COOP:
NON PIÙ COME 50 ANNI
FA, MA CON I VALORI
DI 50 ANNI FA

di IVANO BARBERINI
presidente dell’Alleanza
Cooperativa Internazionale
e dell’Archivio Disarmo
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e recenti affermazioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti evidenziano eloquentemente la gravità della crisi globale e la necessità di imboccare strade nuove per evitare una deriva irrecuperabile. «Dobbiamo portare al primo posto l’etica e puntare sui valori e non sugli interessi», ha detto. L’enfasi sull’etica della responsabilità contrapposta alla mera vocazione al profitto ripropone con forza la funzione sociale dell’impresa, contenuta nella Costituzione italiana di cui ricorre quest’anno il sessantesimo anniversario. La Costituzione dedica molta attenzione all’economia, confermando la garanzia delle libertà economiche ma accentuando i limiti che a queste derivano dalla necessità di realizzare fini di giustizia sociale.
Di qui il principio per cui l’iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41); la previsione di leggi che realizzino un coordinamento dell’attività economica, che regolino la proprietà assicurandone la «funzione sociale» (art. 42); le norme costituzionali a favore della piccola proprietà diffusa e la cooperazione (artt. 44, 45, 47). L’art. 45 che disciplina la cooperazione non è «isolato» ma è coerente con lo spirito dell’intera Costituzione a partire dai suoi articoli fondamentali, in particolare il secondo e il terzo.
Ad esempio, la capacità della cooperazione di contribuire a realizzare altri principi costituzionali, quali la possibilità per i lavoratori di partecipare «all’organizzazione economica del Paese» prevista dall’art. 3 della Costituzione, si realizza nelle cooperative di lavoro con la figura del socio-lavoratore. Il riconoscimento della cooperazione quale forma di iniziativa economica privata meritevole di essere sostenuta dallo Stato è motivato dalla rilevanza sociale della sua azione, espressione di persone che solo attraverso l’associazionismo possono aspirare a realizzare nuovi rapporti economici e nuove forme di solidarietà sociale.
Ne consegue l’impegno a dare risposta ai bisogni dei soci e alle aspettative della collettività, agendo sulla base di valori che costituiscono la ragion d’essere dell’impresa cooperativa, fondati sulla centralità della persona umana, che hanno radici profonde e antiche nella cooperazione e che la Costituzione ha solennemente riconosciuto e arricchito. L’iter che portò all’approvazione dell’articolo 45, relativo alle cooperative, risultò in pratica un percorso estremamente sinuoso e accidentato. Del tutto contrarie erano le principali associazioni di categoria, in particolare quelle agricole. Tuttalpiù ammettevano l’utilità dell’impresa cooperativa nelle aree ove c’erano terreni da bonificare, con la possibilità di occupare braccianti e alleviare la pressione sociale che esercitavano. Sul fronte opposto vi era, nei cooperatori, il desiderio di vedere riconosciuto alla cooperazione un ruolo primario nella ricostruzione del Paese e di far contare, tramite le cooperative, i bisogni dei cittadini tutti, nell’economia e nella società. Concorrevano spinte ideali e politiche differenti, che venivano da lontano e che si sono infine tradotte in modelli imprenditoriali diversificati, in taluni casi con una diversa accentuazione della mutualità e della socialità praticate dalla cooperativa.
Molte questioni che si posero allora rimangono di stringente attualità, segno evidente che in oltre 50 anni non sono state risolte. I costituenti si chiesero, ad esempio, quali strumenti adottare perché non traessero vantaggi dai benefici di legge le cosiddette «cooperative spurie», cioè quelle costituite, in modo fittizio, per coprire interessi di singoli o per fini essenzialmente speculativi. È una realtà che le Organizzazioni cooperative contrastano da sempre. Anche per questo è utile la vigilanza sull’impresa cooperativa, dettata dalla Costituzione.
È indubbio che il riconoscimento costituzionale ha gettato le basi per un ambiente favorevole allo sviluppo cooperativo. Forse anche per questo continuano a levarsi voci critiche che ritengono ingiustificato il riconoscimento costituzionale alla cooperazione, soprattutto da quando essa è divenuta un attore economico e sociale di rilevanti dimensioni. L’idea di un’impresa cooperativa relegata in spazi marginali dell’economia si riaffaccia periodicamente in Italia, molto più che in altri Paesi. È ovvio che il linguaggio della Costituzione rifletta una realtà economica diversa da quella di oggi. I Costituenti non potevano prendere a riferimento i progressi tecnologici, la «terziarizzazione» dell’economia e i vari fenomeni connessi alla globalizzazione, assolutamente impensabili a quella epoca. Ma ciò non significa che i principi in essa espressi siano obsoleti.
Il nucleo portante della Costituzione economica, e cioè la connessione e l’equilibrio tra libertà di intrapresa, regolamentazione e controllo pubblico, in funzione di tutela di diritti e di coordinamento del sistema economico ai fini sociali, mantiene piena attualità, anche se può trovare diverse espressioni. Per quanto riguarda l’art. 45, va precisato che esso non assume criteri dimensionali o settoriali ma «riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata». Sono questi i soli requisiti richiesti, e normalmente rispettati, dalle cooperative di ogni dimensione, piccola, media o grande.
La pluralità dei settori economici nei quali l’impresa cooperativa si è sviluppata ne dimostra la versatilità e la sua ampia utilità sociale. La piena realizzazione della sua ragion d’essere è affidata alla possibilità di assicurare un «vantaggio mutualistico» ai soci e un «vantaggio sociale» alla collettività. La Coop di consumatori, ad esempio, agisce in un mercato altamente competitivo, sempre più caratterizzato dalla presenza di imprese distributive multinazionali. È impensabile che essa possa promuovere l’interesse dei consumatori senza la capacità di progettazione dei consumi, senza cioè essere trainante nell’innovazione dei prodotti e dei servizi. Per questo deve dotarsi della giusta dimensione d’impresa e contare su una vasta base sociale. Esempi analoghi si possono fare per altri settori cooperativi.
Da tutto ciò deriva una risposta articolata e corale che abbraccia un vasto arco di bisogni: dalle performance economiche alla visibilità sociale; dalla creazione di lavoro dignitoso alla tutela del potere di acquisto, della salute e dell’ambiente; dalla sanità all’assistenza agli anziani e ai soggetti svantaggiati, dal servizio alle piccole e medie imprese alle abitazioni per le famiglie dei soci. In una realtà sempre più competitiva, scossa da una crisi globale destinata a durare a lungo, l’etica e la responsabilità sociale assumono un significato più concreto e cogente. È una pressante richiesta avvertita da una parte rilevante del mondo economico, anche se non è ancora chiaro quanto e come cambierà il capitalismo. La promozione dello sviluppo della cooperazione e più complessivamente dell’economia sociale è una scelta attuale come non mai e una delle risposte possibili ed efficaci ai tanti problemi di questo inizio di 21esimo secolo.
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