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SANTA SEDE E ONU.
EQUO ACCESSO
ALLE RISORSE
AGRICOLE
PER GARANTIRE CIBO
A TUTTI

 

Mons. Silvano M. Tomasi

 


urante la settima sessione speciale del Consiglio dei diritti dell’uomo sul cibo, svoltasi recentemente a Ginevra, l’arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore permanente presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e Istituzioni Specializzate a Ginevra, ha pronunciato un intervento annunciando che la Delegazione della Santa Sede approva completamente l’attenzione prioritaria accordata all’attuale crisi alimentare dallo stesso Consiglio. «I compiti primari della comunità mondiale consistono nell’elaborazione di una risposta coerente nel contesto delle molteplici iniziative in atto e nell’inserimento di questa crisi nella cornice dei diritti umani–ha affermato–. Ci troviamo di fronte alla sfida schiacciante di nutrire in modo adeguato la popolazione mondiale in un momento in cui c’è stato un aumento dei prezzi dei generi alimentari che minaccia la stabilità di molti Paesi in via di sviluppo. Ciò richiede un’urgente azione internazionale concertata».

Partendo dalla constatazione che la crisi attuale getta «una luce rossa d’allarme» sulle conseguenze negative che colpiscono il settore agricolo che è stato troppo a lungo trascurato proprio quando più della metà della popolazione mondiale cerca di sopravvivere mediante questa attività, la Delegazione della Santa Sede, ha sottolineato mons. Tomasi, «richiama l’attenzione sulla disfunzione del sistema commerciale mondiale per la quale quattro milioni di persone ogni anno entrano a far parte degli 854 milioni afflitti da fame cronica; è pertanto auspicabile che questa sessione renda l’opinione pubblica consapevole del costo mondiale della fame che tanto spesso causa mancanza di salute e di educazione, conflitti, migrazioni incontrollate, degrado ambientale, epidemie e anche terrorismo».
La diagnosi della Santa Sede è precisa. Essa menziona alcuni strumenti giuridici che proclamano il diritto fondamentale a essere liberi dalla fame e dalla malnutrizione: l’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e l’articolo 25 dell’Alleanza internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966; quindi la comunità internazionale riconosce il diritto all’alimentazione. Ricorda inoltre che le Conferenze e le Dichiarazioni delle Agenzie intergovernative hanno giustamente concluso che la fame non è dovuta alla mancanza di cibo, ma alla mancanza di accesso, sia fisico sia economico, alle risorse agricole; e che il primo dei Millennium Development Goal mira a dimezzare il numero di persone che vivono in estrema povertà e fame entro il 2015.
«Ma la società deve affrontare il fatto che gli obiettivi prefissati molto spesso non sono affiancati da politiche coerenti, di conseguenza, molti milioni di uomini, donne e bambini soffrono la fame ogni giorno–ha affermato mons. Tomasi–. I prezzi più alti possono causare alcuni inconvenienti alle famiglie nei Paesi in via di sviluppo, che devono spendere il 20 per cento del loro reddito per l’alimentazione. Questi prezzi minacciano la vita di un miliardo di persone che vivono nei Paesi poveri e che sono costrette a spendere quasi tutta la loro entrata quotidiana di un dollaro al giorno per il cibo. Il nostro difficile compito consiste nel delineare e mettere in pratica politiche, strategie e azioni efficaci che garantiscano a tutti la sufficienza alimentare». In effetti il problema di un’adeguata produzione alimentare è più che una urgenza temporanea, è di natura strutturale e, per la Santa Sede, dovrebbe essere affrontato nel contesto di una crescita economica giusta e sostenibile; inoltre richiede misure relative all’agricoltura e allo sviluppo rurale ma anche alla salute, all’educazione, al buon governo, allo stato di diritto e al rispetto dei diritti umani.

Un riferimento ha fatto mons. Tomasi alle multinazionali: «Le conseguenze del commercio internazionale sul diritto al cibo e la liberalizzazione del mercato alimentare tendono a favorire le imprese multinazionali e quindi a danneggiare la produzione di piccole aziende agricole locali, che sono la base della sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo. Sono indispensabili un rinnovato impegno per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, e va riconosciuto il dovere della solidarietà verso i membri più vulnerabili della società. Da questa prospettiva etica la speculazione sui prezzi è inaccettabile, i diritti individuali di proprietà, inclusi quelli delle donne, vanno riconosciuti e bisogna eliminare le iniquità nella concessione di sussidi all’agricoltura».
Per rimediare ai limiti delle piccole aziende agricole, a parere della Delegazione della Santa Sede si devono organizzare strutture cooperative e l’utilizzo della terra per la produzione di alimenti e di altre risorse deve essere bilanciato non dal mercato ma da meccanismi che soddisfino il bene comune; considerare prioritaria la produzione alimentare significa arrecare benefici alle persone. «In questo dibattito complesso e urgente sul diritto al cibo è necessaria una nuova mentalità che ponga la persona umana al centro e non si concentri soltanto sul profitto economico; a causa della mancanza di cibo troppi poveri muoiono ogni giorno, mentre immense risorse vengono destinate agli armamenti. La comunità internazionale–ha concluso mons. Tomasi–, deve essere esortata all’azione: il diritto al cibo riguarda il futuro della famiglia umana e la pace nella comunità mondiale».

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