Speciale Lazio
SANITÀ PIÙ VICINA
AI CITTADINI,
E PIÙ LIEVE
PER LA CASSA
Piero Marrazzo,
presidente della Regione Lazio

Secondo
Piero Marrazzo,
presidente della
Regione Lazio,
«pensare e realizzare
un insieme equilibrato
di strutture sanitarie
significa attuare
l’uguaglianza tra i cittadini
dei grandi centri
e quelli delle campagna,
ricchi e poveri,
giovani e anziani»
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ensare la Sanità regionale del Lazio nel suo insieme, per offrire un servizio più vicino alle vere necessità dei cittadini e che sia economicamente sostenibile per le casse pubbliche: è questo l’obiettivo della grande e complessa opera di riorganizzazione che è stata messa in cantiere dall’attuale Amministrazione regionale e dal suo presidente Piero Marrazzo nelle vesti di Commissario straordinario per la Sanità. «Dare a ognuno dei cittadini della nostra regione la sanità pubblica che si meritano non è solo un’espressione di rito, non sono solo parole–ha detto Marrazzo–; si tratta di rispettare principi e diritti costituzionali e precisi e di adempiere a un obbligo amministrativo che è a carico delle istituzioni».
«Pensare e realizzare concretamente un insieme equilibrato di strutture sanitarie efficienti–ha proseguito Marrazzo–significa rendere concreto e tangibile il concetto di eguaglianza tra i cittadini, quelli dei grandi centri e quelli delle campagne e dei piccoli paesi, quelli ricchi e quelli poveri, giovani e anziani, in modo che tutti possano essere sicuri che ad ognuno venga garantita la giusta assistenza in caso di bisogno».
Scheletro e struttura portante di tutto il progetto è il Piano Sanitario Regionale (PSR) del Lazio, valido per il biennio 2008-2010. Si tratta di un documento che, in concreto, fornisce una cornice d’insieme alle azioni già poste in essere nel 2007 e negli ultimi mesi del 2008 e a quelle programmate per il 2009, in attuazione del Piano di rientro del deficit e finalizzate a dare un nuovo volto alla Sanità. Il Piano Sanitario si occupa di ridefinire tutte le articolazioni del modello, anche se la riorganizzazione complessiva che prospetta punta altresì a far quadrare i conti di un sistema che, da sempre, produce deficit, spendendo con regolarità prussiana più di quanto disponga.
Tra gli obiettivi di salute che si prefigge il PSR c’è la creazione delle condizioni per migliorare l’assistenza in merito a malattie cardiovascolari, malattie oncologiche, diabete, malattie respiratorie, demenze e malattia di Alzheimer, salute mentale, traumatismi negli anziani. Parallelamente è pensata la costruzione delle 7 reti che da una parte si intrecciano e sorreggono gli obiettivi di salute indicati, mentre dall’altra se ne discostano inserendo reti di collegamento e specialistiche, come quella dell’emergenza e quella pediatrica.
Tali reti sono: quella destinata all’assistenza all’ictus cerebrale acuto, quella integrata per l’assistenza al trauma grave e neurotrauma, quella assistenziale per l’emergenza cardiologica. Seguono quella dell’emergenza nella Regione Lazio, la rete oncologica regionale di cui già esistono schemi e progetti operativi e, infine, la rete pediatrica e il percorso nascita. Al vertice di ognuna di queste il Piano prevede l’esistenza di una sorta di struttura «garante» in grado cioè di fare fronte a ogni tipo di situazione complessa che viene individuata negli ospedali sede di Dea di II livello, cioè il più avanzato in termini di spazi, dotazione tecnologica e servizi di grande complessità. Il piano indica pure modelli e figure che dovranno attrezzare e animare il territorio.
Dal punto di vista strutturale si punta molto sui presidi territoriali di prossimità animati da medici di Medicina generale e infermieri in una dinamica di collaborazione. Questo il dettaglio: la rete destinata all’ictus acuto avrà come Aziende di riferimento i Policlinici universitari Umberto I, Tor Vergata, Gemelli.
Il sistema per il trauma grave e neurotrauma viene costruito in base al modello Centro Traumi di Alta Specializzazione (CTS), Centro Traumi di Zona (CTZ), Presidio di Pronto Soccorso per Traumi. Si identifica quindi un modello di rete ospedaliera che si dota, tra le altre funzioni, di un’organizzazione specifica per la cura del trauma maggiore con la partecipazione degli altri Ospedali non compresi nella rete ma deputati alla cura dei traumi minori.
Per la rete cardiologica invece i centri HUB di «riferimento-teleconsulto» sono il Policlinico Umberto I, Tor Vergata e Gemelli più tre Aziende ospedaliere regionali San Camillo, Forlanini, San Filippo Neri e San Giovanni. La proposta di rete oncologica prevede di organizzare le cure per Dipartimenti. Quelli di II livello sono costituiti in aree territoriali corrispondenti a una o più ASL e utilizzano tutte le risorse idonee messe a disposizione da ASL, AO, IRCCS o Università collocate nel territorio medesimo. Essi possiedono nel loro interno tutte le professionalità, le strutture e le apparecchiature necessarie ad affrontare le esigenze dei pazienti oncologici nelle varie fasi della malattia. Alcune funzioni specialistiche potranno essere individuate in centri sovradipartimentali o anche in un unico centro regionale (Polo oncologico o altri centri a elevata specializzazione che potranno assumere funzioni di hub anche solo per una specifica attività diagnostica o terapeutica).
Per la pediatria, il Piano propone di superare le criticità attuali con la trasformazione della tradizionale U.O. Pediatrica ospedaliera in area pediatrica, intesa come area omogenea per livello di assistenza in cui confluisca tutta l’utenza di fascia pediatrica dell’ospedale, medica, chirurgica e specialistica, in modo da assicurare la maggiore qualità delle cure dal punto di vista specialistico, assistenziale e psicologico.
Infine nell’area dell’emergenza, considerata dal Piano elemento di collegamento essenziale del sistema, la rete delle strutture che ospitano Dea di II livello - cioè quello al «top» - viene ampliata portando il numero a 7 con l’introduzione di due novità importanti: il posizionamento di un dea di II livello in provincia, cioè a Latina, e uno di I livello in una struttura privata accreditata, il Policlinico Casilino.
Tutta questa progettualità, però, non potrà divenire concreta senza una profonda e seria ridistribuzione della rete ospedaliera, per portare ospedali e posti letto dove servono e non ve ne sono, togliendoli dove ve ne sono in eccesso rispetto alle necessità. «Il futuro della Sanità regionale si sposta quindi sul territorio–ha illustrato ancora il presidente Marrazzo–, perché è lì che viene portato il baricentro del sistema sanitario regionale. Lì dovrà essere impegnata la parte più consistente della spesa, cambiando radicalmente le proporzioni attuali».
Attualmente infatti, il 53 per cento delle risorse del Fondo sanitario regionale sono impegnate per sostenere l’attività ospedaliera che presenta livelli di inappropriatezza molto alti e solo il restante 47 per cento è utilizzato per finanziare la sanità diffusa. La profonda riforma cui è sottoposta la rete ospedaliera regionale, che deve passare entro il 2009 dagli oltre 21 mila posti di oggi a poco più di 18 mila, apre spazi di lavoro amplissimi che, se sfruttati nel miglior modo, possono far fare alla sanità regionale il salto di qualità richiesto dal Piano di rientro, ma anche e soprattutto dai cittadini.
Il passo più facile, e per molti versi obbligato a ragione delle implicazioni economiche e occupazionali che comporta, verso la direzione indicata, è quello di avviare la riconversione di tutte quelle strutture pubbliche e private che hanno avuto disattivati posti letto per acuti. Sommando le manovre messe in atto nell’autunno 2008 e quelle programmate per il 2009 c’è da inventare un nuovo futuro per 22 cliniche private accreditate e per molti reparti di ospedali pubblici grandi e piccoli per un totale di circa 3 mila posti letto. In pratica è come se si dovesse spalmare nel territorio l’equivalente di 3 ospedali da mille posti letto, cioè tre strutture come il San Camillo.
Il piano di riorganizzazione della rete ospedaliera evidenzia il problema e indica soluzioni operative in grado di facilitare il cambio di rotta partendo dalle risultanze dello studio sul fabbisogno di salute della popolazione, che risale al 2007. «Pur ritenendo–si legge nel Piano di riorganizzazione–, che la valutazione del fabbisogno necessiterebbe ulteriori approfondimenti, nelle specifiche sezioni si riporta lo stato dell’offerta delle ASL regionali per le diverse tipologie assistenziali destinatarie delle riconversioni, individuando le aree di eccesso o di carenza; è proprio nelle ASL in carenza che prioritariamente si dovrebbe, laddove esistano le condizioni, procedere alla riconversione di strutture per acuti in disattivazione. Altri elementi di riflessione, nella formulazione delle ipotesi di riconversione, sono riferibili ai dati disponibili sullo stato della popolazione anziana nei territori interessati, con valutazioni relative a numerosità e livello di compromissione dello stato funzionale, nelle diverse Aziende Sanitarie Locali”.
Cosa fare è dunque molto chiaro e per attuarlo ogni Asl può fare riferimento ai fabbisogni specifici della sua popolazione approfittando dell’occasione fornita dal piano di rientro per dotare il proprio territorio di servizi altamente richiesti e totalmente mancanti. Il discorso vale soprattutto per la rete delle Residenze sanitarie assistenziali per le quali il Piano prevede 2,5 posti residenza per 100 abitanti ultrasettantacinquenni; considerando la popolazione residente nel Lazio, al 2007 il fabbisogno totale regionale risulterebbe pari a 12.186 posti residenza. Oggi, invece, le Rsa operanti sono 74, per un totale di poco superiore ai 5 mila posti che si avvicinano ai 6 mila sommando quelli in via di accreditamento. Lo spazio non manca visto che la grande carenza di posti in Rsa grava soprattutto su Roma che è in difetto di 5 mila posti, e considerato che proprio nel territorio della Asl RmA, dove si trova l’Umberto I, i posti di Rsa mancanti sono oltre 1.200.
Ma se questa è la riserva più ampia, altri spazi di manovra sono rappresentati dai Presidi territoriali di prossimità, strutture che nel modello base proposto hanno come possibilità quella di ospitare dai 20 ai 30 posti letto semiresidenziali per post-acuti, con la gestione in carico ai medici di medicina generale e alle unità infermieristiche. Di queste nuove strutture che dovrebbero funzionare in molti casi sull’arco delle 24 ore per 365 giorni l’anno, il piano ne prevede almeno una per distretto, ma contempla anche eccezioni giustificate dalle caratteristiche territoriali e dalla densità della popolazione in ogni Asl.
Un certo spazio di manovra, anche se molto limitato, esiste inoltre per quanto riguarda la rete degli hospice. Lo standard regionale prevede almeno un posto letto ogni 56 deceduti a causa di tumore, e questo si traduce nella Regione Lazio in 270 posti letto, rapportati ai 15.146 decessi per tumore avvenuti nel corso dell’anno 2006. Quota che, complessivamente, sale a 274 se si considerano anche i 217 deceduti residenti nella città di Roma e nel Lazio senza attribuzione di Asl. Ad oggi nel Lazio l’offerta è costituita da 208 posti letto, attivi in 14 strutture, con alcune Asl totalmente prive di hospice (Roma B, C, F, G e Frosinone). Mancano all’appello, dunque, circa 66 posti letto. cioè da due a quattro nuovi hospice.
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