MASSIMO FINI:
VIVERE
PIÙ A LUNGO,
E IN BUONA SALUTE
Il prof. Massimo Fini,
direttore scientifico
dell’IRCCS
San Raffaele di Roma

«In Italia le aspettative
di vita all’inizio del 1900
erano di 40 anni;
oggi sono di 84 per
le donne e di 79-80 per
gli uomini; in un secolo
sono raddoppiate.
È migliorata la qualità
della vita, ma non
per la popolazione più
anziana. Abbiamo ancora
un’alta percentuale
di disabilità psico-fisica
tra quelli che chiamiamo
i grandi vecchi»
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aureatosi in Medicina e Chirurgia all’Università «Sapienza» di Roma con 110 e lode e specializzatosi in Medicina interna, dopo aver prestato il servizio militare come ufficiale medico il professor Massimo Fini intraprese a ritmo sostenuto una serie di esperienze nel campo della Riabilitazione neuromotoria, della Lungodegenza, della Medicina geriatrica, delle Scienze motorie, sensoriali e dell’invecchiamento, e in generale delle malattie sociali, da figurare presto tra i maggiori esperti indispensabili a una società che si trova alle prese con i problemi sanitari creati dal progressivo aumento della durata media della vita.
Primario e direttore di prestigiose strutture sanitarie e docente di una serie di materie attinenti alla propria specializzazione, è pure un profondo conoscitore ed esperto del settore manageriale; tra le sue materie di insegnamento figura infatti anche Economia sanitaria. Il suo campo principale comunque è la Geriatria. Ha fatto parte di Comitati scientifici per conto del Ministero della Salute, della Commissione Europea, di numerosi organismi italiani e stranieri; è autore di numerose pubblicazioni. È tra i maggiori, preziosi esperti dei problemi di una fascia crescente della popolazione, quella normalmente chiamata «la terza età».
Domanda. Quali problemi in particolare ha determinato, nella salute degli individui, l’aumento generalizzato dell’età media?
Risposta. Partiamo da alcuni dati che penso possano interessare. In Italia le aspettative di vita alla nascita, all’inizio del 1900, erano di 40 anni; attualmente sono di 84 per le donne e di 79 per gli uomini, quindi in un secolo sono raddoppiate. È migliorata anche la qualità della vita, ma non in maniera paritaria. Attualmente la percentuale di disabili nella popolazione anziana è ancora molto elevata (18 per cento), pur dimostrando un trend in lieve ma costante decremento. Permane drammatica in certe fasce di popolazione, ad esempio negli ultra ottantacinquenni usualmente definiti come i grandi vecchi, nelle quali raggiunge il 40 per cento la percentuale di persone affette, ad esempio, da demenza, che costituisce la disabilità più devastante da un punto di vista sia sanitario, sia sociale ed emozionale.
D. Non è possibile prevenirla o comunque curarla?
R. Allo stato attuale no, sono solo disponibili metodi terapeutici in grado talora di rallentare l’evoluzione della malattia. D’altronde per demenza si intende una serie di patologie a genesi ed evoluzione profondamente diverse. La forma più nota e più frequente è la demenza di Alzheimer, vera e propria emergenza sanitaria e sociale dei nostri giorni. La ricerca in questo settore è attivissima, con enormi investimenti in tutto il mondo ma purtroppo siamo ancora lontani da una risposta efficiente ed efficace. Il vaccino anti-amiloide, sul quale si riponevano molte motivate speranze, nelle prime sperimentazioni nell’uomo ha sostanzialmente fallito.
D. Quali nuove malattie sono emerse con l’aumento dell’età?
R. Fino ai 70 anni le cause principali di morte sono i tumori; dopo i 70 anni, rappresentano le cause più frequenti le malattie cardiovascolari e le possibili sequele e complicanze. È questo un dato su cui riflettere poiché, vista l’importanza della prevenzione in questo tipo di patologie, una vecchiaia di successo la si conquista in età giovane-adulta con un corretto stile di vita, vale a dire con una costante attività fisica aerobica, una sana alimentazione, l’astensione dal fumo e dall’abuso di alcool. Un altro fattore importantissimo è la genetica, sulla quale ovviamente non possiamo intervenire, ma avere genitori longevi è il miglior passaporto per una vecchiaia lunga e serena.
D. L’aumento delle patologie nelle persone anziane ha determinato anche una crescita delle specializzazioni in Geriatria?
R. La risposta sembrerebbe scontata invece così non accade, in Italia in particolare. Il numero dei pediatri ogni anno specializzati continua a soverchiare quello dei geriatri. Andrebbe anche ripensato il profilo della Medicina interna; nel futuro dei Paesi occidentali si assisterà obbligatoriamente alla fine della visione ospedalo-centrica della sanità, con un progressivo ma ineludibile spostamento nel territorio. I futuri gestori e attori di questa rivoluzione già in atto devono essere formati e preparati a questi nuovi scenari.
D. Quali interessi scientifici, e in chi, suscita questo mondo sanitario?
R. Il problema è mondiale, l’anziano è una persona a grande rischio di disabilità e tutte le strategie dei Paesi evoluti puntano alla riduzione di questa e al miglioramento della qualità della sua vita residua. Un grande passo è stato compiuto nel 2001 quando, con l’adozione del criterio di classificazione ICF, si è abbandonato quello incentrato sulla malattia e sulla visione della salute in negativo. La salute non è più l’assenza di malattia come si riteneva prima, ma uno stato di benessere fisico, psichico e sociale che va perseguito nella maniera più completa e articolata possibile, e da questa visione discendono le strategie di prevenzione della disabilità e di tutte le cause anche sociali che possono portare ad essa. Una corretta organizzazione sanitaria del futuro deve, inoltre, partire da una vera e propria rivoluzione culturale che, accanto alle valutazioni tecniche, sappia riportare al centro dell’agire non la malattia ma la persona nella sua interezza fisica, psicologica emozionale e relazionale. La sfida per il futuro si chiama umanizzazione e personalizzazione delle cure.
D. Oggi c’è lo specialista del dito, del polso, del ginocchio ecc.; perché non c’è più il medico che guarda nel complesso?
R. Tale situazione deriva dai modelli organizzativi anglosassoni; in Italia il danno derivante da questa visione è stato particolarmente pesante in quanto ha portato alla perdita di un concezione e soprattutto di una cultura umanistica della medicina, elemento fondante e qualificante dell’agire medico dei nostri maestri e patrimonio del sapere italico. Attualmente si sta in parte tornando indietro, poiché è chiara e imprescindibile l’esigenza di avere, accanto a specialità verticali quali il cardiologo, l’oculista, il neurologo cioè specialisti di organo, figure specialistiche orizzontali con funzioni di raccordo, quali il pediatra, l’internista, il geriatra. Devo inoltre sottolineare come in Italia in questo settore abbiamo le enormi potenzialità, non sempre correttamente espresse, rappresentate dai medici di famiglia, vero e imprescindibile fondamento di ogni politica sanitaria del nostro Paese.
D. Quanti sono i medici di base chiamati anche medici di famiglia?
R. L’organizzazione capillare dei medici di famiglia è tale da garantire l’assistenza sanitaria in tutto il territorio nazionale, nonostante il nostro Paese sia geograficamente fra i più complessi. I ritardi sono non strutturali ma culturali, in quanto la formazione indispensabile sui temi di cui abbiamo parlato è spesso frammentaria e non organica.
D. Queste lacune sono prese in considerazione dai responsabili della politica sanitaria?
R. Sono problemi noti, conosciuti e descritti nel dettaglio, analizzati in tutti gli aspetti. Ma come attuare una politica diversa in presenza di una crisi economica mondiale? A mio avviso vi è una scelta dolorosa ma ineludibile: deve cessare l’impostazione demagogica e inattuabile di una sanità gratuita per tutti, occorre definire modelli assistenziali che tutelino le popolazioni più fragili.
D. Ritiene adeguate le risorse che il Paese destina alla terza età?
R. La percentuale di prodotto interno destinata al Servizio Sanitario Nazionale è pari o superiore a quella di molti Paesi ad elevato sviluppo; è inadeguato non tanto l’importo totale quanto la sua ripartizione. Bisognerebbe investire molto di più nella prevenzione, aumentare la formazione, evitare l’uso incongruo dei medicinali. Qual è l’anziano che non ha in casa una piccola farmacia? Alla lunga è un onere economico non indifferente. La spesa totale, quindi, non è molto lontana in assoluto dall’optimum; ma andrebbe più correttamente ripartita.
D. Sulla spesa totale incidono di più gli anziani?
R. Gli ultra sessantacinquenni sono il 20 per cento della popolazione italiana ma assorbono il 55 per cento della spesa sanitaria. Su 100 milioni di euro, 55 sono spesi per loro, che sono i massimi consumatori del Servizio Sanitario Nazionale. Da una decina di anni è stato introdotto negli ospedali il sistema di pagamento non più a giornata di degenza, ma a malattia riscontrata (DRG); prima ogni ospedale o clinica convenzionata riceveva dal Servizio Sanitario Nazionale una retta giornaliera a prescindere dalla durata del ricovero, per cui si registravano, soprattutto tra gli anziani, ricoveri perfino di 2 o 3 mesi. Con il metodo dei DRG il rimborso riconosciuto alla struttura dipende dalla diagnosi di dimissione, e non dalla durata del ricovero. Questo induce ad attuare dimissioni rapide; nei reparti di Medicina si è scesi da una degenza media di 13-14 a una di 6 giorni.
D. Qual è il problema più grande?
R. Per gli anziani è quello di garantire il «continuum assistenziale», consistente nel dare continuità assistenziale e terapeutica nel passaggio dall’ospedale al territorio e dal territorio all’ospedale. Il Ministero della Salute e numerose Regioni stanno elaborando progetti per garantire questa continuità di cure, anche attraverso l’individuazione di figure professionali appositamente formate.
D. Come è possibile risolverlo?
R. Occorre garantire la completezza assistenziale con strutture a basso costo ma più efficaci ed efficienti. È la risposta che in futuro dobbiamo necessariamente dare.
D. Come possono prevenirsi le malattie della terza e della quarta età?
R. La prevenzione è la risposta più congrua ed eticamente giusta per invecchiare bene: non è vero che non esiste la possibilità di compierla nella popolazione anziana. Intendiamo una prevenzione consistente nel mettere in atto strumenti, terapie, stili di vita che impediscano l’insorgenza della malattia e delle sue complicanze.
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