back

ELISABETTA CASELLATI:
UNA GIUSTIZIA
PIÙ RAPIDA
E SOPRATTUTTO
PIÙ UMANA

a cura di ANNA MARIA CIUFFA

Elisabetta Casellati,
sottosegretario
al Ministero
della Giustizia



«Il processo civile
influenza la competitività
delle imprese;
la sopravvivenza di piccoli
imprenditori spesso
dipende dal recupero
di un credito; un lungo
procedimento giudiziario
può rovinarli. È urgente
intervenire e lo stiamo
facendo: è all’esame
del Senato una legge
già approvata
dalla Camera»


ssere nominato ministro o sottosegretario di Stato alla Giustizia potrebbe costituire la massima aspirazione di un avvocato tagliato per la politica. A maggior ragione se, a ricoprire uno di questi incarichi, è una donna. È il caso di Maria Elisabetta Alberti Casellati, senatrice, sottosegretario alla Giustizia nell’attuale Governo Berlusconi. I settori specifici per i quali ha, tra gli altri, la delega sono la riforma del processo civile, quella delle libere professioni, il diritto di famiglia: tre temi estremamente rilevanti e delicati. Docente di Diritto canonico ed ecclesiastico nell’Università di Padova, fu eletta per la prima volta al Senato nel 1994 ed è alla quarta legislatura; ha fatto parte, come sottosegretario alla Salute, del secondo e terzo Governo Berlusconi, è stata vicepresidente vicario del Gruppo di Forza Italia al Senato. «I campi nei quali sono oggi impegnata sono la riforma del processo civile, l’istituzione del tribunale per la famiglia, per i minori e per la persona, il riassetto delle libere professioni e in particolare quella di avvocato, alla quale appartengo, oggetto di un disegno di legge all’esame del Senato», precisa. In questa intervista illustra le più interessanti novità in preparazione per rendere più «giusta» la giustizia.

Domanda. Quali novità si prospettano per il processo civile?
Risposta. Cinque milioni di cause civili pendenti oltre ad altrettante cause penali, e una durata media dei processi da 8 a 10 anni, costituiscono la radiografia di una giustizia in affanno. È urgente mettere mano a questa riforma affinché il cittadino possa rivolgersi con fiducia allo Stato quando ha subito un torto, e affinché non si diffonda la convinzione che, se lo Stato non risponde tempestivamente alle istanze dei cittadini, questi possono ricorrere a vie diverse dalla legalità. Se una giustizia è lenta, è una giustizia fallita, e il nostro Paese non può considerarsi normale finché permane questa situazione. Qualcuno afferma spesso, in pubblici dibattiti, che parlare di giustizia in un momento di recessione economica, nel quale le famiglie faticano a tirare avanti, è quasi un argomento di lusso. Non è così. Rendere efficiente la giustizia rientra nel processo di modernizzazione del Paese. Non attiriamo investitori stranieri se pensano di trovarsi, poi, in mano alla criminalità organizzata o a un sistema processuale bizantino.

D. In che modo la giustizia lenta ostacola lo sviluppo del Paese?
R. Il processo civile influisce direttamente sulla competitività delle imprese e quindi sull’economia; la sopravvivenza di piccoli imprenditori e di piccole aziende, che costituiscono l’ossatura del nostro sistema economico e produttivo, spesso dipende dal recupero di un credito o di somme di denaro. Un lungo procedimento giudiziario può metterli in grave difficoltà, fino al dissesto. Proprio per questo, abbiamo varato un provvedimento già approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato.

D. Che cosa prevede?
R. Novità di grande rilievo, come la mediazione finalizzata alla conciliazione: invece di rivolgersi al giudice attraverso gli iter giurisdizionali normali, per comporre amichevolmente le controversie i cittadini potranno ricorrere a questo istituto, che potrà comportare un’evoluzione culturale importante del Paese. L’obiettivo è quello di radicare l’idea che prima di ricorrere al giudice si possa trovare una conciliazione bonaria. Si tratta di un meccanismo deflattivo, perché è vero che in Italia il rapporto fra numero di magistrati e numero di abitanti rientra nella media europea, ma il numero delle cause è pari alla somma di quelle di tre Paesi europei.

D. Ritiene possibile far cambiare convinzioni e abitudini a milioni di italiani?
R. Abbiamo cominciato intanto a responsabilizzare i principali protagonisti del mondo giudiziario, ossia gli avvocati e i magistrati. Per ridurre il numero dei procedimenti abbiamo stabilito il principio che «chi sbaglia paga», nel senso che solo in casi eccezionali le spese giudiziarie saranno compensate, sistema oggi normalmente praticato nei tribunali. Spesso accade che chi ha un debito certo preferisca non pagare ma aspettare; con la nuova legge, invece, il debitore sarà condannato non solo alle spese giudiziarie, ma anche a sanzioni pecuniarie aggiuntive, nella misura da mille a 20 mila euro. Bisognerà, così, pensarci due volte prima di non pagare o di allungare in malafede i tempi del giudizio, secondo un principio di lealtà processuale, enunciato nel Codice ma spesso non applicato.

D. Quali altre innovazioni interesseranno direttamente i cittadini?
R. Abbiamo previsto varie misure per eliminare passaggi ormai superati, così da snellire i processi: ci sarà anche la prova testimoniale scritta, oggi resa oralmente in tribunale; alcuni termini processuali saranno ridotti, le notificazioni di atti potranno avvenire per via telematica, i giudici potranno scrivere sentenze più brevi. Altri novità rilevanti sono: il filtro della Cassazione, per cui non tutte le sentenze approderanno al terzo grado di giudizio, e la semplificazione dei riti, oggi circa una trentina, che saranno ridotti a non più di cinque.

D. Saranno messe a disposizione della giustizia maggiori risorse?
R. È chiaro che il problema non è solo di norme, ma è molto complesso. Vanno riviste le piante organiche e la distribuzione nel territorio dei magistrati e del personale di cancelleria, oggi non molto equilibrata. È necessario, inoltre, verificare la produttività degli uffici giudiziari, accertarne le carenze, istituire un responsabile che segnali le inefficienze.

D. Ci sono novità anche nel campo del diritto di famiglia?
R. È una parte della riforma che mi sta particolarmente a cuore, anche perché ho un’esperienza maturata sul campo da oltre trent’anni, ne conosco i limiti e i problemi. La competenza sulle questioni riguardanti i minori e la famiglia è oggi molto parcellizzata. Quella sui minori e sui figli nati in costanza di matrimonio, come quella sulle separazioni e sui divorzi, è riservata al tribunale ordinario. Dei figli naturali si occupa, invece, il Tribunale dei minori. E il giudice tutelare ha una competenza residua. A mio parere, il Tribunale dei minori ha dato in passato un contributo prezioso, ma ormai ha esaurito la propria funzione.

D. Quali erano originariamente il suo ruolo e i suoi compiti?
R. La sua istituzione risale agli anni 30, al periodo dell’industrializzazione durante il quale molta gente lasciava le campagne per la città e spesso i minori restavano in condizioni di abbandono, per cui si manifestò la necessità di un tribunale incaricato di svolgere una funzione sociale. Oggi la società è cambiata, siamo nell’epoca della globalizzazione, dell’immigrazione, dei matrimoni misti, delle separazioni e dei divorzi in forte aumento.

D. Non sarebbe più opportuno favorire la sopravvivenza degli antichi valori, anziché lo sviluppo di tendenze disgregatrici della famiglia?
R. Certamente. E in questo senso va l’istituzione del Tribunale per la famiglia. I processi culturali sono molto lunghi, ma la legge, comunque, esercita sempre un’azione pedagogica e può indirizzare i comportamenti, per cui abbiamo la necessità di tribunali specializzati, con competenze unificate e magistrati dotati di una sensibilità particolare. I conflitti familiari non possono essere certo affrontati nello stesso modo di una vertenza relativa a un condominio. Questa nuova tipologia di Tribunale può anche costituire un osservatorio della famiglia, aiutando a comprenderne le ragioni delle crisi, così da poterle gestire.

D. Come concepisce la famiglia?
R. Non ritengo la famiglia una «summa» di posizioni individuali; la reputo un istituto i cui elementi non possono essere confusi con ogni altro tipo di rapporto. La Costituzione pone da un lato la famiglia, da un altro le formazioni sociali. Dobbiamo tenere rigorosamente distinte queste posizioni, perché il rapporto tra un uomo e una donna che costituiscono una famiglia attraverso il matrimonio non è equiparabile alla convivenza etero o omosessuale. Perché il matrimonio viene ad avere connotazioni pubbliche nel momento in cui un soggetto assume diritti e doveri nei confronti dell’altro, come è stabilito nel nostro ordinamento; mentre la convivenza è il frutto di una scelta che liberamente si pone fuori dalle regole. Non possono, dunque, equipararsi aspetti completamente diversi. Io sono per il modello tradizionale della famiglia, ma ritengo che si possano riconoscere diritti individuali ai conviventi omosessuali ed eterosessuali.

D. E quanto ai figli naturali?
R. L’istituzione del tribunale della famiglia consentirebbe di realizzare un altro progetto. Oggi esistono figli legittimi nati all’interno del matrimonio, e figli naturali, nati fuori; per equiparare i figli naturali ai legittimi occorre intraprendere un procedimento complesso, quello della legittimazione. È tempo ormai di equiparare lo stato giuridico di tutti, compresi i figli adottivi. I figli sono figli, senza aggettivazioni né discriminazioni. Sono figli e basta.

D. Questo può creare problemi nell’ambito della famiglia?
R. Ritengo di no. I figli non hanno nulla a che fare con le scelte dei genitori, non hanno chiesto a nessuno di venire al mondo, e non devono subire discriminazioni giuridiche a causa di decisioni indipendenti dalla loro volontà.

D. Quali altre novità per la famiglia?
R. Nel diritto di famiglia punto a inserire la figura dei nonni, che oggi svolgono un fondamentale ruolo di supplenza nei confronti dei genitori, sempre più spesso impegnati nel mondo del lavoro o in difficoltà per le carenze o per i costi degli asili nido. Spesso evochiamo il patto fra generazioni, quando parliamo di pensioni. Occorre invece guardare a un rapporto tra giovani e anziani anche in tema di famiglia: nessun giovane può pensare al proprio presente e programmare il proprio futuro se non ha radici nel passato; i nonni costituiscono un riferimento imprescindibile di tradizioni e di cultura.

D. E le novità in vista in materia di libere professioni?
R. Il tema delle professioni è assai complesso. A mio avviso i Consigli degli Ordini sono da mantenere ma vanno resi più moderni e al servizio del cittadino e delle professioni. Per quanto riguarda l’Avvocatura, professione che conosco bene, esiste il grave problema dell’accesso: in Italia gli avvocati sono 220 mila, solo Roma ne conta 20 mila, cioè quanti tutta la Francia, un numero esorbitante; si rischia che una professione, un tempo fra le più nobili, diventi residuale. Questa situazione favorisce la litigiosità ed è una delle cause dell’ingolfamento dei tribunali. Bisognerà riflettere in quale direzione andare.

D. Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche?
R. Il disegno di legge all’esame della Camera coniuga la libertà di investigazione con il diritto alla riservatezza dei cittadini. Oggi, infatti, non si indaga più, si intercetta tutto. Ma non si può farlo indiscriminatamente, né si può far finire l’intercettato sui giornali per questioni privatissime. Limitare le intercettazioni ai reati più gravi evita anche la dispersione di risorse finanziarie pubbliche.

D. La soluzione per la prostituzione?
R. La novità del provvedimento è l’introduzione di sanzioni anche penali per chi si prostituisce e per il cliente; per la prima volta la prostituzione in strada è qualificata come reato; non è il ritorno alle case chiuse, l’obiettivo è l’eliminazione del degrado delle città.

back