Nuove forme di finanziamenti
Microcredito:
come, quando,
quanto, a chi
e da chi viene concesso
di FABIO PICCIOLINI
Segretario nazionale
dell’ADICONSUM

In Italia il microcredito
solo negli ultimi anni ha
trovato un piccolo spazio;
precedute da Monti
di Pietà, Raffaisen,
Casse rurali, banche
di credito cooperativo
e Mag, l’hanno poi
adottato le Ong italiane
e da ultimo
la Banca Etica
nata
a Padova;
non esiste
un solo microcredito
ma tanti, per dislocazione
territoriale
e per erogazione
dei finanziamenti
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ue recenti fatti hanno riportato in evidenza il microcredito: la sua introduzione nella legge bancaria con regole in alcuni casi anche «incaute», e un convegno a Palermo organizzato dalla Provincia nel quale è stata presentata, grazie all’intervento anche economico della Provincia stessa, una singolare iniziativa di microcredito, MicroPa. Una delle definizioni classiche di microcredito, anche se non l’unica, è la «concessione di prestiti di piccola entità a microimprenditori che non hanno accesso al sistema finanziario tradizionale». Il microcredito, come oggi conosciuto, nasce nel 1976 con la «banca villaggio», la Grameen bank, di Muhammad Yunus, Premio Nobel per la pace nel 2006, con la finalità di portare sviluppo economico e consentire a comunità di donne dei villaggi rurali del Bangladesh e a soggetti discriminati e poveri di accedere ai servizi finanziari, altrimenti preclusi, utili per lo sviluppo delle loro attività produttive.
L’utopia di Yunus era «make poverty history», ovvero consegnare la povertà alla storia. Purtroppo, solo un sogno, come dimostrano due dati economici per dare il segno della situazione mondiale: i poveri nel mondo sono circa 1,2 miliardi, il loro risparmio è uguale all’uno per cento di quello mondiale, ma ricevono solo lo 0,2 per cento del credito mondiale. Nelle aree in cui il microcredito si è sviluppato è sufficiente un piccolo prestito, di solito non superiore a cento dollari, da utilizzare per far nascere o sviluppare piccole attività economiche come agricoltura, allevamento, produzione e commercio o servizi, di famiglie non accettate dai circuiti bancari legali, altrimenti povere, escluse e soggette esclusivamente a beneficenza e carità.
All’attività di microcredito se ne affiancano, spesso, alcune strumentali e complementari, indispensabili per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Tra le forme complementari del microcredito certamente rientrano i Business management services (business planning, amministrazione, contabilità, gestione finanziaria, definizione dei prezzi, gestione del personale), utili per ottimizzare il controllo e l’efficienza dell’attività economica di chi accede al credito, ad esempio attraverso la formazione, l’assistenza tecnica, i servizi di marketing utili per sviluppare l’attività, servizi di assistenza legale, fiscale o amministrativa, creazione di reti commerciali di vendita.
La banca, nei Paesi in cui si è sviluppato il microcredito, anche se non può chiamarsi così secondo i canoni occidentali, è gestita da poche persone e si finanzia attraverso i fondi della banca stessa (internal account) o con prestiti di altri intermediari finanziari (external account). L’obiettivo della banca è di patrimonializzarsi sempre più: l’internal account, composto del risparmio dei membri e capitale accumulato per interessi, diviene gradualmente più consistente, sganciandosi progressivamente dalla necessità di attingere all’external account.
L’idea della Grameen bank è stata semplice: riunire i potenziali beneficiari dei prestiti in gruppo (solidarity group), cosiddetto peer lending. Come funziona? I partecipanti al Solidarity group, 3-10 persone della stessa comunità, rispondono dei prestiti assunti da qualsiasi componente del gruppo. I prestiti possono essere revolving, in altre parole concessi solo quando quello precedente, di un altro partecipante al gruppo, è stato rimborsato integralmente. Una forma alternativa di credito prevede che più persone accedano contemporaneamente a un prestito, ma nessuno può avere più di un prestito se tutti gli altri non hanno rimborsato il loro finanziamento. In questo caso, per non concentrare i rischi, le attività dei richiedenti devono essere diverse. Il prestito di gruppo è costituito dalla somma dei prestiti individuali. I prestiti sono erogati in cicli successivi (10-12 mesi), nei quali il corretto ripagamento prevede l’incremento dei crediti futuri. Il rimborso dei prestiti avviene ratealmente.
Un’altra tipologia di erogazione di microcredito sono i Revolving loan funds. In questo caso il credito è concesso dalle Community Managed Revolving Loan Funds, gruppi più strutturati della banca del villaggio; infatti le Community utilizzano prevalentemente fondi propri e invogliano fortemente al risparmio. La concessione di microcredito è sottoposta all’accantonamento di una quota. Unire la concessione di credito al risparmio non solo è una garanzia finanziaria maggiore (cash collateral), ma una forma di «acculturamento» sulla gestione di un bilancio familiare e di impresa, e una tutela per far fronte alle calamità naturali, molto frequenti nelle zone in cui il microcredito si è sviluppato. Una terza branca di soggetti erogatori sono le Saving and Loan Associations, associazioni locali che operano con risparmio locale e mediano i flussi economici e finanziari delle aree urbane, semi-urbane, rurali. Il risparmio rimane nel territorio in cui è stato raccolto.
Il microcredito come è conosciuto in Occidente ha invece la forma dell’individual lending. L’individual lending è molto più vicino al concetto di banca; come fa intuire il nome stesso, prevede un contatto continuo e diretto con i singoli clienti, un’analisi della loro situazione economica, il rilascio di garanzie. Da questa idea sono nate varie iniziative di microcredito da parte di organizzazioni non governative (Ong), agenzie di sviluppo della cooperazione e organismi intergovernativi (World Bank, Onu, agenzie specializzate), tutte basate sul principio di finanza etica.
Anche la finalità del microcredito ha qualcosa di diverso. Infatti, se è sempre quella di combattere la povertà e stimolare le attività produttive e la dignità delle persone, è superato il vecchio principio, dei Paesi e dei Governi del Nord del mondo, dell’aiuto a fondo perduto, sostituendo la beneficenza e il dono che hanno creato soprattutto danni, con il finanziamento a singoli o a gruppi (non alle nazioni), che con il loro lavoro dovranno restituirlo.
Il microcredito nasce, in Europa e in Italia, come aiuto per la microimpresa, che, per i motivi più diversi, non gode di accesso al credito bancario; nel tempo e, più di recente, a causa delle difficoltà di accesso al credito delle famiglie più deboli e della crisi economico-finanziaria che sta attanagliando il mondo da ormai oltre due anni, è stato esteso alle famiglie. Dal 2005, anno mondiale del microcredito, è stato un fiorire di iniziative. A livello europeo la Commissione ha avviato un programma di solidarietà, approvato dal Parlamento europeo, per la costituzione di un fondo di cento milioni di euro, che può quintuplicarsi con l’intervento delle istituzioni finanziarie internazionali, per concedere micro finanziamenti a piccole imprese (con un massimo di dieci dipendenti e meno di due milioni di fatturato) a chi ha perso il lavoro, a chi vuole avviare una microimpresa.
Esempi significativi di microcredito sono presenti nel nord Europa: Triodos in Olanda, attiva nell’economia sociale, ambientale, no-profit, arte, cooperazione internazionale e commercio equosolidale; ABS-Alternative Bank Suisse, Svizzera; Gls Gemeinschaftsbank; Eko-Osuuspankki, Finlandia; Oikos e Merkur, Danimarca; Banque Populaire du Haut-Rhin, Francia. Nel resto del mondo iniziative interessanti solo la giapponese Citizen Bank e la statunitense South Shore Bank. Tutti gli intermediari sono membri dell’Inaise, International Network Association of Investors in Social Economy, una rete internazionale che sostiene la crescita sociale.
In Italia il microcredito solo negli ultimi anni ha trovato un piccolo spazio nonostante il tasso di esclusione finanziaria sia intorno al 25 per cento; tralasciando i Monti di Pietà di medievale memoria, le prime forme di microcredito risalgono all’800 con le Raffaisen, poi casse rurali ed oggi banche di credito cooperativo; nel ‘900 le mutue autogestione Mag, sviluppatesi soprattutto nel Nord, gruppi chiusi che con il risparmio dei soci finanziano l’economia sociale e la cooperazione internazionale.
Numerose Ong italiane hanno poi adottato lo strumento del microcredito nei loro programmi di sviluppo, ritenendolo un importante mezzo per la ridefinizione delle politiche di sviluppo economico. Da ultimo l’iniziativa più strutturata, quella Banca Etica nata a Padova per iniziativa della Banca popolare Etica, Consorzio Etimos, Fondazione Banca Popolare Etica. Banca Etica che si basa sulla partecipazione dei soci, sull’orientamento del risparmio verso progetti con finalità sociali e con il sostegno a iniziative socio-economiche senza scopo di lucro. Come per tutte le iniziative che riguardano i finanziamenti, non esiste un solo microcredito ma tanti, sia come dislocazione territoriale sia come erogazione dei finanziamenti e dei servizi complementari.
A livello territoriale la differenza maggiore, anche se non esiste una netta separazione o una mappa precisa, è lo sviluppo, nel Nord del Paese, del microcredito attraverso l’apporto di capitali privati, banche, Chiesa, fondazioni; nel Mezzogiorno, invece, le iniziative si basano soprattutto su fondi pubblici, statali o di enti locali. Come concessione del credito possono evidenziarsi due grandi aree: la concessione diretta di esso e la concessione di garanzie utili per ottenere il prestito. La prima area è riservata agli intermediari bancari e finanziari; questa attività si limita, di norma, alla sola erogazione del finanziamento. La seconda a soggetti finanziati da privati o dallo Stato o da gestori di fondi dello stesso Stato o degli enti locali. Questi soggetti, associazioni, fondazioni, confidi ecc., da un lato si convenzionano con intermediari al fine di offrire il prestito alle migliori condizioni possibili (in molti casi «fuori mercato») a tutti coloro che chiedono il loro aiuto; in questo caso l’attività di finanziamento si affianca a quella di aiuto per il miglior utilizzo del finanziamento e, soprattutto, per riportare a livello sostenibile il bilancio, indifferentemente di impresa o familiare.
In Italia, per lo sviluppo del microcredito, nel 2006 è stato istituito, con la legge 81 di quell’anno, il Comitato Nazionale Italiano Permanente per il Microcredito, con il fine di incentivare la costituzione di microimprese anche nel settore agricolo. Per vari motivi ancora scarsamente operativo, il Comitato prevede la concessione di credito per il soddisfacimento di bisogni primari soprattutto delle tante marginalità esistenti, dalla microazienda in crisi agli immigrati, dai giovani con lavoro precario alla disoccupazione femminile. Per fare questo il Comitato svolge molta attività complementare al credito, come la formazione degli operatori. Esso rischia però di chiudere ancor prima di avviare effettivamente la propria attività perché compreso tra gli «enti inutili» che la manovra economica 2010 vuole abolire. Nel 2008, poi, nasce la rete italiana di micro finanza Ritmi che riunisce vari soggetti attivi nel microcredito e nella microfinanza.
All’inizio si è parlato di due recenti iniziative. La decisione della Provincia di Palermo di costituire MicroPa, è importante non solo perché è la prima in Sicilia, ma perché ha riunito intorno al progetto non solo l’ente locale, ma le principali associazioni di impresa e, ovviamente, alcune banche. Non solo: sono state coinvolte anche rappresentanze della Chiesa e del movimento consumeristico per la volontà, già dichiarata, di ampliare l’iniziativa, oltre che alle microimprese, anche alle famiglie. Sul microcredito inciderà in maniera molto forte la riforma del Testo unico bancario, attualmente in discussione. Derogando al principio generale per gli intermediari finanziari, il Testo unico bancario prevede che il microcredito possa essere erogato esclusivamente da persone fisiche o giuridiche, ma non da società di capitale.
Le finalità del finanziamento, che non potrà essere superiore a 25 mila euro, senza garanzie reali, saranno indirizzate alla tutela e alla promozione della famiglia e della persona umana, alla costituzione e all’esercizio di attività di microimpresa e di lavoro autonomo, con lo scopo di favorire l’inclusione finanziaria e sociale dei percettori. Per i soggetti eroganti è anche previsto lo svolgimento di attività ausiliarie per l’assistenza e il monitoraggio della microimpresa o del lavoratore autonomo finanziato, e di servizi ausiliari di bilancio familiare a favore delle famiglie o delle persone. Secondo la nuova normativa, per svolgere attività di microcredito è necessario che il soggetto non sia una società di capitali (a responsabilità limitata o per azioni), che i soci e gli esponenti aziendali abbiano requisiti di onorabilità e professionalità, che abbiano un capitale sociale minimo, fissato dalla Banca d’Italia.
Infine, il Ministero dell’Economia fisserà requisiti qualitativi dei beneficiari, forme tecniche di finanziamento e soglie oggettive per lo svolgimento dell’attività basate su volumi, dimensione, finanziamenti e condizioni applicate ai soggetti richiedenti: una normativa indirizzata esclusivamente verso gli intermediari bancari e finanziari, non avendo presente che il microcredito si dipana in molti modi diversi. Per dirla tutta, i soggetti meno indicati per concedere microcredito sono proprio banca o finanziaria, per almeno due motivi.
Perché i costi che un intermediario deve sopportare sono molto più alti di quelli che sopporta qualsiasi altro soggetto operante nello stesso comparto. Le banche, infatti, hanno costi fissi (personale, organizzazione, amministrazione ecc.); ciò non può che far applicare condizioni poco vantaggiose per le persone che hanno bisogno di accedere al microcredito. Un’associazione o una fondazione operano soprattutto, se non del tutto, con volontari e i costi di struttura sono infinitamente più bassi di quelli di una struttura bancaria o finanziaria. Il secondo, che un intermediario non può dedicare tempo e risorse per assistere e seguire la microimpresa o la famiglia, opera fondamentale per fondazioni e associazioni che basano la loro azione soprattutto su aspetti valoriali e non economici. |