al momento che le crisi economiche sono inevitabili come i mali, è bene aggiornare l’antico proverbio e dire che non tutte vengono per nuocere. Ossia che le attuali difficoltà in cui versa l’economia mondiale, e in particolare quella italiana, qualche aspetto positivo devono pur averlo, come in effetti l’hanno o, meglio, l’avranno. C’è da rallegrarsene, pur nel rammarico per le conseguenze drammatiche a carico delle categorie più deboli. Che la crisi sia frutto degli errori in primo luogo degli economisti, che per fare carriera si legano ai politici, io lo scrivo da anni guadagnandomi la loro inimicizia e l’esclusione dai pretenziosi e autoreferenziali club dell’economia; ma questo è un onore perché dimostra che c’è anche chi dice la verità.
Ora però un grande riconoscimento l’ho avuto: il 28 novembre scorso il Messaggero, che quotidianamente riempie intere pagine di pseudo cronache mondane, ne ha dedicata una a un articolo di un economista, Paolo Savona, dal titolo «Ma è proprio vero che gli economisti sbagliano?». Ebbene in esso quella che io ho sempre definito la «politicizzazione degli economisti», Savona, che pure è un economista, l’ha definita addirittura «asservimento alle idee del potere da parte della nostra categoria». E ha aggiunto che, in particolare in Italia, le prestazioni dei professori di economia «in epoca recente hanno presentato caratteristiche molto marcate da circolo chiuso, originate da convincimenti ideologici o interessi di gruppi ristretti».
Gruppi che io identifico non solo in partiti o lobbies politiche di destra e di sinistra, ma anche nei sindacati, nella Confindustria, nelle banche, nelle grandi società finanziarie, nelle multinazionali, ossia in tutti quegli ambienti che hanno avuto interesse, dal 1992 in poi, ad appropriarsi, come hanno fatto, del patrimonio dello Stato, in particolare di quelle aziende come l’Iri che oggi avrebbero investito capitali pubblici e svolto il ruolo, indispensabile, di ammortizzatori economici e sociali. Ultimo errore la gestione dell’Alitalia, per anni affidata ad amministratori in odore più di preparatori mortuari che di guaritori.
Savona identifica una seconda causa dell’«attuale disastro finanziario» nella mancanza di comunicazione, ossia nel fatto che oggi «si sa di tutto, eccetto quello che succede»; ha ragione, ma che cosa può pubblicare la stampa, tanto più in una materia ostica e noiosa come l’economia, dopo che si è consentito ai grandi gruppi industriali, economici, finanziari, tra cui le banche, di impadronirsi dei giornali e di eliminare dal mercato gli editori puri, indipendenti? Può solo diffondere tesi e notizie ovviamente favorevoli ai programmi, ai beni e ai servizi che gli attuali padroni della stampa producono e vendono. C’è da rallegrarsi, anzi, che Savona abbia trovato uno spazio per pubblicare un articolo coraggioso, oltreché veritiero.
Terza causa del disastro da lui indicata: le agenzie di rating. Specchio Economico da anni ha posto il problema. «Chi controlla i controllori?», «C’è Moody e modi», i titoli di alcuni miei articoli. In Italia, se si vuol fare l’editore occorre prima aprire o acquistare qualche centinaio di librerie, istituire un Premio letterario e nominare una giuria di parenti, amici o dipendenti; idem se si vogliono vendere dischi, cd, dvd ecc. Chi controlla le classifiche delle vendite, le hit parade, gli specchietti simili per allodole? La RCS, ossia la Rizzoli-Corriere della Sera, giunse al paradosso di far intervistare da un suo ex direttore e qualificato fondista, Piero Ostellino, Oriana Fallaci prima ancora che uscisse il libro «Insciallah» da quest’ultima scritto e dalla stessa RCS edito. Un’opera che, annunciata ed esaltata come un grande successo, a dirne bene fu accolta con la massima freddezza dal mercato.
Abbiamo letto su giornali di proprietà di imprenditori appaltatori di opere e servizi pubblici la notizia di un rating favoloso assegnato da una società specializzata al Comune di Roma; ossia di una valutazione positiva del bilancio comunale. Rating ovviamente commissionato e pagato dallo stesso Comune. Fortunatamente i romani sono anche troppo smaliziati, e l’unico effetto che iniziative del genere possono procurargli è il fastidio perché questa ennesima trappola è da loro pagata. Io propongo a chi voglia costituire una società, intraprendere un’attività ed altro, di costituire a parte, tramite prestanomi, un’agenzia del genere; o una società di certificazione, tanto nessuna la certifica e nessuno vi fa caso. E se vi fa caso, non ha strumenti per scriverlo e comunque non desidera perdere tempo, crearsi beghe, procurarsi inimicizie.
Ma proprio le nuove difficoltà costringono adesso lavoratori, famiglie, imprese ad uscire dalle nicchie, a difendersi, a riconquistare il diritto di vedere, di sapere, di controllare. Negativa per la produzione, per l’occupazione, per salari, stipendi e investimenti, la riduzione dei consumi avrà anche un merito, l’eliminazione del consumismo esasperato, incosciente, suicida, che si era creato. Pensiamo alle continue nuove prassi di feste dei familiari, madre, padre, nonno, e presto zie, cognati, cugini; alla marea di regali natalizi inutili da eliminare senza scartarli, magari riciclandoli ad altri; ai farmaci e agli indumenti acquistati e finiti nei rifiuti senza essere mai usati; all’abbandono di costose apparecchiature tecnologiche perfettamente funzionanti; alla programmata eliminazione dell’assistenza e fabbricazione di pezzi di ricambio da parte di costruttori interessati a vendere nuove apparecchiature a data fissa, ad esempio ogni 5 anni: fotocopiatrici, computer, stampanti, centralini telefonici, telefonini, macchine fotografiche ecc.
È il consumo, non il consumismo, il motore dello sviluppo economico e quindi sociale e culturale dei Paesi; il consumismo è il peggiore nemico, perché non consente il formarsi e l’accumularsi di quel risparmio che finanzia gli investimenti per la produzione di beni e servizi più utili alla società e quindi alle categorie più deboli. Ricordiamo come è cresciuta la società italiana dopo la congiuntura che nel 1963 mise fine a un boom economico gonfiato dalla massa di cambiali e rate su tutto: auto, televisori, frigoriferi, case ecc. E avviò il recupero di valori umani e morali che ogni congiuntura necessariamente impone.