back

AMBIENTE.
I VERDI IN EUROPA,
OVVERO LA STORIA
DI UN FALLIMENTO

dell’on.le FRANZ TURCHI
già vicepresidente
della Commissione Bilancio
del Parlamento europeo


 


l Verde in Europa ha funzionato tanto che alla fine è fallito. Perché comincio così? Perché è la realtà dei fatti, in quanto ormai l’Europa ha capito il movimento a tutela del verde e dell’ambiente in generale e ha dato, in modo lento ma inequivocabile, la propria risposta: devono scomparire come forza politica. Le politiche di tutela del territorio sono state portate avanti tramite progetti europei (tutte le linee di credito, per circa 60 miliardi di euro annuali per l’agricoltura, tutelano l’ambiente), e non c’è normativa importante o meno che non riporti la frase «a tutela del nostro territorio».
Ma questo tipo di politica non ha prodotto risultati eccezionali; anzi, quando i movimenti verdi si sono ritrovati a ricoprire ruoli di Governo, vedi in Italia, il loro estremismo nel chiudere le discariche (e nel negare i termovalorizzatori) ha portato i rifiuti in mezzo alla strada, per cui sarà difficile ora ricondurre il tutto alla normalità. Un altro risultato evidente, oltre a quello di Napoli, è il cambiamento di opinione della gente sulle centrali nucleari: dopo una campagna elettorale dura ed estremista, nel 1987 il referendum sancì la scomparsa di questa tecnologia in Italia; oggi, nel 2008, il 62 per cento degli italiani desidera le centrali nucleari, considerandole una fonte di energia pulita e sicura. Una differenza, rispetto a 20 anni fa, emblematica della politica sbagliata seguita da questi movimenti.
Pensiamo al problema del riscaldamento globale dovuto all’inquinamento, in atto sulla Terra e alla sua possibile soluzione, che secondo gli europei sarebbe il cosiddetto Protocollo di Kyoto. Oltre ad aver messo in fila tutti i Paesi europei, il risultato di questo Protocollo, nonostante la notevole e solenne procedura, è stato pari a zero. L’inquinamento delle città del Vecchio Continente aumenta a dismisura, e si gareggia nello scaricare su qualcuno le colpe di tutto. Infatti negli ultimi anni la politica ambientale, all’orlo della speculazione politica dei singoli movimenti verdi europei presenti in ogni Paese, ha provocato slittamenti sia nei tempi sia nelle erogazioni finanziarie previste dai molteplici piani per la realizzazione delle «Grandi Opere».
In Europa tali Grandi Opere - come l’alta velocità dei treni, il raddoppio delle corsie autostradali, l’allargamento degli aeroporti attuali e l’apertura di nuovi porti marini -, sono fondamentali per l’occupazione, per la nostra economia e per il futuro stesso del Vecchio Continente. Basti immaginare che i Piani dal nome Ten (Trans European Network) sono stati elaborati negli anni 80, all’epoca della presidenza Delors, e ad oggi, 2008, non vedono né la fine né, soprattutto, la cantierabilità di altre opere nel prossimo immediato futuro. E parliamo di programmi per 10-12 miliardi di euro nel loro complesso.
Senza contare che la stessa politica dei verdi ha creato danni enormi all’agricoltura nostrana in tutti i settori, dalla produzione alla distribuzione, con un insieme di normative e di leggi capestro che nulla hanno portato all’ambiente, ma solo vincoli sia ai produttori sia al mercato. Ad esempio, le normative «ambientali» sulla grandezza delle castagne o delle nocciole; le normative sulla grandezza e sulla tipologia dei limoni, per poterli chiamare doc; o anche quelle sui prodotti derivati dall’olio, che sono state talmente restrittive da farne smettere la produzione in intere regioni come Puglia, Calabria, Campania e Basilicata, con la conseguenza di far lievitare il prezzo al consumatore, senza parlare del danno provocato in generale al territorio dall’abbandono della coltura.
Ma non è finita. Si pensi alle «grandi», per così dire, battaglie fatte dai verdi sull’energia in Italia o sui piani europei in generale: si scoprirà che a causa dei loro divieti («no» al nucleare, ad esempio), l’Europa è rimasta ancora nella totale dipendenza dalle riserve naturali (combustibili) dell’Arabia Saudita e dei Paesi limitrofi, o della Russia per il gas. Tutto questo facendo aumentare i costi della produzione a causa dell’energia comprata all’estero, per non parlare del blocco degli investimenti nelle iniziative energetiche e delle conseguenze di un’altra iniziativa, curiosa quanto inconciliabile: quella dei cosiddetti certificati verdi. Questi documenti, del valore fra i 95 e i 110 euro, certificando la produzione di combustibile verde ovvero biocombustibile, danno la possibilità di ricevere denaro dall’Unione Europea ma alterano la concorrenza e determinano finanziamenti a pioggia solo per ottenere una dichiarazione «verde» sull’energia.
Si aggiunge, a questi settori, quello industriale al quale queste normative, emanate in modo puramente velleitario, non hanno procurato altro risultato che la diminuzione della produzione. Infatti i grandi obiettivi dei verdi, consistenti nel ridurre in tutti i settori industriali i livelli di inquinamento entro il 2010 o il 2020, sono falliti o, meglio, sono rimasti sulla carta, al punto che oggi l’Italia e altri 9 dei 27 Paesi europei si oppongono alle nuove normative sull’ambiente (riduzione gas, raccolta differenziata, stoccaggio ecc.), in quanto contengono prescrizioni non sostenibili economicamente dalle loro industrie e che è impossibile realizzare nel tempi fissati di 5 o 10 anni.
L’entusiasmo verde ha comportato lunghe discussioni e tempi morti, 5 anni, per realizzare una normativa sulla purezza dell’acqua in Europa; sostenevano che l’acqua doveva avere valori uguali dal nord (Irlanda) al sud (Spagna, Grecia, Italia). A modello erano presi i valori del Nord. Risultato: 5 anni di trattative per una normativa con standard disattesi da tutti gli Stati del centro-sud europeo, perché è impossibile ottenere i valori richiesti dai verdi a meno di intervenire in sorgenti, fiumi, laghi, con modalità di sabotaggio.
Ultimo esempio concreto, l’investimento dell’Europa nelle energie alternative: secondo i burocrati di Bruxelles, nel 2010 dovremmo raggiungere il 40 per cento, nel 2020 superare il 60. Risultato finora ottenuto forse l’8 per cento. Un incredibile autogol; e poiché i prezzi della benzina aumentano e le famiglie non ce la fanno, la reazione verso i verdi sarà sempre più vivace. Tutto questo può servire per capire ciò che non si deve fare, se si vuole sostenere un’efficace tutela dell’ambiente.

back