenti per una governance economica più forte in ambito UE») per delineare quattro aree di intervento: forte sorveglianza macroeconomica; quadro nazionale di bilancio più rigoroso; applicazione stringente del patto di stabilità e crescita; semestre europeo per definire la cornice per le politiche economiche nazionali.
In particolare i Paesi con un livello alto di debito e in ritardo nella riduzione del disavanzo eccessivo verso la soglia del 3 per cento del prodotto interno potrebbero essere oggetto di un’apposita procedura, con un trattamento molto più severo per quelli con un rapporto debito-prodotto interno superiore al 60 per cento. L’avvio delle procedure per disavanzo eccessivo comporterebbe la sospensione degli stanziamenti di impegno connessi ai programmi pluriennali relativi ai fondi strutturali, alla politica agricola comune e al fondo europeo della pesca.
Alla luce di queste direttive, particolarmente impegnative per l’Italia, il Governo ha ottenuto prima della pausa feriale, con un duplice voto di fiducia al Senato e alla Camera, l’approvazione del decreto legge riguardante le «misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica»; tale decreto, che ha avuto modifiche irrilevanti ai fini dei saldi nel corso del dibattito parlamentare, realizza una correzione, rispetto all’indebitamento tendenziale, per raggiungere nel 2012 il 2,7 per cento rispetto al prodotto interno: l’indebitamento, programmato al 5 per cento nel 2010, scenderebbe al 3,9 per cento nel 2011 e al 2,7 nel 2012, con un’incidenza cumulata della manovra sul prodotto interno dell’1,5 per cento.
In termini quantitativi la correzione è di circa 12 miliardi di euro nel 2010 e di circa 25 miliardi sia nel 2011 che nel 2012. La manovra è costruita con un’azione combinata tra reperimento delle risorse (maggiori entrate e minori spese) e impieghi di risorse per lo sviluppo (minori entrate e maggiori spese). Le misure comportano un impatto limitato nel 2010: in termini di indebitamento, ci sono 1.527 milioni di risorse usate per finalità di sviluppo. La correzione, invece, avviene con il reperimento delle risorse in modo crescente negli anni successivi: 17,3 miliardi nel 2011; 27,1 nel 2012; 26,4 miliardi nel 2013. Gli impieghi per finalità espansive avvengono invece in maniera decrescente: dal 98 per cento del 2010 si scende al 30 nel 2011, al 7,6 nel 2012, al 5,3 per cento nel 2013.
Un’osservazione in generale va fatta: la manovra è al limite rispetto ai parametri europei. Il rischio, ricordato dalla Banca d’Italia nell’audizione in Parlamento, è che la manovra nella sua composizione, con la riduzione degli investimenti, potrebbe avere effetti deflattivi riducendo la crescita del prodotto interno di quasi mezzo punto percentuale, rendendo improbabile l’indebitamento al di sotto della soglia del 3 per cento.
Ecco perché non è convincente l’affermazione ripetuta più volte in Parlamento per sottolineare che la manovra è sufficiente e che non esistono presupposti per un’ulteriore manovra in autunno. Realisticamente è probabile che occorrerà immaginare, tenendo conto dell’evoluzione della crisi, misure che accelerino la crescita del prodotto interno e che, soprattutto, individuino risorse capaci di evitare la stagnazione e l’impoverimento, con particolare riferimento ai ceti medi e alle famiglie.
In dettaglio la manovra si presta ad ulteriori valutazioni. Le entrate tributarie, la cui entità complessiva è stata incrementata nel corso del dibattito parlamentare (798 milioni di euro nel 2010; 3.329 milioni nel 2011; 9.676 milioni nel 2012; 7.589 milioni di euro nel 2013) sono incentrate principalmente su misure di potenziamento della lotta all’evasione fiscale e di accelerazione degli incassi della maggiori imposte dovute a seguito dell’attività di accertamento.
Siamo dinanzi a una novità rilevante: il maggior gettito atteso nelle misure di contrasto all’evasione non è più considerato come semplicemente eventuale e aggiuntivo, ma è contabilizzato a pieno titolo come fonte di finanziamento delle manovre di finanza pubblica. L’affermazione più volte ripetuta «Non metteremo le mani nelle tasche dei contribuenti», è contraddetta dalle cosiddette tasse occulte (incremento delle addizionali su Irpef e su Irap), che le autonomie locali, ossia gran parte dei grandi e medi Comuni e le Regioni) stanno predisponendo a partire dal prossimo anno. Gli effetti saranno rovinosi per il potere di acquisto di chi ha un reddito fisso (le addizionali sull’Irpef sono proporzionali e non progressive) e per il sistema delle piccole imprese a causa dell’analogo aumento dell’Irap.
In questo contesto si pone, anzi si impone la necessità di un intervento che utilizzi parte degli introiti derivanti dalla lotta all’evasione fiscale per procedere a un riequilibrio del carico fiscale. Le misure che sono state adottate per combattere l’evasione fiscale produrranno risultati più consistenti di quelli preventivati; così come è già avvenuto per il rientro dei capitali illegittimamente detenuti all’estero: 5,2 miliardi rispetto a 1 euro previsto. È comprensibile la prudenza del ministro dell’Economia (Sottovalutare le entrate, sovrastimare le uscite). Ma la prudenza non può sconfinare nell’esagerazione: le maggiori risorse recuperate rispetto a quelle previste dovrebbero essere, sia pure in parte, destinate ad evitare la stagnazione delle nostra economia.
Il secondo punto critico è quello del pubblico impiego (1,8 miliardi in meno per il 2011; 2,7 miliardi in meno per il 2012; 3,4 miliardi in meno per il 2013), al netto delle ulteriori riduzioni di spesa che saranno attuate dalle autonomie locali. Le misure (blocco delle retribuzioni per un triennio, non rinnovo dei contratti e blocco degli automatismi di carriera e dei meccanismi che determinano l’incremento automatico delle retribuzioni) si aggiungono al rafforzamento delle tradizionali misure volte a ridurre il turnover e a contenere la spesa per l’impiego di personale con forme contrattuali flessibili.
Un’applicazione rigida di queste misure rinvia a un futuro incerto e lontano la necessaria riforma della Pubblica Amministrazione, con la valorizzazione della professionalità e dell’impegno unita a una ristrutturazione dell’impiego riarticolandolo con un uso ottimale nel territorio e nelle attività di servizio nei confronti dei cittadini e delle imprese. Insomma nel settore del pubblico impiego si sarebbe dovuto e potuto operare con la duttilità usata nel comparto della previdenza e assistenza ove, ad esempio, l’innalzamento inevitabile dal 2012 del requisito anagrafico per il pensionamento di vecchiaia ordinario delle lavoratrici pubbliche a 65 anni ha un significato compensativo, in quanto le relative economie sono destinate ad interventi diversi finalizzati a politiche sociali e familiari.
Sono invece condivisibili le misure correttive poste a carico del comparto delle Amministrazioni locali. A differenza di quanto operato nel decennio trascorso, l’effetto di contenimento dei saldi per le Regioni a statuto ordinario, per i Comuni e per le Province non risulta affidato allo strumento del patto di stabilità interno, inteso come vincolo sulle poste di bilancio, ma invece a una riduzione dei trasferimento spettanti. Non è comprensibile la reazione della Conferenza Stato-Regioni, che ha ripetuto il tradizionale atteggiamento manifestatosi puntualmente in passato in occasione della predisposizione delle leggi di bilancio. Più aperta, invece, e più negoziale la posizione dell’Anci, Associazione nazionale dei Comuni italiani.
La spesa degli enti decentrati è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi dieci anni, anche con il ricorso a spericolate manovre finanziarie, con l’uso a volte irresponsabile dei cosiddetti derivati e con il fiorire di una letteratura di successo sugli sprechi: apertura di sedi paradiplomatiche all’estero; sponsorizzazione della squadra nazionale di calcio in Sud Africa; trattamenti retributivi e pensionistici faraonici per i quadri direttivi delle regioni e di grandi comuni; dilagare del turismo in Paesi esotici ecc.
L’attuazione accelerata del federalismo fiscale è l’occasione per ricostruire un rapporto positivo tra Stato e autonomie locali. Una collaborazione tra i diversi soggetti per premiare gli enti virtuosi nel quadro di una corretta solidarietà e di una riconfermata coesione nazionale è la riforma da realizzare con puntualità e tempestività. Nel quadro della manovra economica il grande assente è purtroppo la riduzione dei costi della politica. Le misure preannunciate dai presidenti di Camera e Senato sono modeste e tardive. Colpisce il silenzio sui meccanismi assurdi che attraverso i rimborsi elettorali destinano ingenti e crescenti risorse a partiti politici che, a differenza del passato, non dovrebbero averne bisogno perché hanno apparati e strutture leggere. In conclusione le misure erano e sono necessarie; dovevano e debbono essere tempestive; potevano e debbono essere meglio calibrate. In autunno bisognerà rimboccarsi le maniche con una visione strategica che delinei finalmente delle priorità in modo da realizzare quelle riforme che finalmente attuino politiche economiche e sociali per la stabilità, la crescita e il lavoro.
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