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In collaborazione
con lo Stato Maggiore della Difesa

STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE DOCET:
NEL 2030 RITORNO
SULLA LUNA

 

del Ten. Col.
UMBERTO MONTUORO
Collaboratore esterno dell’ASI




Ultima immagine dello Shuttle Discovery, luglio 2005


li annunciati tagli di bilancio alla spesa pubblica statunitense apportati dall’Amministrazione di Barack Obama hanno fatto la prima illustre vittima: il programma di ritorno umano sulla Luna Constellation. Ora le tanto auspicate formule di cooperazione internazionale ad ampio spettro divengono essenziali per la stessa sopravvivenza del piano spaziale. La Federazione Russa, interessata al medesimo obiettivo, potrà divenire un prezioso interlocutore? Quale ruolo svolgeranno gli alleati europei? La Cina, l’India e i nuovi soggetti emergenti nell’agone spaziale assisteranno immobili?
Uno straordinario orizzonte multilaterale si è già realizzato, negli anni Novanta, nel segmento spaziale. Gli Stati membri dell’Agenzia Spaziale Europea, (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera, Gran Bretagna), il Giappone, il Canada e gli Stati Uniti d’America estendono alla Federazione Russa, nel gennaio 1998, l’ambito della propria cooperazione sulla Stazione spaziale Internazionale (ISS). È una data storica: dopo la guerra fredda e il bipolarismo si realizza una partnership internazionale, fatta delle tecnologie e delle esperienze maturate nel difficile campo della ricerca astronautica.
In pochi anni si è raggiunta la condivisione della ricerca congiunta di idonee soluzioni innovative sul piano tecnico e procedurale da parte delle intellighentie e degli apparati organizzativi russi, statunitensi ed europei che offre prospettive inimmaginabili. La tutela delle prerogative sovrane nazionali trova sede di opportuna mediazione politica e giuridica, sotto l’egida dell’interesse comune, nel seno del più importante progetto spaziale dell’umanità. Le preliminari soluzioni tecniche adottate, prima che di carattere scientifico, sono di natura politica, diplomatica e legale. Su questa piattaforma costituita dagli accordi internazionali sono stati costruiti dei meccanismi di cooperazione e di integrazione operativa reali, efficienti, idonei all’assolvimento delle infinite quanto difficili missioni.
Dalla logica dei due blocchi contrapposti si è transitati alla più lungimirante prospettiva della cooperazione, attraverso una fase prodromica di coordinazione e di avvicinamento delle posizioni istituzionali. Tale balzo evolutivo, in questo segmento delle relazioni internazionali, descrive, dunque, la prima grande conquista, ora, però, la prudenza, soprattutto degli Stati Uniti, seguiti dagli altri partners europei e canadese, influenzati dagli altissimi costi di gestione e dalla perdurante crisi economica che incide in modo pesante sui bilanci di tutte le Agenzie spaziali interessate.
La conclusione del programma Shuttle, prevista per il 2010, e il probabile quanto ora imbarazzante uso dei vettori russi Sojuz, sembrerebbe indurre la Nasa a ritirarsi dal futuro della Stazione Spaziale nel 2020, per riflettere in merito a un ipotetico ritorno umano sulla Luna, non più nel 2020 con il programma Constellation, come già dichiarato dalla precedente Amministrazione Bush nel 2004, ma addirittura nel 2030, se non nel 2040. Il nuovo atteggiamento adottato dalla Nasa non appare esente dai condizionamenti indotti anche dalle attuali difficoltà di dialogo intercorrenti tra gli Usa e la Russia, soprattutto nel campo della sicurezza internazionale, con particolare riferimento al paventato ulteriore ipotetico allargamento della Nato all’Ucraina e alla Georgia, ed alle situazioni di conflittualità createsi in passato non solo nell’area georgiana.
L’orientamento americano avrà inevitabili ripercussioni sia sulle scelte complessive dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, che dell’Italia. L’approntamento in orbita di una struttura composita e complessa come la Stazione Spaziale Internazionale, suscettibile di un continuo quanto ormai ultradecennale processo di completamento modulare da parte di tutti gli Stati partecipanti, durante il quale l’attività operativa e di ricerca non si è mai interrotta, abitata da astronauti di tutte le nazionalità interessate compresi in primo luogo russi e americani, ha generato, un raro se non unico, prodotto ampiamente collaudato in un campo di enorme difficoltà.
Tuttavia l’era post-Stazione spaziale ormai incalza, sospinta dalle crescenti difficoltà di bilancio, decretata dal mutato scenario geopolitico e suggellata dalle prevalenti stime in termini decostruttivi e negativi degli addetti al settore. L’industria spaziale indiana e soprattutto quella cinese offrono inimmaginabili sinergie a costi economici e politici attraenti ora anche per la Nasa.
Nuovi attori entrano sulla scena internazionale dello spazio, modificando per sempre i perimetri delle rispettive sfere d’influenza regionale, in questo segmento divenuto straordinariamente strategico, non solo nei molteplici piani d’interesse delle relazioni tra gli Stati, dal comparto della sicurezza, al controllo dei flussi e fenomeni transnazionali, allo sviluppo indotto delle tecnologie e del settore industriale civile e militare. Rileva, infatti, lo stesso razionale assetto e non anacronistico monitoraggio delle dinamiche della natura, dalle catastrofi dello tsunami al clima, alle implicazioni economiche o legate alle risorse interne, umane e materiali.
Infine riemerge, seppur ancora attualmente celata da diversi intenti dichiarati, l’antica prospettiva unilaterale degli Stati Uniti protagonisti assoluti nella scena mondiale. Il Pentagono formula, infatti, durante la trascorsa Amministrazione, una nuova suggestiva quanto seduttiva teoria del potere aerospaziale: la Full Spectrum Dominance. Si postula, quale moderno orizzonte della sicurezza dei prossimi decenni, il dominio militare su scala planetaria, composto dalla deterrenza, dal controllo, dall’intelligence preventivo e operativo, nonché da capacità di proiezione militare unilaterale in tutti gli ipotetici scenari, dei quali lo spazio rappresenta la chiave di volta dell’auspicata egemonia US. Appare la riedizione di una non ancora del tutto superata logica unipolare legata a un New American Century. In tal senso, sul piano strategico, la percezione statunitense dei programmi spaziali cinese e indiano, e viceversa, risulta non funzionale al mantenimento e all’aggiornamento di un significativo vantaggio in questo settore, considerato coerentemente ad ampio spettro.

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